Adesso cambia tutto, e non c’è niente di cui stupirsi se nei prossimi mesi Donald Trump dovesse capovolgere i paradigmi adottati fin qui dagli Stati Uniti in politica estera. Senza John Bolton al suo fianco nelle vesti di consigliere della Sicurezza Nazionale, il presidente americano è libero di portare avanti la sua strategia come meglio crede. Ecco che quel bizzarro mix di art of deal e pragmatismo che Trump ha avuto modo di sfoggiare con la Corea del Nord e con la Cina non deve più rendere conto a nessuno, tanto meno a Falchi troppo ingombranti. Già, la Corea del Nord e la Cina, i due dossier più scottanti ai quali deve far fronte la Casa Bianca in Asia, il continente, guarda caso, dove The Donald e Bolton hanno dimostrato proprio di non capirsi. Idee diverse, vedute contrastanti, tattiche incompatibili, distanza siderale: questo e molto altro era alla base del rapporto tra il più rispettato dei consiglieri alla Sicurezza nazionale statunitense e il presidente degli Stati Uniti. A questo punto vale la pena farsi una domanda: con l’addio di Bolton, come cambia la strategia di Washington nel continente asiatico?

Bolton e la Corea del Nord

La Corea del Nord pochi giorni fa ha effettuato l’ennesimo test missilistico, al quale però ha affiancato un’insolita ed esplicita apertura agli Stati Uniti. “Incontriamoci, noi siamo pronti a sederci a un tavolo con voi per trattare sui temi che ci dividono”: questo è in sostanza il messaggio lanciato da Pyongyang all’indirizzo di Trump. Il presidente americano ha incontrato per tre volte l’omologo nordcoreano Kim Jong Un e senza ombra di dubbio è pronto a farlo ancora. Nel secondo faccia a faccia di Hanoi, in Vietnam, sembrava che la strada verso un accordo di pace tra le parti fosse ormai cosa certa, ma sul più bello i due leader abbandonarono il meeting tra l’incredulità generale. Tra le ipotesi alla base della fumata nera c’era anche quella secondo la quale il Deep State americano non voleva che Trump siglasse alcuna pace con Kim; altro che arcobaleni e colombe, i Falchi sognavano il totale annientamento della Corea del Nord. In merito a quell’occasione non ci sono prove a conferma del ruolo attivo di Bolton, ma molti mesi più tardi il consigliere tornò a scontrarsi apertamente con Trump riguardo il comportamento da tenere con Pyongyang. Mentre il presidente elogiava l'”amico” Kim e minimizzava l’atteggiamento del governo nordcoreano sui test missilistici estivi, Bolton sottolineava come la Corea del Nord stesse violando le sanzioni Onu, e che per questo motivo meritasse l’inasprimento delle pene. Insomma, senza John Bolton tra i piedi Donald Trump ha carta bianca su come gestire il dossier nordcoreano. Prepariamoci a nuovi colpi di scena.

L’accordo commerciale con la Cina

L’ombra di Bolton ha sicuramente influenzato anche l’atteggiamento fin qui tenuto da Trump nei confronti della Cina. Ricordiamo che tra Washington e Pechino è in corso una guerra dei dazi. La tensione è alle stelle, la pur ottima economia americana inizia a risentire gli effetti del braccio di ferro continuato e tutto lascia intendere che in questo momento Trump ha bisogno di trovare al più presto un accordo con Pechino. Senza Bolton, il deal è più facile. Il motivo? John Bolton è colui che ha redatto tutti gli ordini presidenziali mirati a colpire Huawei, l’azienda cinese considerata un pericolo per la sicurezza nazionale Usa. Il consigliere non è stato l’artefice della campagna contro il colosso di Shenzen, ma incarnava la posizione dell’ingelligence e – ci risiamo – di una buona parte del Deep State americano. Bolton è però lo stesso che nel 2018 sosteneva sulle colonne del Wall Street Journal che gli Stati Uniti avrebbero dovuto collocare le proprie truppe a Taiwan per lanciare un chiaro segnale a Pechino. Come per la Corea del Nord, anche sulla Cina la palla passa a Trump. Molti esperti sono concordi nel sostenere che senza Bolton la pax commerciale sino-americana non è più un miraggio.