Nel corso della marcia d’avvicinamento al ballottaggio presidenziale di domenica 28 ottobre che ha visto opposto al candidato della sinistra Fernando Haddad, Jair Bolsonaro ha espresso apertamente posizioni contrarie alle numerose regolamentazioni ambientali che tutelano la ricchissima biodiversità brasiliana e pongono vincoli all’attività economica in campo agricolo, minerario e commerciale nelle delicate regioni protette, prime fra tutte quelle dell’Amazzonia.

Come riporta l’Agi“il programma di quello che è già stato soprannominato il ‘Trump tropicale’ parla chiaro: uscita dall’accordo di Parigi, abolizione del ministero dell’Ambiente che verrà accorpato a quello dell’Agricoltura e via libera ad un’autostrada che taglierà in due l’Amazzonia, più grande foresta pluviale tropicale e polmone verde del pianeta”.

La “deregulation ambientale” di Bolsonaro

Nella grande agenda economica di marcato stampo neoliberista progettata da Paulo Guedes, possibile superministro delle Finanze di un amministrazione Bolsonaro, la riduzione dei vincoli ambientali agli investimenti e la riapertura dell’Amazzonia all’attività economica hanno uno spazio importante. Il Partito Social-Liberale e il suo leader, oltre alle azioni previste, hanno allo studio l’ipotesi di ridurre i tempi di analisi dei costi e dei benefici per riavviare i cantieri per le centrali idroelettriche amazzoniche, le quali sfruttando i fiumi dell’ampia regione tropicale rappresentano rischio per l’ecosistema, e di abbattere drasticamente pene e multe connesse al disboscamento illegale a fini agricoli. 

Il patrimonio naturale dell’Amazzonia rischia di subire un attacco ancora più drastico di quello subito dall’uscente amministrazione Temer, che nell’agosto 2017 aveva tentato l’abolizione della riserva amazzonica di Renca, istituita nel 1984 al confine tra gli Stati federali di Amapa e Para su un’area di 46mila chilometri quadrati, superiore alle dimensioni della Danimarca, attraverso un decreto governativo ad hoc. Quello che il senatore  Randolfe Rodrigues ha definito “il più grande attacco all’Amazzonia degli ultimi 50 anni”, finalizzato ad aprire l’area all’estrazione dei ricchi giacimenti minerari del sottosuolo ( oro, ferro, rame, tantalo, nichel e manganese), è stato rintuzzato dal giudice federale Rolando Valcir Spanholo, constatata l’illegittimità del decreto. Ora Bolsonaro rilancia una sfida ancor più grande alle politiche di tutela dell’ambiente, che potrebbe causare gravi pregiudizi ai diritti dei popoli indigeni.

Bolsonaro a tutto campo contro i popoli indigeni

Nella giornata del 22 ottobre, Bolsonaro è stato raggiunto dalla notizia di un endorsement molto particolare: quello dell’ex leader del Ku Klux Klan statunitense, David Duke, che ha apprezzato le prese di posizione del candidato di estrema destra alla presidenza in materia di diritti sociali. E Bolsonaro ha un’idea molto chiara dei diritti che prevede di garantire alle minoranze, prime fra tutte le centinaia di popolazioni indigene che abitano il Brasile profondo.

“Nemmeno un centimetro quadrato in più agli indios”, è una delle promesse di Bolsonaro, il quale sostiene che le riserve sono già troppo ampie in Brasile. Come scrive Rocco Cotroneo sul Corriere della Sera“sul destino che attendono gli storici movimenti brasiliani per aprire i grandi latifondi incolti ai contadini ‘sem terra’ e la protezione oggi garantita alle comunità indigene, le parole bellicose di Bolsonaro (“Finirla con tutta quella roba lì”, è lo slogan preferito) non trovano riscontri chiari nel programma di governo, ma sono forti i timori di regolamenti privati di conti nei campi e nelle foreste, dove gli squadroni della morte già esistono e l’impunità per chi fa fuori attivisti è già altissima”.

L’articolo 231 della Costituzione brasiliana del 1988 afferma che le popolazioni indigene hanno “diritti originari sulle terre che hanno tradizionalmente occupato”. Ma per Bolsonaro l’età dell’oro precede la storia del Brasile democratico: fu il ventennio di regime militare durato dal 1964 al 1985, nel corso del quale contro i primi abitanti del Brasile fu condotta una guerra spietata a base di torture, attacchi chimici, arresti di massa, stupri ed esecuzioni extragiudiziari, certificate dal famigerato Rapporto Figueiredo.

Non a caso, gli indigeni del Brasile hanno lanciato la loro personale battaglia politica contro Bolsonaro. Il vero sovranismo, in Brasile, è quello di coloro che temono, come scrive Julia Moreira sul sito della Unrepresented Nations and People Organization (Unpo), l’instaurazione di un ordine in cui “gli interessi economici e commerciali prevarranno sopra i bisogni dei popoli e l’oppressione dei popoli indigeni è destinata ad aumentare”.

L’agrobusiness tifa Bolsonaro

Jair Bolsonaro ha potuto incassare, con le sue dichiarazioni sull’ambiente e gli indigeni, il sostegno di uno dei gruppi di pressione più potenti del Brasile: l’agrobusiness personificato dai fazendeiros, ovvero i grandi proprietari terrieri, agricoltori e allevatori, che dominano la produzione agricola brasiliana e che rappresentano l’emblema delle sue notevoli disuguaglianze economiche.

Come scrive Carlo Cauti sul penultimo numero di Limes, “l’agrobusiness brasiliano è un potere economico gigantesco, che equivale al 23,5% del Pil e dà lavoro a 20 milioni di persone, tutti peraltro potenziali elettori. I fazendeiros vanno a Brasilia a difendere i propri interessi organizzati nel Fronte parlamentare ruralista, il gruppo più organizzato del Congresso: 210 deputati e 26 senatori, ovverosia il 39,7% di tutti i parlamentari brasiliani, suddivisi in 18 partiti, che marciano insieme travolgendo qualsiasi ostacolo”.

Una massa di manovra che Bolsonaro vuole assicurarsi come alleata tenendo conto della necessità di dover costituire maggioranze parlamentari stabili in un contesto liquido come quello brasiliano, che nel Parlamento vede molto spesso l’appartenenza “corporativa” sovrapporsi o superare quella partitica. Un’agenda ambientale a dir poco retrograda ed estremista è il jolly che Bolsonaro gioca per conquistare la presidenza e ampliare la sua base di sostegno. Fino all’ultimo giorno la campagna elettorale nel Paese verdeoro riesce a diventare sempre più divisiva e senza esclusione di colpi. Una manifestazione della deriva di uno Stato senza controllo e una cupa anticipazione su un’avvenire sempre più incerto.