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Politica

Bombe sull’Iran, l’ultima metamorfosi del Trump 2.0

Le bombe americane sull'Iran cancellano l'ultima narrazione di Donald Trump come presidente di rottura, una volta per tutte

Le bombe americane sull’Iran cancellano l’ultima narrazione di Donald Trump come presidente di rottura, l’idea che sotto il suo governo non si sarebbero avute “nuove guerre”, e rendono palese ciò che già si intuiva da tempo, e cioè che il secondo mandato di The Donald si sarebbe inserito in una fase di grande travaglio della superpotenza americana in cui la difficoltà di contenere le pulsioni dell’ordine globale va di pari passo con la tendenza degli Usa a cercare di mostrare la loro leadership, soprattutto in campo militare, con gesti estemporanei e spesso a-strategici.

Trump-Vance, da ticket della pace a ticket della guerra

Trump incarna crisi e contraddizioni di un impero che vuole la primazia senza dover rispondere delle responsabilità che essa comporta, e con l’attacco all’Iran tradisce tre suoi principi-chiave. Il primo è quello, emblematico, che un post su X del Partito Repubblicano indicava come “bandiera” elettorale il 4 novembre scorso, alla vigilia delle elezioni vinte da Trump e dal candidato vice J.D. Vance contro Kamala Harris. Il duo Trump-Vance era indicato come il “ticket della pace”. L’attacco all’Iran conferma quanto le bombe sganciate da marzo in avanti sullo Yemen e gli Houthi (in quella che l’analista Leonardo Lanzara ha invitato a definire a tutto tondo una “guerra”) avevano fatto capire: che così non sarebbe stato

Le non-mediazioni di Trump

Il secondo mito affondato è quello del Trump grande mediatore. Anche qui, i segnali c’erano tutti. La pace in Ucraina? Doveva arrivare “in 24 ore” in campagna elettorale, poi dopo l’inizio della seconda presidenza Trump si è aperto un orizzonte di trattative di alcuni mesi spronato dal confronto diretto tra The Donald e Vladimir Putin. Ora i colloqui sono in stallo, la guerra continua e la finestra di pace sembra essersi chiusa di fronte alla rinnovata offensiva estiva russa.

Del resto, a Mosca molti aspettavano come prova della buona volontà degli Usa la possibilità di risolvere la questione del nucleare iraniano per un accordo complessivo con Washington che andasse oltre la sfida indiretta su Kiev. Aver aperto il Vaso di Pandora del bombardamento è, oggettivamente, un duro colpo a tutta la postura diplomatica con cui Trump si vuole presentare al mondo. Aggiungiamo, poi, il fatto che Trump abbia prima aperto a due settimane extra di negoziati all’Iran e nei giorni successivi sia passato ai raid i Del resto, la politica estera non è un affare immobiliare o una partita a poker.

Trump non controlla gli equilibri globali

Terzo e ultimo cambiamento di postura è il fatto che Trump, pur presentandosi come uomo in controllo delle sfide e con un’agenda strategica e ambiziosa, alla prova dei fatti si mostra erratico, a-strategico e condizionabile. Non si può sapere quanto questo dipenda dall’assenza di controllo da parte di Trump su un’amministrazione dove convivono esponenti del movimento Maga con Repubblicani classici e esponenti del mondo neoconservatore oggi tornati in auge, ma la realtà è che agli atti della presidenza risponde, in ultima istanza, in primis il suo vertice.

Dalla guerra dei dazi, che ha prodotto nel confronto con la Cina la ricerca di un frettoloso accordo, alla sfida del Medio Oriente, abbiamo un’America al traino degli eventi. Un’America che al cambiare delle amministrazioni non manca di perseguire i suoi obiettivi di contenimento degli avversari (Iran, Cina, Russia) e di bilanciamento tra governo della globalizzazione e tamponamento degli impatti interni della stessa, ma che con l’attuale presidenza proponeva un cambio di passo nella gestione degli interessi globali che non c’è stato.

Non c’è un dossier su cui Trump, alla prova dei fatti, non rincorra qualcun altro: sull’Ucraina, Putin. Sull’Iran, Benjamin Netanyahu. In teatri come la Siria, la Turchia di Recep Tayyip Erdogan. Sui dazi, la risposta cinese. Come feudo privilegiato resta l’Europa, tuttora incerta nel suo disegno di autonomia strategica, ma anche altri storici alleati, come Canada, Giappone e Australia, elaborano dall’economia alla difesa piani di contingenza per trovare spazi di manovra autonomi da Washington.

Insomma, la portata di rottura dell’amministrazione Trump sembra essersi già esaurita. E non sono passati neanche sei mesi. L’Iran rischia di essere un punto di non ritorno specie se, come nota Foreign Affairs, “Trump lascerà la sicurezza statunitense e regionale dipendente dall’esito di una scommessa avventata che potrebbe trascinare gli Stati Uniti ancora più in profondità in Medio Oriente e creare un’altra debacle di politica estera che perseguiterà gli americani per decenni”, qualora l’idea del raid mordi e fuggi non abbia successo. Albert Einstein diceva che “Dio non gioca a dadi”; mutatis mutandis, i leader dovrebbero evitare di confondere la grande strategia con le slot machines.

Prosperità e sicurezza tra aspettative e realtà

La portata di rottura di Trump poggiava sulla promessa di maggior sicurezza, maggior prosperità agli Usa e sulla rinnovata leadership americana come fattore di equilibrio globale. Elementi decisivi per consolidare la sua vittoria.

Sul fronte della sicurezza, il mondo sta moltiplicando le sue sfide e gli Usa mancano della visione d’insieme per governarlo. L’unipolarismo americano è tramontato, il multipolarismo promosso dai rivali di Washington non è ancora sorto e nel frattempo abbiamo un mondo “multi-caotico” preda della “poli-crisi” geopolitica ed economica che dal Covid-19 in avanti sembra solo essersi amplificata.

La promessa di prosperità fa invece a pugni con le proposte di Trump sui dazi, destinati a aumentare l’inflazione mentre le politiche economiche che prospettano un maxi-aumento delle disparità di reddito e di consolidare la riforma fiscale del 2017 (fonte di uno dei più grandi trasferimenti di ricchezza dal 99% all’1% più ricco di un Paese che la storia ricordi) prevedono un aumento del debito che già grava sugli americani e la spesa per interessi divora una quantità di risorse, ogni anno, superiore a quella allocata per il Pentagono. Il nativismo trumpiano, poi, e le politiche di chiusura a immigrati e studenti stranieri rischiano, inoltre, di danneggiare gli Usa sul fronte del capitale umano, vero motore della leadership Usa. Un’America fragile e spaccata all’interno in un mondo caotico è tutto fuorché il garante ultimo della sicurezza che Trump pensava di costruire.

Classi dirigenti in declino

Con l’attacco all’Iran tutti i nodi vengono al pettine: non esiste alcuna eccezione Trump, come non è esistita dal 2017 al 2021 durante il suo primo mandato, nel momento in cui le tradizionali logiche di potere ed apparato che hanno alimentato scelte e errori Usa nell’ultimo quarto di secolo prevalgono e, soprattutto, scatta il riflesso interventista già visto all’opera in Afghanistan, Iraq, Libia e Siria in passato.

Non c’è alcuna eccezione americana alla tendenziale crisi che le classi dirigenti occidentali sperimentano nel leggere il mondo. Andando a traino di attori più determinati di loro. E Trump rischia di incorporare tutte le criticità di questo sistema. Esaurendo rapidamente ogni portato di novità e facendo cadere l’ultimo paletto con la guerra all’Iran, Trump ha inaugurato molto presto una nuova fase della sua presidenza. A nemmeno sei mesi dal suo inizio, una normalizzazione a tempo di record.

L’America vive una crisi esistenziale interna e un grande disequilibrio su quale sia il suo ruolo nel mondo, e resta dunque una nazione da osservare con attenzione. Su “InsideOver” la guardiamo da vicino con approfondimenti e chiavi di lettura mai scontate. Se vuoi sostenere il nostro modello di informazione, abbonati e diventa uno di noi!

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