Sono passati circa 200 anni da quando gli Stati Uniti, per la prima volta, proclamarono la Dottrina Monroe che sanciva il principio di “America per gli americani”. Monroe dichiarò che “i continenti americani, grazie alla libertà e all’indipendenza conquistate e preservate, non debbono considerarsi soggetti alla futura colonizzazione di qualsiasi potenza europea”. E aggiunse che “ogni intervento nell’emisfero sarebbe stato considerato una manifestazione di ostilità verso gli Stati Uniti”.

Più tardi, come spiega il professor Sergio Romano, quando la sconfitta del Messico dette agli Stati Uniti le coste della California e le rive del Rio Grande, la dottrina di Monroe smise di essere difensiva e divenne l’argomento con cui i presidenti americani potevano giustificare la guerra di Cuba, le interferenze nella rivoluzione messicana, il canale di Panama e le pressioni esercitate sui governi del subcontinente. Da Theodore Roosevelt a Richard Nixon, negli anni Settanta gli Usa arrivarono a pianificare l’Operazione Condor (o Plan Condor), il coordinamento segreto tra i servizi di intelligence delle dittature militari di Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Paraguay e Uruguay che sulla carta ambiva a combattere il “terrorismo” ma nei fatti aveva l’obiettivo di reprimere, con ogni mezzo, le forze socialiste e rivoluzionarie in America Latina e all’estero.

L’attenzione di Washington per quello che considera “il cortile di casa” si è pienamente manifestata anche nelle recenti elezioni brasiliane che hanno incoronato il conservatore e anti-socialista Jair Bolsonaro, che ha giurato piena fedeltà alla Casa Bianca e alla sua politica estera.

Bolsonaro, asse con Trump contro il socialismo latinoamericano

Il neo-presidente ha promesso un sostegno assoluto a Israele e di trasferire al più presto a Gerusalemme l’ambasciata brasiliana. Bolsonaro, che ha giurato da presidente il 1° gennaio, è inoltre famoso per il suo disprezzo verso il leader del Venezuela, Nicolás Maduro, e per la “ideologia spregevole e assassina” che incarnerebbe quest’ultimo. L’anno scorso l’ex militare ha promesso di “fare tutto il possibile per vedere deposto il governo”.

Il suo disprezzo per il socialismo è rintracciabile anche nel discorso di insediamento: “Mi presento a tutti voi in questo giorno in cui il popolo ha iniziato a liberarsi dal socialismo, a liberarsi dall’inversione dei valori, dal gigantismo dello Stato e dal politicamente corretto”. Ad ascoltarlo, tra gli altri, c’erano il premier israeliano Benjamin Netanyahu, il premier ungherese Viktor Orbán e soprattutto il Segretario di Stato americano, Mike Pompeo. Nel suo primo discorso ha promesso che libererà il Paese dai “retaggi ideologici”, nel pieno rispetto delle “religioni e della tradizione giudaico-cristiana”, e “combatterà contro l’ideologia di genere”, senza “discriminazioni né divisioni”. Le congratulazioni di Trump sono invece arrivate su Twitter: “Grande discorso di inaugurazione, gli Usa sono con te”.

Pochi giorni fa, sempre su Twitter, il neo presidente sudamericano ha promesso di rivoluzionare la scuola e le modalità di insegnamento in ottica anti-marxista: “Uno degli obiettivi per tirare fuori il Brasile dalle peggiori posizioni nel ranking mondiale dell’istruzione è combattere la spazzatura marxista che si è insinuata nelle istituzioni dell’insegnamento”. “Assieme al ministro dell’Istruzione”, aggiunge Bolsonaro, formeremo “cittadini e non più militanti politici”.

Sì a base Usa in Brasile

A poche ore dall’insediamento, il presidente Bolsonaro ha dichiarato in un’intervista televisiva che è aperto a discutere sulla possibilità di ospitare una base militare degli Stati Uniti, aggiungendo che il Brasile dovrebbe essere preoccupato per i legami russi con la “dittatura” in Venezuela. “A seconda di cosa succede nel mondo, chissà se non avremmo bisogno di discutere quella domanda di ospitare una base americana in futuro”, ha detto il leader brasiliano.

Nel corso dell’intervista, l’ex militare ha definito Trump “l’uomo più potente del mondo” e ha sottolineato che esiste già un accordo preliminare per una sua visita negli Stati Uniti a marzo. Per ciò che riguarda il trasferimento dell’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme, il neo-presidente ha ribadito che ormai “la decisione è presa”. Come si evince dalle sue prime eloquenti dichiarazioni da presidente, per Washington l’insediamento di Bolsonaro rappresenta una vittoria strategica importante nell’ottica di contenimento del socialismo in America Latina. Più che un “sovranista”, infatti, come qualcuno l’ha superficialmente definito, Jair Bolsonaro è un convinto sostenitore dell’egemonia americana su tutto il continente americano.