L’etichetta che la sinistra continua ad appiccicare su Jair Bolsonaro è sempre la stessa. Il termine inequivocabile che precede il nome del presidente del Brasile è “fascista”, un appellativo che all’atto pratico non trova alcun riscontro, ma che rappresenta un’efficace offesa, per giunta valida per tutte le stagioni e riconosciuta a ogni latitudine, se si vuole screditare agli occhi dell’opinione pubblica un personaggio scomodo. Bolsonaro è un fascista, così come è già stato ridefinito fascistissimo il suo nuovo partito, “Alleanza per il Brasile”. Certo, il Trump brasiliano, come lo hanno soprannominato alcuni media, non ha fatto niente per evitare l’odio dei progressisti, sempre in attesa di sottolineare la presunta gravità di ogni dichiarazione o azione politica del leader brasiliano. Ma da qui a definirlo fascista la strada è lunga.

Il nuovo partito di Bolsonaro

Lo scorso 21 novembre, nel corso di una convention costitutiva, Bolsonaro ha presentato “Alleanza per il Brasile“, un partito nato contro “il comunismo, la globalizzazione e qualsiasi ideologia contraria all’ordine naturale”. La nuova fazione, portatrice di valori conservatori, riserverà particolare attenzione al ruolo della famiglia all’interno della società. Ma il programma è vastissimo, e spazia dall’esortazione della popolazione brasiliana a usare le armi per difendersi alla battaglia ideologica senza quartiere contro i movimenti di sinistra, fino a ricordare l’importanza di Dio e della religione. Sulle armi, come riporta il quotidiano O Globo, Bolsonaro non ha usato mezzi termini nell’esporre il proprio obiettivo, cioè quello di “lottare instancabilmente fino a quando tutti i brasiliani vedranno riconosciuto il loro diritto inalienabile di possedere e portare con sé armi per la propria difesa personale e per quella delle proprie proprietà”. La direzione dell’Alleanza per il Brasile sarà affidata a uno dei suoi figli, Flavio. Nessuno degli attuali ministri del governo in carica farà parte del nuovo partito.

I principi di “Alleanza per il Brasile”

Bolsonaro ha abbandonato il Partito sociale, il contenitore con il quale aveva vinto le ultime elezioni, a causa di vari dissidi interni. E così è nata Alleanza per il Brasile, un partito che deve “dare voce al popolo brasiliano”. Tra i principi cardine della nuova creatura non c’è traccia di fascismo. Anzi: nel programma ufficiale si sottolinea come il partito “cercherà di diffondere la verità sui crimini del comunismo, del globalismo e del nazifascismo” e si impegnerà a favorire la libertà d’impresa.


Porte chiuse, inoltre, alle affiliazioni con condannati in secondo grado per reati di odio, corruzione o violenza contro le donne. Dove sarebbe il fascismo? I progressisti si appigliano al logo del partito, completamente fatto di proiettili, e a qualche battuta goliardica uscita dalla bocca di Bolonsaro. Un po’ poco per lanciare allarmi disperati.

I successi di Bolsonaro

Uno dei pilastri sul quale ha dato l’impressione di volersi concentrare Bolsonaro è l’ordine sociale. In altre parole, il presidente brasiliano punta a garantire una maggiore sicurezza nel Paese, dopo anni complicati e numeri non proprio ottimali. In una delle sue ultime uscite, Bolsonaro ha affermato di voler esentare gli agenti di polizia dalle responsabilità penali per le azioni commesse nell’esercizio delle loro funzioni. La sua priorità è rendere il Brasile un luogo sicuro e, in attesa delle future disposizioni, vale la pena dare uno sguardo alle statistiche pubblicate dal Ministério da Justiça e Segurança Pública brasiliano. Confrontando la quantità di reati commessi in Brasile nel periodo compreso tra gennaio e luglio 2019 con quello relativo al 2018, scopriamo come gli stupri siano scesi del -10,9% (da 28484 a 25375), gli omicidi dolosi addirittura del -22,3% e così via in un turbinio di successi più o meno grandi. La sinistra brasiliana, forse, anziché lamentarsi dovrebbe prendere spunto da qui.

GILET GIALLI: UN ANNO DOPO
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