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L’elezione presidenziale della Bolivia non è stata risolutiva. Il Paese tornerà infatti al voto il 15 dicembre per scegliere il capo dello Stato dopo che nessuno dei candidati in lizza ha saputo sfondare la soglia del 50% dei consensi o superare il 40% con oltre 10 punti di distacco sul primo inseguitore.

Il presidente in carica Evo Morales, dunque, sarà per la prima volta dall’entrata in carica nel 2005 e dopo tre elezioni trionfalmente vinte al primo turno costretto ad affrontare l’incognita del ballottaggio. Dopo aver stravinto col 53,74% nel 2005, col 64% nel 2009 e col 61,36% nel 2014 Morales si è fermato attorno al 45% al primo turno, insidiato dal candidato più credibile delle opposizioni, l’ex presidente Carlos Mesa, a capo di una coalizione liberale e riformista, Coalizione Cittadina, che stando ai primi dati sarebbe attorno al 38%. L’affluenza, altissima, ha sfiorato il 90%, a testimonianza dell’enorme importanza del voto: oltre 5,8 milioni di boliviani si sono recati infatti alle urne.

Il presidente socialista affronterà l’uomo contro cui si è plasmata l’ascesa al potere del Movimento al Socialismo, in una Bolivia prostrata dalla crisi economica dei primi Anni Duemila e dal gravoso programma di risanamento concordato da Mesa e dai suoi predecessori col Fondo monetario internazionale, a cui la complessa alleanza politica-sociale sostenente Morales, che andava dalle classi medie urbane alle comunità indigene, rispose con un’ampia ondata di proteste e con uno storico referendum sulla nazionalizzazione dei giacimenti di materie prime nel 2004. Fu l’inizio della luna di miele tra Morales e il Paese, corroborata poi dagli elevati risultati raggiunti in campo politico ed economico.

Con Morales la Bolivia è cresciuta mediamente del 4,6% annuo tra il 2006 e il 2014 sotto la spinta dell’esportazione di materie prime, settore sempre più controllato dallo Stato, utilizzata come rendita per politiche di redistribuzione della ricchezza, per l’istruzione e la sanità pubblica. Anno dopo anno, però, la popolazione boliviana si è in parte disaffezionata al suo leader, non comprendendo la decisione di ricorrere alla corte suprema nazionale dopo la sconfitta nel referendum del 2016 in cui Morales aveva chiesto di introdurre in Costituzione la possibilità di correre per un quarto mandato. Il via libera del tribunale supremo ha consentito a Morales di partecipare al voto, alienandogli però numerosi sostegni storicamente fondamentali, tra cui quello dei vescovi boliviani.

L’opposizione di Mesa ha puntato sullo slogan “un voto-sanzione” per invitare a punire le ambizioni considerate eccessive del leader, mentre per la popolarità di Morales non hanno aiutato alcuni colpi d’immagine ricevuti negli ultimi mesi, dagli appelli contro presunti “tentativi di golpe” in caso di sua riconferma alla scarsa prontezza dimostrata nella risposta agli incendi forestali dell’estate scorsa che secondo numerosi leader indigeni sarebbero stati tollerati dal governo, desideroso di avere più terreni adatti all’allevamento a disposizione.

Per la prima volta dal 2005 contro il presidente si è costituito un blocco politico omogeneo, capace di offrire un programma dotato di capisaldi precisi:  lo sviluppo di un potere giudiziario libero da ingerenze politiche, promozione della libertà di stampa, contrasto al traffico di droga, politiche favorevoli allo sdoganamento degli investimenti stranieri nel Paese, riavvicinamento agli Stati Uniti dopo gli anni di autonomismo strategico di Morales, che pure non gli ha impedito di diventare un leader stimato a livello internazionale, come dimostrato nel caso della consegna di Cesare Battisti all’Italia.

Al ballottaggio saranno decisivi, come ago della bilancia, i voti di due formazioni: il Partito democratico cristiano del sino-boliviano Chi Hyun Chung, terzo con oltre l’8,7% dei voti, definito il “Bolsonaro brasiliano” per i suoi atteggiamenti duri in materia di diritti civili, crimine e droga, molto probabilmente destinati in larga parte a diventare voti anti-Morales, e il Movimento democratico sociale di estrema sinistra, il cui candidato Oscar Ortiiz ha superato il 4%. Questi ultimi consensi sembrano più propensi a diventare voti per il presidente, per quanto frutto di un bacino di delusi del Mas. Ma la corsa sarà sul filo di lana. E per la prima volta negli ultimi quattrodici anni la permanenza di Morales al potere non è da dare per scontata.