Il segretario di Stato americano Antony Blinken è giunto in Italia in visita ufficiale, e nella giornata di domenica ha incontrato il ministro degli Esteri Luigi di Maio.

La tre giorni italiana di Blinken è propedeutica al prossimo G20 ministeriale di Matera, dove uno dei temi principali sarà la lotta al terrorismo di matrice islamica e il contrasto allo Stato Islamico. Il segretario di Stato, infatti, in un tweet si è detto “felice di essere in Italia per sottolineare l’importanza dell’unità transatlantica e del forte rapporto Usa-Italia. Non vedo l’ora di incontrare le mie controparti, co-presiedere la Ministeriale della Coalizione per sconfiggere l’Isis e partecipare alla Riunione Ministeriale del G20 a Matera”. Al di là dei cordiali toni diplomatici, sembra però che Blinken abbia dato una “strigliata” al suo omologo italiano, e il motivo riguarda proprio le modalità di contrasto al jihadismo con gli alleati, e nella fattispecie il rapporto tra Italia ed Emirati Arabi Uniti.

Abu Dhabi è infatti un importante alleato degli Stati Uniti e dell’occidente nell’area: Washington ha nel piccolo emirato basi militari usate per colpire obiettivi nel Medio Oriente e per procedere all’evacuazione dall’Afghanistan. Anche l’Italia ha, ad al-Minhad, un suo avamposto rappresentato da un centro logistico che è fondamentale, per il nostro Paese, per supportare le operazioni nella regione.

Gli Eau hanno però dato un ultimatum all’Italia: i nostri militari devono lasciare la base entro il 2 luglio. Perché? Roma sta pagando il prezzo della decisione, maturata lo scorso gennaio durante il governo Conte, di bloccare la vendita di armi promesse all’emirato. Per accontentare l’ala sinistrorsa e pacifista del M5S il ministro Di Maio aveva deciso di revocare le autorizzazioni all’esportazione di circa ventimila tra missili e bombe d’aereo fabbricate in Italia verso gli Eau e l’Arabia Saudita in quanto i due Stati erano attivi nel conflitto yemenita, e il governo non voleva che i nostri ordigni vi fossero impiegati.

La decisione, però, era stata presa quando Riad e Abu Dhabi aveva già smesso di combattere nello Yemen (gli Eau, in particolare, da quasi due anni), e pertanto ha avuto l’unico effetto di minare la lotta al terrorismo dei migliori alleati degli Stati Uniti nel Golfo Persico e di generare malumori nelle massime cariche del piccolo emirato arabo.

Malumori che si sono risolti con l’ingiunzione di sfratto per le nostre truppe da una base cruciale per le nostre operazioni in Iraq e Kuwait. È proprio il principe Mohammed Bin Zayed ad essersi adirato verso il governo italiano, essendosi sentito offeso in prima persona per la mossa italiana.

Ora a Roma si sta agendo per cercare di sanare la frattura: risulta che da giorni il ministro della Difesa Lorenzo Guerini sta spiegando al collega Di Maio, e recentemente anche al premier Mario Draghi, che i rapporti con Eau e Arabia Saudita non possono essere compromessi in quanto ne va non solo delle forniture militari, ma anche della collaborazione politica in tutto il Medio Oriente con partner essenziali per l’Italia. Sembra che nelle ultime ore il fascicolo scottante sia stato preso in carico direttamente da Palazzo Chigi dietro le spinte di Palazzo Baracchini che si avvale anche della consulenza dei massimi vertici militari italiani mobilitati dal capo di Stato maggiore della Difesa generale Enzo Vecciarelli.

La diplomazia in senso classico però potrebbe non bastare, in quanto, proprio perché il principe Bin Zayed si sente offeso in prima persona, è lui che va convinto tramite un rapporto diretto, vis à vis, in cui i nostri massimi esponenti politici dovranno dimostrare la volontà italiana di ricucire un rapporto strappato bruscamente. Il tempo però stringe, ed il due luglio si avvicina a grandi passi.

Una gestione oltremodo miope della nostra politica estera quindi. Come riporta Libero, citando una fonte diplomatica vicina alla questione, quella di Di Maio è stata una partita che “ha giocato con leggerezza dilettantesca”. La vicenda ha sollevato un polverone tale che non solo si è dovuto muovere il dicastero della Difesa, andando quindi oltre quelle che sono le sue prerogative, ma ha scatenato la reazione del Dipartimento di Stato Usa, come abbiamo visto, che attraverso Blinken ha espresso quella che, a tutti gli effetti, è stata una dura reprimenda.

Bene dunque ha fatto il ministro Guerini a impugnare la questione e a ricordare al Presidente del Consiglio quelli che sono i nostri interessi strategici e i nostri bisogni dettati dalle contingenze, e anche se non plaudiamo alla strigliata da parte di Blinken, che ha ricordato al nostro Paese la sua dipendenza dalle decisioni di Washington, riteniamo sia comunque benvenuta in quanto si tratta di una sana doccia di realpolitik.

Il pacifismo d’accatto, espresso da una decisione – quella di bloccare la vendita di armamenti – tardiva e insensata, è una iattura al pari del cieco animo guerrafondaio: le relazioni con certi Paesi non possono essere stabilite su basi prettamente ideologiche. L’Italia non può permettersi, se vuole avere peso politico in ambito internazionale, di assumere certe posizioni che aprono letteralmente autostrade ai nostri competitor, anche e soprattutto europei, e ai nostri avversari geopolitici.

Il nostro Paese, in questo momento storico, ha bisogno di più soft power per poter avere un ruolo di primo piano nel Mediterraneo Allargato (e in prospettiva anche oltre), e tale capacità la si ottiene certamente con la diffusione della propria cultura attraverso l’opera di legazioni e consolati (aspetto purtroppo un poco dimenticato), con la collaborazione industriale, il partenariato commerciale, ma anche con la vendita degli armamenti, che, piaccia o meno, rappresentano una delle nostre eccellenze.

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