Giorgia Meloni dice sì all’Italia nel Board of Peace guidato dal presidente statunitense Donald Trump, mentre il Vaticano di Papa Leone XIV, per bocca del Cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin, si chiama fuori. La Roma delle due diplomazie, spesso convergenti sul Medio Oriente, si divide di fronte alla considerazione dello scenario geopolitico e al ruolo degli Usa come mediatori nel conflitto tra Israele e Hamas. E spicca una profonda asimmetria.

Il Board of Peace parte in salita

Meloni invierà domani il Ministro degli Esteri Antonio Tajani a partecipare alla riunione inaugurale di un’istituzione internazionale chiamata a supervisionare un cessate il fuoco per Gaza ancora incerto e critico, i cui sviluppi sono tutti da definire, ma che fin dagli albori non cela la sua ambizione di essere una sostanziale alternativa alle Nazioni Unite. Un’istituzione, peraltro, in cui per dettato costituzionale l’Italia non può essere membro integrante, dato che il Board of Peace nominato nella risoluzione 2803 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite come supervisore del cessate il fuoco ha l’anomalia di non essere un’istituzione in cui i Paesi entrano con un piede di parità. Trump ne è presidente a prescindere dalla durata del suo mandato alla Casa Bianca, ha facoltà di invitare gli Stati membri e di revocarne la partecipazione.

Parolin, probabilmente, si riferiva a questo quando ha citato “criticità che devono essere risolte”, che per la Santa Sede e la sua posizione di sostegno alla soluzione a due Stati e al multilateralismo si aggiungono a una divergenza nella visione del mondo con l’amministrazione Trump. Il Board of Peace non sembra avere, sostanzialmente, il futuro di Gaza e della questione israelo-palestinese come obiettivo.

Da un lato, la sua leadership è piena di alleati del presidente Usa, di stretti partner politici e d’affari di Trump, spesso con importanti legami con Israele; dall’altro, sul piano politico riunisce gli Stati della regione e del mondo arabo-musulmano desiderosi di acquisire un posto al sole agli occhi di Washington o aver emani libere altrove. Si pensi alla Turchia, che acquisisce in cambio spazio d’azione in Siria, al Pakistan sempre più legato a Washington, al Kazakstan unitosi agli Accordi di Abramo. Un equilibrio situazionista a cui partecipano pochi Stati europei. L’Italia è in compagnia di due Paesi membri a pieno titolo, Ungheria e Bulgaria, e tra gli osservatori di Grecia e Romania.

Pizzaballa: il Board of Peace “operazione colonialista”

Il Vaticano è in tal senso favorevole alla soluzione pacifica del conflitto ma sostiene solo iniziative che risultano effettivamente bilaterali. Dall’alto dell’autorità morale di Patriarca di Gerusalemme dei Latini ma anche della libertà che gli consente il non avere incarichi istituzionali nella Santa Sede, il 6 febbraio scorso il cardinale Pierbattista Pizzaballa lo ha detto chiaramente parlando in un evento a Roma: “Penso che sia un’operazione colonialista: altri che decidono per i palestinesi“, ha detto il prelato bergamasco riguardo al Board of Peace.

Una posizione che in altri tempi avremmo, probabilmente, visto anche da parte della diplomazia italiana che fin dall’epoca della Prima Repubblica ha mantenuto un’apertura bipartisan alla soluzione del conflitto mediorientale e ancora con Silvio Berlusconi e Romano Prodi sapeva coniugare l’amicizia con Tel Aviv con l’apertura alle istanze emancipatrici della Palestina in nome degli Accordi di Oslo.

Il Board of Peace, letto dopo l’agghiacciante discorso del Segretario di Stato Usa Marco Rubio alla Conferenza di Sicurezza di Monaco che ha esaltato la necessità per Usa e Europa di andare alla sostanziale riconquista del Sud Globale, rischia di essere per un Paese occidentale una trappola senza ritorno, una macchia caratterizzante.

L’autogol dell’Italia sul Board of Peace

Se Ankara, Islamabad e Astana possono strumentalmente trarre dividendi dalla partecipazione al Board of Peace, l’Italia rischia di compiere un capolavoro di a-strategia: dare l’endorsement a un organo che danneggia la propria visione delle relazioni internazionali consolidata in decenni, che va contro la stessa Costituzione repubblicana scritta da democristiani e comunisti proprio per evitare che Roma cedesse alla sopraffazione di singoli Paesi o leader, che non ha un’idea chiara su come risolvere la crisi palestinese e che ha a capo una potenza, gli Usa, che pur essendo stati i mediatori del cessate il fuoco, non sono neutrali nel teatro.

In questo senso, la scelta del Vaticano di chiamarsi fuori è un monito importante che a Roma andrebbe colto: la vocazione di mediazione della Santa Sede si ferma alle porte del Board of Peace perché, evidentemente, non è ritenuto uno strumento capace di perseguire questo fine. Leone XIV manda un altro avvertimento a Trump sul sistema internazionale dopo aver più volte criticato l’agenda Maga del presidente, non aver considerato l’invito negli Usa per i 250 anni della Dichiarazione d’Indipendenza e aver proclamato nel suo viaggio in Libano la necessità di unità e pace vera per il Medio Oriente. Quella pace che il Board che da essa prende il nome, secondo la Santa Sede, difficilmente potrà emergere, date le condizioni di partenza.

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