La Libia occidentale ha aperto le porte a militari e miliziani turchi, mossa prevedibile che conferma la già nota vicinanza ideologica tra l’esecutivo guidato da Fayez al-Sarraj e l’islamismo radicale dei Fratelli Musulmani, di cui l’Akp ed Recep Tayyip Erdogan sono massima espressione politica in Turchia; non a caso quest’ultima, assieme al Qatar, sono i due paesi sponsor dell’organizzazione islamista, messa al bando da Egitto, Emirati Arabi, Arabia Saudita, Bahrein, Siria e Russia.

Sarraj aveva tentato di ottenere maggiore sostegno dall’Italia e lo scorso luglio era anche volato a Milano per incontrare l’allora ministro dell’Interno, Matteo Salvini. Una volta capito però che in Italia le cose stavano cambiando e che il sostegno al proprio governo era sempre più tiepido, Sarraj ha immediatamente firmato l’accordo con Ankara e forse non aspettava altro.

Erdogan dal canto suo non vedeva l’ora di poter mettere piede in Turchia, anche se il sostegno di Ankara a Tripoli e Misurata andava avanti da tempo. I progetti di Erdogan che puntavano a rovesciare Bashar al Assad e a sostituirlo con un governo “amico” sono andati in fumo nel momento in cui la Russia ha iniziato la campagna militare, affianco degli alleati siriani, contro i jihadisti, campagna iniziata nel settembre del 2015 e che ha portato alla disfatta dell’Isis, delle milizie qaediste e delle varie formazioni islamiste anti-Assad. In seguito al fallito colpo di stato in Turchia del luglio 2016, Erdogan è stato però costretto ad allinearsi con Vladimir Putin e ad abbandonare i propri progetti espansionistici in Siria. Un boccone amaro per il leader turco che ora spera di rifarsi in Libia.

La strategia fallimentare del sostegno ad al-Sarraj

La strategia del sostegno all’esecutivo di al-Sarraj era un rischio enorme, cosa già detta in più occasioni su InsideOver. Le ragioni erano molte e non certo difficili da individuare: in primis era fondamentale tener presente come al-Sarraj non godesse del sostegno di un vero e proprio esercito, nessuna forza compatta, se non una galassia di milizie di diversa estrazione tra cui islamisti legati alla Fratellanza, salafiti, signori della guerra, ex membri dell’esercito libico, tutti tenuti insieme da interessi particolari di tipo politico ed economico-finanziario, oltre che dall’opposizione ad Haftar. Le milizie hanno creato un oligopolio delle risorse e influenzano qualsiasi aspetto della vita nella Libia occidentale, dalla gestione del governo al controllo delle banche, dal mercato nero alla sicurezza degli impianti petroliferi. Può la sicurezza di un paese complesso come la Libia basarsi sulle milizie? Certamente no.

Un secondo aspetto che evidenziava l’improponibilità di sostenere Tripoli è la cospicua componente islamista che include non soltanto combattenti dei Fratelli Musulmani, ma anche jihadisti di gruppi come Ansar al-Sharia ed Isis, come illustrato da una articolo di Speciale Libia: “Dopo la ricomparsa al fianco delle milizie di Tripoli di Adel al-Rubaie, fanatico della Shura dei Mujahideen e membro di Ansar al-Sharia fuggito in Cirenaica, al fronte contro l’Lna sono scesi in campo anche Issa al-Busti, originario di Souq al-Juma, noto per la sua partecipazione ad attacchi terroristici in Cirenaica da parte di cellule collegate ad Ansar al-Sharia…Inoltre è stata confermata la presenza al fronte del terrorista Massoud al-Akouri, noto anche come Masoud al-Azari”.

Come se ciò non bastasse, va ricordato che a fine maggio 2019, durante gli scontri tra le milizie di al-Sarraj e le forze del generale Khalifa Haftar, veniva ucciso Mohammed Mohammed Mahmoud Ben Dardaf, terrorista ricercato dal governo della Libia orientale per l’assalto al consolato statunitense di Bengasi, avvenuto tra l’11 e il 12 settembre 2012, nel quale rimaneva ucciso l’ambasciatore Chris Stevens. Il jihadista era impegnato nelle forze fedeli ad al-Serraj, nelle file della brigata Somoud e veniva centrato, a bordo di un mezzo blindato, da un missile anticarro “Kornet” di fabbricazione russa. Il gruppo jihadista “Ansar al-Sharia” aveva successivamente pubblicato messaggi di cordoglio per la morte di Ben Dardaf attraverso alcuni profili social.

Gli ultimi sviluppi non hanno fatto altro che confermare la continuità ideologica e politica tra Tripoli, Misurata e Ankara, caratterizzata da un denominatore comune islamista che può manifestarsi in varie forme a seconda del contesto di riferimento.

È bene ricordare che l’esecutivo Erdogan è quello che durante il conflitto siriano inviava rifornimenti di vario tipo ai jihadisti, li curava nei propri ospedali in territorio turco e faceva arrestare i giornalisti che ne esponevano i traffici e criticavano il governo. Oggi la Turchia è tra l’altro considerata una delle più grandi prigioni per giornalisti.

Nonostante tutto ciò, l’Italia è rimasta al fianco di al-Sarraj per molto, troppo tempo. Una linea spesso affiancata dalla retorica della mediazione e del “supporto alla popolazione libica”. La strategia del tenere i piedi su due staffe è però azzardata e rischia di diventare controproducente perché, se mal gestita, scontenta entrambe le parti e porta a una perdita di credibilità con i relativi interlocutori e difatti ora l’Italia ne sta pagando le conseguenze.

Nello specifico caso libico è lecito interrogarsi sulle motivazioni del sostegno italiano a Tripoli, al di là degli interessi economici più che comprensibili, tenendo presente che Sarraj ha mostrato in più occasioni di non riuscire a controllare nemmeno la capitale, al punto che ci si era persino chiesti se non fossero invece le milizie a controllare lui. La scusante del “governo legittimo in quanto riconosciuto dall’Onu” non sta più in piedi, visto che nel frattempo sono cambiate le regole e persino la rilevanza degli attori internazionali che, almeno in teoria, avrebbero il compito di intervenire per frenare i conflitti.

Un fenomeno illustrato chiaramente dal Prof. Marco Lombardi di Itstime/Università Cattolica di Milano: “Così è oggi, quando i sistemi regolatori del conflitto sono tutti saltati: le alleanze militari (Nato), politiche (EU) e globali (Nazioni Unite) non hanno nessun controllo della situazione, di esse se ne fa ciascuno sberleffo e un utilizzo perfettamente improprio rispetto alle ragioni della loro esistenza così come finora definita”.

Al di là degli interessi economici e strategici italiani nella Libia occidentale che hanno portato a un rapporto privilegiato tra Roma, Tripoli e Misurata, è plausibile ritenere che il sostegno fornito all’esecutivo Sarraj fosse l’eredità di quella strategia proveniente da oltre-Oceano durante le amministrazioni Obama che puntavano a rimpiazzare, con le cosiddette “Primavere Arabe”,  i vecchi regimi in Libia, Tunisia, Egitto e Siria con governi “democraticamente eletti” e guidati da esponenti dei Fratelli Musulmani. Le cose non andarono però come previsto e la situazione attuale è sotto gli occhi di tutti.

Il pericolo Erdogan

Il fatto che Erdogan sia un pericolo per la stabilità della regione è un dato di fatto; del resto basta pensare a cosa è successo nei paesi dove è intervenuta la Turchia, dal conflitto siriano alle interferenze in Iraq proprio nella fase di ascesa del Califfato nell’area di Mosul. La presenza militare turca in Libia occidentale non farà altro che gettare ulteriore benzina sul fuoco, in un paese già dilaniato da anni di guerra civile. In Libia sono infatti segnalati arrivi di tagliagole provenienti dalla Siria, diversi dei quali legati ai qaedisti dell’ex Jabhat al Nusra e di altre milizie islamiste filo-turche che hanno recentemente combattuto contro i curdi.

In poche parole, lasciare mano libera in Libia alla Turchia significa legittimare l’installazione di gruppi islamisti radicali e taglia gole a poche miglia dalle coste italiane, con tutte le relative e potenziali conseguenze. In aggiunta, Erdogan avrebbe così ben due “rubinetti” a disposizione per minacciare di riversare sull’Europa migliaia e migliaia di immigrati, minaccia tra l’altro già lanciata tempo addietro da Tripoli.

L’epilogo islamista di Tripoli era prevedibile e il sostegno a Sarraj sconsigliabile, ma purtroppo a Roma c’è chi ha voluto persistere in quella direzione e ora l’Italia rischia di restare a bocca asciutta mentre gli altri attori internazionali prendono il sopravvento. Sostenere Haftar potrebbe  risultare pressochè inutile, considerato che quei paesi che da subito si sono schierati con la Libia orientale hanno la precedenza. Del resto risulta improponibile anche un allineamento con la Turchia, visto che ciò implicherebbe lo schierarsi con improponibili gruppi islamisti radicali, una responsabilità non da poco che porterebbe a conseguenze deleterie. Probabilmente l’Italia resterà a guardare, cercando improbabili mediazioni, pur di non schierarsi apertamente.

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