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Politica /

L’Italia ha venduto bombe d’aereo all’Arabia Saudita che sono state usate nel sanguinoso conflitto in Yemen. Questa era la notizia del reportage del New York Times divulgato nei giorni scorsi che sta provocando un terremoto mediatico e politico in Italia ed oltreoceano. Il prestigioso quotidiano statunitense però non scopre nulla di nuovo, come già dimostrato da Mauro Indelicato in un precedente articolo, e sembrerebbe quasi, pertanto, una manovra da “campagna elettorale” della peggior specie.

Che l’Italia fornisca armi all’Arabia Saudita è risaputo da tempo, così come è risaputo che il nostro Paese effettui esercitazioni congiunte con i militari di Riad, alcune anche sul nostro territorio nazionale – una delegazione di cecchini dell’esercito saudita ha effettuato addestramento al tiro sulle Alpi all’inizio di quest’anno. Tutto quanto rientra nei normali rapporti diplomatici di due Paesi che, purtroppo o per fortuna, intrattengono rapporti amichevoli. 
Quello che fa “sorridere” è che il NYT punti il dito sull’Italia quando tra Washington e Riad esistono rapporti molto più stretti anche e soprattutto in fatto di armamenti.
L’Arabia Saudita ha infatti recentemente stretto un accordo per la fornitura del valore di 15 miliardi di dollari per il sistema di difesa antimissile THAAD, lo stesso utilizzato in Corea del Sud che tanto risulta indigesto a Pyongyang ma soprattutto a Pechino. Si dirà che comunque tale sistema rientra in un’ottica difensiva, anche considerando gli attacchi missilistici tentati – ed alcuni neutralizzati – da parte degli Houthi. In realtà però i commerci di armamenti tra i due Paesi sono molto più vasti e di lunga durata: già l’anno scorso, sotto l’amministrazione Obama, gli Stati Uniti avevano venduto carri armati ed altri armi pesanti a Riad per un valore complessivo di un miliardo di dollari; a giugno di quest’anno, inoltre, Washington ha sottoscritto un accordo del valore di un miliardo e 400 milioni di dollari che comprende in particolare 110 milioni in cacciabombardieri, carri armati, navi da guerra e, guarda caso, bombe d’aereo laser guidate. La rivista The Atlantic infatti riporta che il contratto, oltre agli armamenti, fornirà addestramento e supporto per l’utilizzo di una vasta gamma di sistemi che comprendono anche radar di scoperta che permetteranno a Riad di fare un enorme balzo in avanti nella difesa aerea, oltre che a tutta una serie di programmi di addestramento volti a migliorare le capacità dei soldati di Riad.

Ma l’impegno americano a fianco dei Saud nella guerra nello Yemen non si limita solo al fornire equipaggiamento ed addestramento. Il 14 ottobre dello scorso anno si registrò il primo intervento armato di Washington in quel conflitto quando il cacciatorpediniere USS “Nitze” aprì il fuoco contro postazioni radar Houthi che, secondo Washington, avrebbero “puntato” le navi americane. Questo almeno in via ufficiale. Del resto è difficile nascondere un attacco missilistico navale, ma in quella guerra si sono registrati numerosi interventi di forze speciali americane spesso e volentieri supportate da aerocannoniere AC-130H e da elicotteri “Apache” formalmente impiegate per colpire posizioni di “terroristi legati ad al-Qaeda”, ma non è dato sapere se effettivamente si trattasse di terroristi o se la Casa Bianca stesse facendo un favore a Riad eliminando i capisaldi Houthi. 
Quella nello Yemen è una sporca guerra – come se ne esistessero di pulite – che vede diversi attori internazionali aiutare le parti in causa: l’Iran ad esempio non nasconde di spalleggiare gli Houthi nella loro battaglia mentre l’Arabia Saudita oltre ad avere il supporto americano ha anche quello francese ed inglese. Anche la Russia sembra voler entrare nella questione ed è con un cinismo molto singolare – e dettato dalle congiunture economiche e storiche – che Mosca ha venduto i sistemi S-400 a Riad e ha stipulato contratti per la fornitura di altri armamenti pur restando uno degli alleati più forti di Teheran, acerrimo nemico regionale di casa Saud.  

Insomma, l’inchiesta del NYT, oltre a scoprire un po’ l’acqua calda, risulta molto ipocrita se paragonata a quanto Washington sta facendo nella regione. Risulta ipocrita anche considerando quello che non stanno facendo, se consideriamo in questo senso l’attività diplomatica di denuncia e condanna di aggressioni che gli Stati Uniti hanno usato, anche nel passato recente, per scagliarsi contro quei Paesi che, a detta loro, avrebbero tenuto un comportamento “terrorista”, come la Siria o la Corea del Nord. Ma dello Yemen, degli Houthi, poco importa, soprattutto quando non si deve infastidire un alleato prezioso nella regione che è ancora in grado di condizionare col petrolio gli interessi di Washington.