Il 27 agosto è iniziato il tour ai confini della periferia orientale del Vecchio continente di John R. Bolton, il consigliere per la sicurezza nazionale dell’amministrazione Trump. L’Ucraina è stata scelta come prima tappa del viaggio, una meta obbligata nella quale si discuterà del conflitto del Donbass e delle ambizioni cinesi sul settore aerospaziale nazionale, ma saranno Chișinău e Minsk i veri obiettivi su cui lavorerà il consigliere, perché il loro posizionamento filorusso è sempre più vacillante e saper sfruttare la temporanea debolezza di Mosca potrebbe rivelarsi fondamentale per ridisegnare gli equilibri di potere regionali.

Ucraina: non solo Donbass

Dal 2014 ad oggi l’Ucraina si è rapidamente trasformata da un baluardo storico del mondo russo all’ultimo pilastro dell’espansionismo economico-militare della comunità euroamericana. La classe politica emersa nel dopo-Euromaidan è votata all’unanimità al perseguimento di un nuovo interesse nazionale, che non coincide più con il mantenimento di un legame stretto con Mosca ma con l’integrazione nell’Occidente.

Gli Stati Uniti stanno puntando molto sul neoeletto presidente Volodymyr Zelensky, il quale ha ribadito di avere come priorità la risoluzione del conflitto nell’Ucraina orientale. Dopo una due-giorni ad Ankara per discutere di economia, Crimea e sicurezza regionale con l’omologo turco, a inizio settembre il presidente ucraino volerà a Washington per incontrare Donald Trump.

La scelta dell’Ucraina come prima tappa del viaggio di Bolton non è, perciò, casuale, ma frutto di una precisa strategia. Bolton sta incontrando i vertici politici e della sicurezza del paese, anticipando allo staff di Zelensky i dossier che saranno poi approfonditi alla Casa Bianca. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non sarà la Russia a monopolizzare il faccia a faccia Zelensky-Trump ma la Cina.

Lo scorso giugno la cinese Skyrizon ha avanzato una proposta di acquisto di più del 50% di Motor Sich, un’azienda ucraina leader nel settore aeronautico ed aerospaziale, ma il comitato antimonopoli dell’Ucraina ha rinviato a data da destinarsi una decisione in merito inizialmente fissata per fine luglio.

Il rinvio è probabilmente legato alle pressioni provenienti dagli Stati Uniti, che proprio attraverso Bolton hanno manifestato preoccupazione, sostenendo che l’entrata dei cinesi nell’azienda rappresenta un pericolo per la sicurezza nazionale di Washington in quanto avrebbero accesso a tecnologia di alta qualità utilizzabile per scopi militari. Si tratta di uno scenario che l’amministrazione Trump vuole evitare ad ogni costo, affossando le trattative ed escludendo i cinesi da ogni quota.

Moldavia e Bielorussia: sfruttare le crepe

La Moldavia si altalena da anni tra una maggiore apertura all’Unione europea, sfruttando l’influenza politica, culturale ed economica giocata sul piccolo paese dalla Romania, e il mantenimento di una relazione privilegiata con la Russia, la quale dispone di leve di pressione significativamente forti come la dipendenza dell’export moldavo dal mercato russo e la Transnistria.

A giugno scorso una crisi politica causata dalle pesanti interferenze sulle dinamiche di governo dell’oligarca Vladimir Plahotniuc, si è conclusa con la formazione di un governo bicolore formato da filorussi, il Partito Socialista del presidente Igor Dodon, ed europeisti, il blocco ACUM di Andrei Nastase e Maia Sandu.

Bolton è chiamato a sfruttare questo delicato momento di transizione in cui politica e società moldava appaiono più polarizzate che mai per quanto riguarda i temi del sodalizio con la Russia, che è molto sentito culturalmente ed è favorito dall’influente chiesa ortodossa locale, e dell’avvicinamento all’Unione europea, che è considerato positivamente dalle espressioni politiche liberali e da una parte crescente della società civile.

Come nel caso ucraino, la visita di Bolton servirà a sondare il terreno e capire qual’è la situazione reale nel paese, anticipando ai vertici del potere i temi che saranno poi approfonditi dal primo ministro Maia Sandu direttamente negli Stati Uniti durante una lunga visita dal 29 agosto al 4 settembre.

L’economia è l’arma che probabilmente sarà utilizzata per allontanare la Moldavia, che è tra i paesi più poveri dell’Europa, fuori dall’orbita russa. A giugno la Sandu e la Commissione europea hanno siglato accordi di assistenza finanziaria per 45 milioni di dollari, e altri aiuti saranno chiesti durante un incontro tra la stessa e il segretario di Stato Mike Pompeo.

La Bielorussia sarà la tappa finale del viaggio e già si annuncia un evento storico: Bolton sarà il più importante membro di un’amministrazione statunitense ad aver visitato il paese negli ultimi vent’anni.

Come in Moldavia, i rapporti con Mosca continuano ad essere stabili e privilegiati ma il più longevo dittatore del continente, Aleksandr Lukashenko, sta palesando una crescente insofferenza nei confronti di Vladimir Putin, accentuatasi proprio negli ultimi mesi. Il paese è economicamente dipendente dalla Russia e sta tentando una difficile emancipazione rivolgendosi alla Cina, la quale ha fiutato la crisi sotterranea in corso proponendosi con le collaudate diplomazie dello yuan e degli stadi.

Il compito di Bolton potrebbe, perciò, rivelarsi più semplice del previsto o, almeno, più di quanto non sarebbe stato dieci anni fa. Il consigliere tenterà di fornire rassicurazioni ai vertici militari per quanto riguarda i piani dell’amministrazione Trump di incrementare armi e personale nella vicina Polonia, proponendo allo stesso tempo di rafforzare la collaborazione bilaterale nei campi energetico ed economico e avere l’occasione di osservare direttamente il grado d’infiltrazione cinese nel cortile di casa della Russia.

Gli Stati Uniti di Trump hanno compreso che i rapporti fra Mosca e i suoi ultimi due avamposti nell’Europa orientale sono più fragili che in passato, per quanto le crepe possano essere nascoste, e che è possibile indurre una frattura profonda senza ricorrere ad un nuovo Euromaidan, limitandosi ad offrire la prospettiva di migliori condizioni economiche ai popoli più poveri del continente. Ma fra le ambizioni di Washington sull’ex mondo sovietico e la realtà grava già oggi un’incognita: la Cina.