Nessun accordo con il Brexit Party di Nigel Farage. Questa è stata, in sintesi, la risposta del primo ministro Boris Johnson all’offerta ricevuta dal politico di destra radicale e rilanciata dal presidente americano Donald Trump. Farage aveva chiesto al premier di rinunciare al proprio accordo per la Brexit raggiunto, dopo lunghe trattative, con Bruxelles e di puntare piuttosto alla firma, entro il primo gennaio del 2020, di un accordo di libero scambio con l’Unione Europea e in caso di fallimento a perseguire un’uscita senza intesa. Johnson ha anche ricordato, agli elettori, che un voto per i partiti che non siano quello conservatore faciliterà la vittoria dei Laburisti di Jeremy Corbyn alle elezioni. Farage ha poi annunciato, nella giornata di domenica, che non si candiderà alle imminenti consultazioni ma supporterà i tanti aspiranti deputati del suo movimento.
Una sfida rischiosa
Boris Johnson ha deciso di perseguire una chiara linea politica: i Tories hanno tutte le potenzialità per poter conseguire la maggioranza assoluta dei seggi alle elezioni legislative ed un patto elettorale con un altro schieramento danneggerebbe la naturale vocazione maggioritaria del partito di governo. Questa scelta, però, non è priva di rischi e possibili ricadute: il Brexit Party è stimato tra il 9 ed il 13 per cento dei voti e qualora Farage decida effettivamente di presentare candidati in ogni circoscrizione elettorale ciò potrebbe danneggiare, nei seggi più in bilico, proprio i Conservatori.
Farage è riuscito, negli anni, a farsi portavoce di quegli elettori che vogliono rompere ogni legame con Bruxelles, che rifiutano insomma ogni compromesso in tal senso e pertanto può godere di un bacino di voti consistente, seppur ovviamente minoritario. Il Brexit Party, però, soffre il sistema uninominale secco inglese (first pass the post) e non ha la possibilità di ottenere più di una manciata di seggi nella migliore delle ipotesi e potrebbe persino fermarsi a zero. Lo stesso Farage ha tentato per ben sette volte e senza successo di conseguire un seggio alla Camera dei Comuni. Lo schieramento di destra radicale ha dunque bisogno dei Tories mentre questi ultimi potrebbero imporsi anche senza aiuti esterni. Il condizionale, però, è d’obbligo.
Le prospettive
Una serie di simulazioni pre-elettorali, realizzate nell’ultimo mese, certifica che i Conservatori inglesi, in assenza di un accordo con Farage, non dovrebbero avere problemi a raggiungere la maggioranza degli scranni. I Tories dovrebbero ottenerne tra i 362 ed i 393 sui 650 della Camera dei Comuni, i Laburisti tra i 150 ed 198, i nazionalisti scozzesi tra 47 e 50, i Liberali tra 28 e 35, gli unionisti nordirlandesi del Dup dovrebbero fermarsi a 10 scranni, i separatisti del Sinn Fein vengono stimati a sette seggi, i Verdi non dovrebbero invece superare il singolo scranno mentre il Brexit Party dovrebbe conseguirne tra gli 0 ed i 2. L’andamento dei voti nelle singole circoscrizioni elettorali, in particolar modo in quelle in bilico, potrebbe però rivelarsi difficile da prevedere, sia a causa di fattori locali che dell’affluenza. La decisione di Boris Johnson di non allearsi con Farage potrebbe, paradossalmente, facilitare un’affermazione dei Laburisti o la nascita di una Camera dei Comuni senza maggioranze stabili. Corbyn si troverà, così, a dover fare il tifo per una consistente affermazione del Brexit Party anche se, quest’ultimo potrebbe sottrarre voti Leavers anche ai Laburisti. Il ciclone Farage, in definitiva, ha tutte le potenzialità per scombinare le carte sul tavolo elettorale e per influenzarne, in un senso o nell’altro, l’esito.



