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Lo scorso 10 luglio, il presidente brasiliano Jair Bolsonaro ha annunciato sul suo profilo Twitter l’avvenuto test del Mansup, il missile antinavale di superficie in via di sviluppo nei laboratori della Marina Militare brasiliana. Si tratta del terzo prototipo lanciato, dopo le prove occorse nel novembre del 2018 e nel maggio del 2019, e anche in questo caso le verifiche si sono concluse senza intoppi.

Questo avvenimento riveste una notevole importanza non solo a livello militare e strategico, ma anche geopolitico: infatti, la costruzione di un’arma interamente progettata e realizzata in Brasile può potenzialmente aprire nuovi scenari e dinamiche estremamente interessanti per l’intera regione che si sommano a un fermento presente da mesi intorno alle élite militari di Brasilia.

Bolsonaro e l’esercito: un rapporto altalenante

Il Mansup, lanciato, come nel caso del test precedente, dalla fregata Independência, è soltanto l’ultima conferma di un rapporto, quello tra Bolsonaro e la leadership militare, fatto di alti e bassi, di legami stretti ma anche di qualche eclatante strappo. Il neopresidente, lui stesso ex militare prima di affrontare la carriera politica, ha fin da subito promosso un ritorno alla ribalta, anche in ambito governativo, delle figure più in vista all’interno dell’esercito nazionale: una scelta in linea con gli attestati di stima dello stesso Bolsonaro nei confronti della dittatura militare attiva nel Paese tra il 1964 e il 1985, a suo parere responsabile per “vent’anni di ordine, progresso e prosperità”. Non a caso, ben sette dei 22 membri inizialmente scelti per comporre l’attuale amministrazione provenivano dalle forze armate, come ad esempio il Segretario Generale alla Presidenza Floriano Peixoto e il Ministro-Segretario Carlos Alberto dos Santos Cruz, ex comandante delle forze di pace ONU nella Repubblica Democratica del Congo.

Ma l’idillio tra l’esercito e il presidente non è così stabile come si potrebbe credere: ne è testimonianza il licenziamento dello stesso Cruz occorso lo scorso giugno, imputato da alcuni a sopravvenuti contrasti con il potente figlio del presidente, Carlos, e con Olavo de Carvalho, considerato a tutti gli effetti il guru ideologico alle spalle del leader brasiliano, che in un recente tweet aveva definito Cruz un pezzo di m**** . Si tratta peraltro del terzo ministro (sostituito da un altro militare, il generale Luiz Eduardo Rasmos) licenziato nel giro di sei mesi.

Anticomunismo in salsa brasileira

Un’altra mossa circondata da enorme clamore, non solo all’interno dei confini brasiliani, è stata l’apertura di Bolsonaro nei confronti di un’eventuale presenza militare Usa nel Paese, annunciata poco dopo il suo insediamento lo scorso gennaio allo scopo di contrastare le infiltrazioni russe in Venezuela. La dichiarazione, definita dai vertici dell’esercito “spontanea” e presa senza alcun preavviso, si inquadra all’interno della politica filoamericana ed antimarxista del presidente, che nel corso di suoi discorsi ha spesso condannato i regimi di altri Paesi dell’area centro- e sudamericana come Nicaragua, Cuba e lo stesso Venezuela, il cui leader Maduro non è riconosciuto da Brasilia (al contrario del su avversario Guaidó) e contro il quale Bolsonaro non ha mai escluso un possibile intervento militare, magari a fianco dell’alleato Trump.

Ma le opinioni di Bolsonaro nei confronti dei vicini non sono soltanto negative: è nota da tempo la sua ammirazione nei confronti del presidente argentino Macri, meritevole, a detta della sua controparte brasiliana, di aver spezzato il dominio politico dei Kirchner, definiti “molto simili a Lula e alla Rousseff”. Un appoggio confermato anche militarmente, con la cessione di due sottomarini di classe Tupi alla marina argentina, con l’opzione di poterne trasferire altri due entro la prima metà degli anni 2020, in cambio, chissà, di una futura e ingente iniezione di contanti nelle casse del Ministero della Difesa di Brasilia.

Entra in gioco il nucleare?

I sottomarini Tupi, che prima di tornare operativi dovranno essere riammodernati e ripreparati dalle autorità militari argentine, non sono semplicemente un “dono” di Bolsonaro a Macri: il loro posto verrà infatti preso da alcuni nuovi esemplari di classe Scorpène, prodotti dalla francese Naval Group, la cui consegna è prevista per il prossimo anno nell’ambito di un progetto denominato Prosub.

Una notizia che va a sommarsi alla rinascita del programma nucleare brasiliano, da tempo attivo ma per anni limitato a scopi civili: il governo brasiliano vorrebbe infatti sffidarne lo sviluppo alla Marina, al fine di costruire un sommergibile nucleare interamente “made in Brazil”, ma, e questa è l’incognita fondamentale, dovrebbe prima essere in grado di realizzare armi nucleari: un’eventualità non improbabile visto il buon livello del programma brasiliano, ma vietata da molti dei trattati ai quali il Paese aderisce (con l’importante eccezione del Protocollo Aggiuntivo, che garantirebbe all’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica accesso illimitato alle installazioni nucleari del Paese, ma che il Brasile non ha mai firmato), così come vietato sarebbe l’acquisto di un sottomarino nucleare da altre potenze come la Francia, ultima spiaggia nel caso l’approccio autarchico -che prosegue a gonfie vele in parallelo ai legami con Parigi- sia in questo caso impossibile.

Tuttavia, la nomina del Ministro per l’Energia, andata proprio a un uomo della Marina (l’ammiraglio Bento Costa Lima Leita) e la joint venture siglata tra i gruppi Dcns (francese) e Odebrecht (brasiliano, nel 2018 al centro del più grande scandalo di corruzione mai accordo in Brasile) sembrano far intendere che a Bolsonaro, le limitazioni imposte dagli accordi internazionali non importino più di tanto.

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