È finita l’era dell’ambiguità. L’ex presidente brasiliano Jair Bolsonaro, simbolo e capofila dell’estrema destra latinoamericana, andrà a processo. Lo ha deciso la Corte Suprema del Brasile con un voto unanime: cinque giudici su cinque hanno dato il via libera al procedimento penale che lo accusa di aver cospirato, insieme a ufficiali militari e membri del suo Governo, per rovesciare l’ordine democratico dopo la sconfitta elettorale del 2022.
Si chiude così una lunga stagione di tensioni istituzionali, e se ne apre una forse ancora più delicata. Perché ora la giustizia brasiliana dovrà dimostrare che quello che molti, per mesi, hanno bollato come folklore politico, paranoia da social network o protesta esasperata, era in realtà il tassello finale di un piano eversivo.
La trama e il disegno
Il giudice Alexandre de Moraes, figura centrale nel contrasto al bolsonarismo più radicale, ha mostrato in aula le immagini dell’8 gennaio 2023: l’assalto al Congresso, alla Corte Suprema, al palazzo presidenziale, in una Brasilia assediata e sventrata da migliaia di sostenitori dell’ex presidente, una settimana dopo l’insediamento ufficiale di Luiz Inácio Lula da Silva. Quelle scene – finestre sfondate, uffici devastati, simboli repubblicani calpestati – ricordano da vicino il 6 gennaio americano e il tentativo, in quel caso fallito, di Donald Trump di capovolgere l’esito elettorale.
Ma per Moraes e la Corte brasiliana, non si tratta solo di una replica tropicale del Capitol Hill. L’assalto sarebbe stato l’atto conclusivo di un’operazione strategica, costruita nel tempo con metodo: un’offensiva sistematica per delegittimare le elezioni, insinuare il dubbio nella legittimità del voto elettronico, seminare sfiducia nei confronti della magistratura e dei media, e infine spingere il Paese sull’orlo della sospensione della democrazia.
Il peso della toga contro la propaganda
Bolsonaro, ex capitano dell’esercito, presidente dal 2019 al 2022, ha sempre negato ogni responsabilità. Parla di persecuzione politica, di complotto della sinistra, di giudici “militantizzati”. È un linguaggio che conosciamo bene, già sentito da altre latitudini, da leader che una volta al potere fanno guerra alle istituzioni e, una volta sconfitti, si proclamano vittime di un sistema che non controllano più. Ma questa volta la giustizia brasiliana sembra determinata a smontare il castello di slogan e disinformazione che ha sostenuto la sua retorica negli ultimi anni.
Bolsonaro è accusato di cinque reati gravissimi, tra cui il tentativo di abolire con la forza lo stato di diritto democratico. Se riconosciuto colpevole, rischia una condanna pesante, non solo sul piano penale ma soprattutto su quello politico: l’isolamento definitivo da un’arena che finora non è riuscita (o non ha voluto) fare i conti fino in fondo con la stagione dell’estremismo.
Non solo Bolsonaro
Ma ridurre tutto a una resa dei conti personale sarebbe un errore. Il processo a Bolsonaro è un banco di prova per la democrazia brasiliana, e per tutte le democrazie che si trovano oggi esposte a una minaccia più sottile e insidiosa di quelle del passato: non l’attacco armato, ma il sabotaggio istituzionale. La lenta erosione della fiducia pubblica, la delegittimazione sistematica dei poteri di controllo, la trasformazione della politica in una lotta apocalittica contro “il nemico interno”.
Il Brasile è un Paese attraversato da profonde fratture sociali, culturali, religiose. L’ascesa di Bolsonaro si spiega anche con la paura di un ceto medio impoverito, con il peso dell’influenza evangelica, con la sfiducia diffusa nelle élite. Ma questo non giustifica né il delirio messianico né il disprezzo per la legalità costituzionale.
La democrazia come memoria
Nel portare Bolsonaro a processo, la Corte Suprema brasiliana non si limita a un’azione giuridica. Fa qualcosa di più: riafferma l’idea che la democrazia non è solo un rito elettorale, ma un patto fondato su regole e responsabilità. E che chi tradisce quel patto, da qualsiasi posizione di potere provenga, deve risponderne. Perché se la politica può permettersi l’ambiguità, la giustizia non può.
È una lezione per il Brasile. Ma anche per l’Europa. Per gli Stati Uniti. Per ogni Paese in cui la tentazione autoritaria si presenta con il volto della “libertà”, del “popolo tradito”, della “verità alternativa”. La verità è che ogni democrazia ha i suoi Bolsonaro. Ma non tutte hanno, ancora, la forza di processarli.

