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La visita dell’erede al trono dell’Arabia Saudita, Mohammed bin Salman, a Washington non è solo foriera di commesse militari e di accordi sulla strategia da seguire in Medio Oriente, in particolare per lo Yemen. C’è dell’altro in questo viaggio, e cioè la presentazione di un debuttante nella diplomazia mondiale e nella politica americana.

E alcune frasi di questo principe non devono essere sottovalutate. Perché forse per imprudenza, forse per arroganza, forse anche solo per estrema sicurezza in se stesso, fanno comprendere molte cose dell’attuale esplosione dell’islamismo nel mondo. 

Alcune di esse, riferite in una lunga intervista al Washington Post, fanno riflettere. Perché sintetizzano in poche righe i disastri compiuti dall’amministrazione americana negli anni della Guerra fredda, quando per contenere un nemico, ne hanno creato un altro dai lati ancora più oscuri.

Il quotidiano statunitense ha infatti domandato, tra le altre cose, all’erede al trono di Riad, del problema legato allo stretto rapporto che intercorre fra il wahabismo e la corte saudita. Il finanziamento di questa visione radicale ed estremamente oscurantista dell’islam è parte della strategia araba per la creazione di una propria rete d’interessi e di alleanze. Ma il prezzo di questa rete islamista è quello che vediamo tutti i giorni con i nostri occhi: la nascita di un fenomeno jihadista complesso e molto strutturato che ormai interessa tutto il mondo.

Mohammed bin Salman (Mbs per sintetizzare) ha rivelato al quotidiano statunitense che gli investimenti nelle moschee e nelle madrase oltreoceano e nel mondo si sono radicati nel periodo della Guerra fredda, quando gli Stati Uniti e gli alleati occidentali chiesero all’Arabia Saudita di usare le sue risorse per prevenire l’arrivo dei movimenti comunisti nei paesi musulmani. L’Unione sovietica stava espandendo la sua rete di alleanze nel mondo arabo e in molte parti del mondo a maggioranza musulmana. Per evitarlo, era necessario un sistema culturale-religioso unito a ingenti finanziamenti, che potesse essere un ostacolo. 

Secondo bin Salman, i successivi governi sauditi hanno perso il controllo della situazione. E ora, ha detto l’erede al trono, “dobbiamo riprenderci tutto”. I finanziamenti ora provengono in gran parte da “fondazioni” saudite, ha detto, piuttosto che dal governo. In una giustificazione che suona alquanto curiosa, soprattutto perché in una monarchia assoluta ed estremamente centralizzata come quella di Riad, è difficile credere che la corte non sapesse né potesse agire nei confronti di quelle fondazioni che finanziano le moschee radicali e l’addestramento degli imam.

Ma tra i detti e i non detti di questa intervista, tra gli alibi cercati dal principe per giustificare di fronte all’opinione pubblica americana l’espansione dell’islam wahabita, ci sono delle verità. La prima è una conferma: i sauditi finanziano effettivamente le moschee in giro per il mondo che istruiscono i fedeli a questa estrema visione dell’islam. Lo ha detto lo stesso principe, pur accusando le fondazioni saudite ed evitando di parlare del governo. Ma anche in questo caso è un’ammissione.

La seconda è che l’Occidente, per combattere un nemico ne ha creato un altro e che non ha fermato questa espansione perché utile alla causa. Prima per contrastare l’ascesa del comunismo nei Paesi a maggioranza musulmana, poi perché evidentemente incapaci e non desiderosi di ostacolare il flusso di petrolio e di interessi finanziari. Un errore visibile in Afghanistan, ai tempi di bin Laden simbolo della resistenza ai sovietici, e che il mondo di oggi continua a pagare.