La parabola di Evo Morales sembra volgere definitivamente al termine. L’ex presidente boliviano si è rifugiato in Messico, dal quale ha ricevuto asilo politico, mentre la senatrice dell’opposizione Jeanine Añez ha assunto l’ufficio ad interim e sta iniziando ad ottenere il  graduale riconoscimento da parte dei governi della regione.

Con la destituzione di Morales, che è stato ed è uno dei punti di riferimento della nuova sinistra latinoamericana, viene indebolito significativamente il triangolo Cuba-Nicaragua-Venezuela, la cui caduta è uno degli obiettivi dell’agenda estera dell’amministrazione Trump ed è stato ribattezzato la troika della tirannia dall’ex consigliere per la Sicurezza nazionale John Bolton.

Morales, infatti, aveva legato la Bolivia ai tre paesi tramite vincoli di collaborazione diplomatica, energetica ed economica e, adesso, con il palesarsi all’orizzonte di una nuova era dominata da attori filoamericani, quel rapporto verrà meno, rendendo più semplice a Washington la riconquista dello storico cortile di casa, egemonizzato quasi ininterrottamente sin dai tempi della dottrina Monroe del 1823.

Il nuovo scenario, tuttavia, non porterà con sé ripercussioni negative esclusivamente per gli altri paesi della regione non allineati ai dettami della Casa Bianca, ma anche per l’asse Mosca-Pechino, che a La Paz è presente capillarmente sin dagli albori dell’epoca Morales e ha interessi vitali da difendere in settori strategici come l’energetico ed il minerario.

Gli interessi della Russia

Il Cremlino ha rapidamente espresso il proprio supporto all’ex presidente, criticando duramente le forze dell’opposizione, accusate di alimentare le violenze, e qualificando gli eventi dei giorni scorsi come un colpo di stato. Le ragioni di tale posizione sono chiare: allo stesso modo del Venezuela, la Bolivia ha funto da testa di ponte per l’insediamento russo nel subcontinente.

In giugno Morales si era recato a Mosca per un incontro con l’omologo russo Vladimir Putin; si era discusso soprattutto di energia, poiché la Rosatom sta costruendo una centrale nucleare ed un centro di ricerca nel paese, e di estendere la collaborazione bilaterale allo sfruttamento dei giacimenti di litio, di terre raregas naturale e idrocarburi.

Infatti, il sottosuolo boliviano è ricco di risorse naturali dal valore strategico, come l’indio ed il tungsteno, ma anche di oro ed argento, contiene circa il 70% delle riserve mondiali di litio, e dal 2006 era stato chiuso alle grandi corporazioni occidentali. Ma negli ultimi anni, Morales aveva iniziato a cercare partner esterni ai quali affidare lo sviluppo dell’industria del litio e delle terre rare – trovandoli nella Russia e nella Cina – perché le compagnie nazionali non disponevano delle competenze e dell’esperienza necessarie. La Rosatom ha colto l’opportunità, siglando lo scorso luglio un memorandum di cooperazione con il ministero dell’energia inerente progetti congiunti nell’estrazione e sfruttamento del litio.

La Russia è anche coinvolta nello sviluppo delle infrastrutture strategiche boliviane, avendo ottenuto di partecipare all’espansione dell’aeroporto internazionale di Santa Cruz e al corridoio oceanico. La realizzazione di quest’ultimo rappresenta uno dei principali interessi nazionali di La Paz; si tratta di una rete ferroviaria lunga circa 3mila 360 chilometri che taglia il cono sud in due, connettendo Santos (Brasile) a Ilo (Perù), passando per la Bolivia.

L’importanza del corridoio è dovuta al fatto che esso garantirà a La Paz uno sbocco sull’oceano attraverso il Perù, aggirando le coste del Cile – al quale fu ceduto il territorio prospiciente al Pacifico al termine di un conflitto nel 19esimo secolo. Alle imprese russe spetterà la responsabilità di trasformare in realtà le ambizioni oceaniche boliviane, fornendo il supporto materiale, logistico ed umano necessario.

Il recente arrivo della Cina

Lo scorso settembre si concludeva l’ultimo, importante, atto del nascente partenariato boliviano-cinese: un accordo da 2 miliardi e 400 milioni di dollari fra la compagnia statale Yacimientos de Litio (YdL) e la cinese Xinjiang TBEA Group Baocheng per la costruzione di cinque impianti per il processamento del litio. Se il nuovo governo dovesse rispettare i termini pattuiti, gli impianti potrebbero essere operativi già dal 2021 e sono progettati per una capacità annuale di 146mila tonnellate di litio.

La Cina è fortemente interessata a questo elemento, che fra i vari utilizzi trova impiego nell’elettronica, nella telefonia e nell’automobilistica, e prevede di importarne almeno 800mila tonnellate l’anno nel contesto del cosiddetto made in China 2025 – un progetto svelato da Xi Jinping all’indomani dell’insediamento alla presidenza per rendere il Paese autosufficiente in una serie di settori strategici e dominante nella produzione di alta tecnologia.

Altre compagnie di Pechino, come la China Machinery Engineering and la Tianqi Lithium Group, avevano stabilito contatti con il governo ed aperto tavoli negoziali con la Ydl per portare avanti progetti congiunti sempre inerenti il litio.

Ma il minerario non è l’unico settore in cui i due paesi hanno inaugurato una collaborazione intensa e proficua. In aprile è stato siglato un importante accordo per l’esportazione di carne bovina nel mercato cinese, che occupa la prima posizione al mondo nel consumo di tale alimento, concretizzatosi il 28 agosto con la spedizione del primo carico da 96 tonnellate. Il piano di La Paz è di diventare uno dei principali rifornitori di Pechino entro il 2030, sopperendo ad un quinto della sua domanda annuale.

Infine, sempre ad agosto, è stato lanciato il Sistema Integrato per la Sicurezza del Cittadino BOL-110 a La Paz ed El Alto. Si tratta di un sistema di videosorveglianza basato sull’impiego congiunto di telecamere e droni, implementato per scopi anticrimine attraverso il monitoraggio delle strade ed il riconoscimento facciale della popolazione. L’installazione del sistema è frutto di un accordo da 105 milioni di dollari con la compagnia cinese China National Electronics Service Company Ltd che, nei piani dell’ex governo, avrebbe dovuto rendere la Bolivia “il paese più sicuro del continente”.

Il futuro dell’elettronica si gioca in Bolivia

Come suscritto, il paese sudamericano possiede i più grandi giacimenti al mondo di litio, ma anche riserve estremamente cospicue di altri beni strategici, dall’oro agli idrocarburi, passando per terre rare e alluminio. Il litio riveste già oggi un ruolo di primo piano ed insostituibile nella catena di produzione mondiale, trovando impiego – ad esempio – nella componentistica elettronica. Tale ruolo è legato all’elevato potenziale di elettrodo del litio, che lo rende l’elemento preferito dalla grande industria per lo sviluppo di batterie ricaricabili ad uso telefonico e, più recentemente, automobilistico.

Quest’ultimo punto spiega l’accresciuto interesse internazionale per le riserve boliviane: l’industria delle automobili elettriche, per svilupparsi, ha bisogno di avere a disposizione le quote di litio necessarie. Nei mesi scorsi i giganti occidentali dell’automobilistica elettrica, come l’americana Tesla, avevano tentato inutilmente di raggiungere accordi con La Paz, ma il governo aveva declinato ogni offerta, preferendo la collaborazione con russi e cinesi.

La caduta di Morales, però, rimescola le carte in tavola, rompendo lo status quo creatosi negli ultimi 13 anni: gli Stati Uniti rientrano nella partita per la conquista delle risorse che scriveranno il destino del mondo.

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