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Il discorso di Emmanuel Macron placa solo parzialmente l’ira dei gilet gialli, che annunciano una tregua con il governo, ma solo nella loro parte più moderata. Jacline Mouraud, una delle personalità più importanti del movimento di protesta, ha invitato ad una “tregua” fra manifestanti ed Eliseo, affermando che “ci sono progressi, una porta aperta”. “Ora dobbiamo uscire da questa crisi”, ha dichiarato la bretone, “non possiamo passare il resto della nostra vita per strada sulle rotatorie”.

Segnali di distensione che però non devono far credere che la ribellione della Francia sia finita grazie alle misure annunciate dal presidente. Ieri, in un discorso alla nazione dai toni concilianti (evidentemente la violenza ha fatto cambiare registro anche un presidente come Macron), il capo dell’Eliseo ha fatto alcuni annunci.

Ma le misure proposte sono non soltanto poche, ma anche del tutto aleatorie oppure frutto di una semplice applicazione o del programma dello stesso presidente o di altri suoi predecessori. E non è un caso che sindacati, gilet gialli più agguerriti e opposizioni siano già sul piede di guerra.

Fondamentalmente è un bluff: Macron non cambierà sensibilmente nulla. E anzi,i suoi obiettivi restano immutati, con alcune piccole correzioni per evitare che i gilet gialli tornino nell’immediato a dare battaglia a Parigi e nelle città di tutta la Francia.

Aumento del salario minimo

Macron ha dichiarato di voler aumentare il salario minimo (Smic è la sigla francese) di 100 euro al mese a partire dal 2019? Nel programma già c’era: non ha cambiato nulla. Anzi, come ha spiegato Le Figaro, questa misura era presente a pagine 7 del suo programma elettorale, quando si candidò con En Marche!. Tanto è vero che la presidenza, contatta dallo stesso quotidiano francese, ha confermato che si tratta effettivamente della stessa misura, che entrerà in vigore dal primo gennaio 2019, quando era originariamente prevista per la fine del quinquennio.

Inoltre, secondo le informazioni dello stesso quotidiano, i lavoratori interessati dovrebbero ricevere questi 100 euro mensili con un meccanismo per cui “l’80% dell’importo passerebbe attraverso l’aumento del premio di attività, e il restante 20% con una riduzione dei contributi sociali”. Insomma, non solo l’aumento era già previsto ed è stato solo anticipato, ma non è neanche effettivo.

Pensioni detassate?

Anche sul fronte delle pensioni, Macron è stato bravo a utilizzare le parole, perché la comunicazione è fondamentale. Ma quale misura ha voluto adottare? Il leader dell’Eliseo ha dichiarato che a partire dal 2019 sarà annullato l’aumento dell’imposizione CSG per le pensioni inferiori a 2mila euro al mese. Attualmente erano esentati solo i pensionati che guadagnavano meno di 1.200 euro al mese.

La misura è comunque molto importante se si considera che il governo ha sempre voluto tirare dritto su questa strada e non ha mai voluto ammettere di fare marcia indietro. Quindi, almeno sotto questo profilo, bisogna ammettere che Macron è stato per certi versi “rivoluzionario”.

Ma il problema qual è? Che in realtà il potere d’acquisto dei pensionati, vero nucleo del problema, non sarà per nulla inciso da questo annuncio. Perché la dichiarazione di Macron, che è comunque importante, non significa che sarà modificato quello per cui protestano milioni di pensionati, cioè la mancata indicizzazione delle pensioni rispetto all’inflazione. Come spiegato da Le Parisien, “i guadagni percepiti dai pensionati continueranno ad aumentare meno rapidamente rispetto all’aumento dei prezzi, come deciso dal governo all’inizio di quest’anno”. Ed è lì il vero problema dei pensionati francesi.

Straordinari detassati

Per quanto riguarda l’annuncio sugli straordinari non più tassati a partire dal 2019, Macron ha compiuto una mossa mediatica che è quasi un capolavoro. Il problema però è che il presidente francese probabilmente considera i francesi più ingenui di quanto lo siano.

Innanzitutto, Macron ha semplicemente accelerato, come nel caso dei famosi 100 euro sul salario minimo, una proposta già messa in conto per settembre 2019. Quindi il presidente francese non ha praticamente cambiato di una virgola il suo programma se non anticipando una misura che già voleva fare e che definiva gli straordinari “désocialisées”.

Ma la cosa più interessante, è che Macron non ha fatto altro che riprendere una misura messa in atto da Nicolas Sarkozy per il quinquennio 2007-2012. Insomma, non c’è stato alcun gesto rivoluzionario, ma semplicemente un’anticipazione di un programma di esenzione che, fra le altre cose, furono proprio i socialisti (quando al governo c’era anche Macron) a togliere.

Macron si rivolge alle imprese

Tra i vari annunci anche alcuni rivolti alle imprese. Il primo, che i datori di lavori potranno pagare il bonus di fine anno senza che questi siano tassati. I bonus quindi non saranno colpito dalla scure fiscale, e gli oneri sociali saranno a carico dei datori di lavoro. Inoltre, alle grandi imprese francesi, Macron ha chiesto i dirigenti dovranno versare le imposte in Francia e così pure gli stessi giganti che fanno profitti in Francia, dovranno versare le imposte nel Paese.

Una misura che non sembra affatto rivoluzionaria: la lotta all’evasione fiscale è un programma valido per qualsiasi governo. Mentre quello che Macron ha voluto negare in radice è il ripristino di un contributo di solidarietà da parte delle fasce più ricche. Questa misura, voluta dai gilet gialli, non sarà presa. Anzi, ieri il presidente ha tenuto a sottolineare che: “Ho bisogno delle grandi aziende e delle persone più ricche per aiutare i nostri concittadini. Li riunirò e prenderò decisioni questa settimana”.

Sinistra e destra deluse, gilet gialli scettici

Le misure proposte da Macron non hanno soddisfatto le parti più dura della rivolta. L’ala più moderata, come dimostrato dalle parole di Mouraud, ha comunque apprezzato lo sforzo. Altri, specialmente chi protesta per un vero cambiamento politico ed economico, non poteva che rimanere deluso. Macron non ha cambiato sostanzialmente niente. 

La maggior parte dei manifestanti si dice “molto delusa” ed è pronta a “portare avanti la protesta”, confermando la quinta giornata di mobilitazione nazionale per sabato 15 dicembre. All’indomani del discorso di Macron, i gilet gialli sono tornati ai loro posti di combattimento, con il presidio nei quattro angoli dell’Hexagone. E intanto, i manifestanti sono tornati a bloccare le strade in Auvergne Rhone Alpes, Hauts de France, Bretagna, Normandia, Loira, Nuova Aquitania, Occitania e in Provenza Costa Azzurra. Eric Drouet, uno dei portavoce più fermi nella protesta, ha chiesto ai gilet jaunes di mantenere la pressione su “quest’uomo che ci disprezza sin dall’inizio, ci ha ignorati per cinque settimane”.

Ed è proprio su questo punto che stanno investendo sia Rassemblemen National di Marine Le Pen, sia La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon. I due partiti più estremi e che hanno per primi sostenuto la rivolta dei gilet gialli hanno espresso tutta la loro delusione per quanto dichiarato dal presidente francese. E hanno annunciato che continueranno a dare battaglia. 

Il leader della sinistra radicale francese ha dichiarato che “tutte le misure che ha annunciato saranno pagate dai contribuenti e dagli assicurati sociali , nessuno da chi fa grandi fortune e profitti”, riprendendo lo slogan di Macron come “presidente dei ricchi”.

Mentre Marine Le Pen accusa il presidente di essere completamente “disconnesso” dalla realtà. “Di fronte alla contestazione, Macron rinuncia ad alcuni dei suoi errori fiscali e ciò è positivo, ma si rifiuta di ammettere che è il modello di cui è il campione a essere sfidato” scrive su Twitter la leader della destra francese, che continua: “Questo modello è quello della globalizzazione selvaggia, della concorrenza sleale, del libero scambio diffuso, dell’immigrazione di massa e delle sue conseguenze sociali e culturali. In breve, Macron torna indietro per saltare meglio”.

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