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L’etichetta di filorusso è un’arma ormai collaudata per screditare chiunque sia un pericolo per il sistema che rappresenta lo status-quo. Dove non si può (o non si vuole) controbattere in termini di contenuti, si abbatte la mannaia dell’essere al soldo del Cremlino. Accuse che nascono per lo più dalla stampa, ma che con essa prendono forza, entrano nell’immaginario collettivo, e diventano in pochi giorni una “vox populi” in cui tutti, più o meno consapevolmente, credono. In ogni caso, vuoi per i troll, vuoi per le fake news, vuoi per le amicizie, arriva un momento in cui chiunque è all’opposizione del regime “mainstream” diventa automaticamente legato a Mosca.

È un sistema pericoloso di denigrazione e delegittimazione della controparte politica che ormai è parte integrante del nostro sistema politico. È stato così per gli Stati Uniti con Donald Trump, è così per i movimenti euroscettici in Europa, è stato così per la Brexit, e continua a essere così anche per la secessione catalana. L’ultima notizia, in ordine di tempo, è l’inserimento di Boris Johnson nella lista dei personaggi influenti legati al Cremlino. A Bruxelles sono tutti preoccupati per la delicata situazione politica di Theresa May. Si rincorrono le voci che ritengono che il suo governo non arrivi a Natale. E in questo contesto, molti negli uffici dell’Unione europea temono che Boris Johnson possa diventare il prossimo inquilino di Downing Street. Cosa che complicherebbe ulteriormente i negoziati della Brexit, già di per se abbastanza complessi, e che potrebbe produrre la fine dei negoziati e la rottura totale fra il Regno Unito e l’Unione europea. Eventualità vista con orrore da entrambe le parti, specie dall’Europa, e che, secondo la stampa britannica (e non solo), sarebbe quanto di più gradito dalla Russia, che vedrebbe il blocco europeo di nuovo nel caos.

Non deve dunque stupire che il britannico The Observer abbia rivelato proprio in questi giorni che Johnson, insieme ad altri due alti funzionari del ministero degli Esteri, sia stato preso di mira da George Papadopoulos – consulente per la politica estera durante la campagna elettorale di Donald Trump – e dall’accademico maltese, Joseph Mifsud, entrambi indagati dall’Fbi. Alok Sharma, già sottosegretario per gli affari esteri, ha confermato di aver contattato Mifsud e di aver partecipato a una raccolta fondi il 19 ottobre con Johnson ospite d’onore dell’evento. Tobias Ellwood, figura chiave del Ministero degli Affari Esteri, avrebbe invece incontrato Papadopoulos nel settembre 2016. Le rivelazioni hanno suscitato scalpore in seno al Parlamento britannico, dove Johnson ha confermato come sia impossibile dimostrare alcuna interferenza russa nei processi elettorali britannici. Tuttavia, nelle stesse ore in cui Johnson negava interferenze di Mosca nella Brexit, Theresa May diceva di prendere molto sul serio le ingerenze russe nelle democrazie europee e di sapere che c’erano interferenze russe anche nella vita politica britannica. Interferenze che ora sono al vaglio delle analisi dell’università di Londra, che pare abbia accertato che 13mila bots di Twitter che avevano condotto una martellante campagna referendaria a favore della Brexit, sono misteriosamente spariti una volta conosciuto l’esito della consultazione.

Mettendo insieme questi fattori, è abbastanza chiaro che siamo di fronte a un tipo d’indagine che ricalca in modo abbastanza pedissequo quanto avvenuto nel Russiagate in Usa. Con la differenza che qui Johnson non è ancora a capo dell’esecutivo britannico. C’è un soggetto “pericoloso” per un determinato sistema politico (Johnson come Trump), c’è una consultazione popolare dagli esiti inaspettati (Brexit ed elezione di Trump sono per certi versi assimilabili), e ci sono indagini ed accuse molto dettagliate sui vincoli tra il circolo intorno a quel determinato soggetto e la Russia di Vladimir Putin. È, come detto in precedenza, un sistema di condanna pubblica che delegittima immediatamente il soggetto accusato e che, di fatto, relega Mosca a nemico immediato delle democrazie occidentali. Un gioco pericoloso perché non solo tende a considerare l’avversario politico un burattino nelle mani di Stati terzi, ma taccia di fatto la Russia come nemico della vita democratica del Paese in questione. Scatenando in questo modo la denigrazione dell’avversario e dei suoi sostenitori e l’allontanamento della Russia dai rapporti amichevoli con quello Stato.

Ma al netto di questo, va fatto un ragionamento. Che esistano troll di Twitter legati al territorio russo, è ormai abbastanza certo. Così com’è possibile che esista un sistema di fake-news collegato a interessi russi. Ma la domanda da porci è un’altra: chi non fa questo gioco? Gli Stati Uniti non hanno politici legati ai loro centri di potere? Washington o chi per essa non hanno organi d’informazione attraverso cui è possibile orientare l’opinione pubblica? La risposta non può che essere affermativa e, in tutta onestà, non sembra neanche rivoluzionaria. Che una superpotenza cerchi di infiltrarsi nelle logiche di potere di un Paese terzo e nei suoi momenti decisionali, può non piacere, ma è ingenuo credere che non avvenga. Semmai è ingenuo credere che a farlo sia solo la Russia. In questi ambiti, il tifo da stadio dovrebbe lasciare il campo al semplice raziocinio, con l’unico occhio di riguardo verso l’interesse nazionale più che verso una sterile e inutile diatriba fra filorussi e filo-Usa.

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