Chi ha fatto uscire la notizia sull’arresto di Walter Biot e perché. Deve essere questa la domanda che bisogna porsi dopo che lo scandalo ha superato il recinto di via XX Settembre diventando di dominio pubblico. Perché se è vero che l’informazione è importante, e se è fondamentale per un Paese democratico che tutto sia fatto in modo trasparente e alla luce del Sole, è altrettanto evidente che un affaire di spionaggio non rientra tra le categorie fisiologicamente “trasparenti” di uno Stato. Le operazioni di intelligence esistono da quando probabilmente esiste una qualsiasi forma di potere. E l’Italia, territorio di caccia per le grandi potenze, non è mai stata estranea a questo genere di operazioni. Né può dirsi semplicemente vittima di questo gioco, avendo anche noi servizi segreti di livello assoluto.

Perché tanto clamore?

Sgombrato il campo dalla sorpresa con cui molti sembrano aver scoperto che in Italia esistono le spie, il problema adesso è capire perché questo livello di segretezza che da sempre contraddistingue le operazioni di intelligence sia stato completamente infranto nel caso Biot. Cosa è scattato per rendere questo affaire di spie un affare di Stato? Chi ha dato il via a un’operazione mediatica senza precedenti sul fronte del controspionaggio? Le risposte probabilmente non arriveranno mai in via definitiva. Ma come in ogni analisi, bisogna partire dal “cui prodest”. Chi aveva interesse all’esplosione della bolla evitando che l’arresto e l’espulsione rimanessero un “gioco di spie” rinchiuso nei fascicoli delle procure e delle agenzie di sicurezza.

Partiamo da un presupposto: non è la prima volta. Casi di tradimenti, ricatti, compravendita di dossier e uomini che passano al nemico sono abbastanza comuni nel mondo dell’intelligence. Lo ha spiegato in modo molto chiaro ad AdnKronos l’ex generale del Sisde Mario Mori, che infatti si meraviglia soprattutto del clamore. “Per come si è sviluppato e per le mie conoscenze del servizio segreto russo, in particolare del Gru, si tratta di un caso classico. Quello che mi meraviglia è perché si sia dato questo clamore al caso” dice Mori. E lancia la prima bordata: “Potrebbe trattarsi della solita, banale lingua lunga di qualche nostro funzionario che parla con la stampa, però mi sembra strano, perché conosco quelli che lavorano in quel settore e non hanno la lingua lunga. E allora forse c’è qualche decisione a livello governativo, anche in un quadro di valutazione di politica generale. Penso non si tratti, dunque, di una fuga di notizie, se non voluta. Credo, insomma, si tratti di una valutazione che deve aver fatto l’organo di governo”. L’intervista a Mori è lunga e tocca diversi punti, dalla definizione di “atto ostile” data da Luigi di Maio – “gli atti ostili li fanno tutti, anche gli americani, gli inglesi, i cinesi” – fino ai metodi del Gru, “sempre gli stessi” dice Mori. Ma il tema della scelta politica di fare uscire la notizia è qualcosa su cui vale la pena riflettere.

Un ordine dall’alto

L’impressione è che in questo caso abbia prevalso non tanto la trasparenza, che è sempre apprezzata, quanto l’utilità in termini di politica interna ed esterna. L’Italia aveva bisogno di un elemento per dimostrare qualcosa: un messaggio erga omnes che deve andare a mettere dei puntini sulle “i” non solo in ambito interno ma anche verso gli alleati del governo in ambito internazionale. E non è detto che l’ordine non sia partito proprio da Palazzo Chigi. Il Messaggero riferisce che “Mario Draghi ha voluto che l’arresto del militare italiano e il fermo del diplomatico russo venissero comunicati immediatamente ai presidenti delle commissioni Difesa ed Esteri e al Copasir. E che Di Maio ne chiedesse conto all’ambasciatore russo a Roma”. Tesi che a questo punto sembrerebbe accreditata dallo stesso Mori e da molti analisti. C’è un intento che va ben al di là del singolo caso.

La questione è particolarmente importante se si ricordano due elementi. Il primo riguarda i partiti che sostengono l’attuale maggioranza. Due in particolare, Lega e Movimento 5 Stelle, sono sempre stati accusati di avere in qualche modo legami con la Russia. E questi rapporti sono stati una spada di Damocle importante per il governo giallo-verde del primo Conte, tanto è vero che come primo atto del nuovo corso giallorosso vi fu l’arresto di una spia russa proprio in Italia, Aleksander Korshunov. Segnale che non può essere considerato casuale. L’intento di accreditarsi come nuovo premier filo-americano serviva a Giuseppe Conte per evitare di rimanere in un’impasse molto pericolosa, specialmente per la nuova alleanza con il Partito democratico.

Atlantismo e i timori di Biden

Draghi rispetto a Conte viene da tutt’altra storia e ha un curriculum che parla da sé. Atlantismo ed europeismo sono stati da subito il marchio di fabbrica del nuovo esecutivo sostenuto dalla maggioranza trasversale. E non è un caso che il premier abbia usato quei termini dopo che per anni gli Stati Uniti hanno accusato Palazzo Chigi, tra le righe, di essere troppo tentennante. L’Italia arrivava dai camion militari russi a Bergamo e i medici cinesi accolti festosamente, ma quelle immagini raffiguravano rapporti amichevoli che a Washington non sono mai piaciuti E questo ha indubbiamente creato dei problemi all’interno dei palazzi romani e dei referenti Usa. Draghi non ha certo bisogno di dimostrare la sua convinzione nell’asse euro-atlantico: ma in questo senso l’arresto di Biot può servire anche a far capire ai suoi stessi alleati che in Italia non si accetteranno scivolamenti verso Oriente, sia che esso si chiami Pechino o che si chiami Mosca. E l’arrivo di Joe Biden alla presidenza degli Stati Uniti non può che essere stato un momento di passaggio fondamentale.

Un dato forse chiarisce più di tutti l’importanza dei partiti italiani nell’ottica della sfida americana alla Russia. Nel dicembre del 2017 uscì un articolo su Foreign Affairs a firma di Biden e del suo conigliere per l’Eurasia, Michael Carpenter, sulle infiltrazione di Mosca nella politica europea. Si parlava anche dell’Italia e venivano citati due partiti in particolare: Lega e Movimento Cinque Stelle. E fa riflettere che meno di quattro anni fa l’attuale presidente americano considerava i due più grandi partiti che sostengono di Draghi come elementi sostenuti dal Cremlino. Il mondo certamente è cambiato: ma la mentalità da Guerra Fredda di Biden evidentemente ha bisogno di alcuni simboli. Garanzie da parte di Roma che la visione atlantica non cambi, nonostante fughe in avanti verso la Via della Seta o Sputnik che di certo in molti non hanno apprezzato.

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