Mala tempora currunt per la monarchia saudita. La casa reale, punto di riferimento della petromonarchia, non sembra esser forte quanto vuole dare a vedere. Inchieste, arresti eccellenti, grandi iniziative e sfide per il futuro: a guardare Riad da fuori sembrerebbe di osservare una monarchia assoluta d’acciaio e Mohammed bin Salman ne parrebbe il profeta, interprete e capo indiscusso. Tuttavia, queste manifestazioni eclatanti, spesso schizofreniche,  sono sintomo di una crisi di legittimità che spesso sfocia in una persistente sindrome del complotto che porta bin Salman a fare spesso drastiche pulizie del suo entourage.

Crolla l’architettura di Saud

Bin Salman è molto diverso dai suoi avi, questo è stato chiaro da subito. Suo nonno, il re Abdelaziz Ibn Al Saud, il deus ex machina della moderna Arabia, ha fondato lo stato saudita su tre pilastri: la redistribuzione della ricchezza petrolifera tra i sudditi del regno in cambio della fedeltà reale, un legame forte con l’establishment wahabita e, capolavoro della sua politica estera, suggellò un’alleanza strategica con gli Stati Uniti.

Nonostante i migliori sforzi, tuttavia, questo si sistema si sta sgretolando. Con una popolazione in crescita e un’economia dipendente dal petrolio, l’Arabia Saudita sta affrontando una crisi che i lustrini e i neon di Vision 2030 non possono risolvere. L’erede al trono non ha davvero cercato di smantellare le strutture oligarchiche che soffocano l’economia saudita, semplicemente ha sostituito i vecchi potentati con dei nuovi, a lui fedelissimi. Fino alla prossima epurazione. Senza parlare del popolo saudita, al quale chiede di sopportare l’austerità senza cercare di affrontare la povertà diffusa. Anche le smanie di grandezza all’estero devono fare i conti con un nuovo mondo in rivoluzione: il crollo dei prezzi del petrolio e le prestazioni deludenti della IPO di Aramco mettono in serio pericolo i sogni di gloria del giovane principe. Un’operazione storica che doveva diversificare l’economia del Paese, portarlo fuori dalla monocultura del greggio e raccogliere nuovi capitali da reinvestire. Aramco, nei mesi scorsi, non ha convinto gli investitori stranieri tanto da scegliere di battere in ritirata e tornare a guardare nel proprio cortile di casa, facendo affidamento sui ricchi sauditi all’interno delle stesse conventicole di cui il delfino di Riad voleva sbarazzarsi. Guardando alle sfumature confessionali, bin Salman è riuscito ad inimicarsi sia i conservatori (timorosi delle spinte progressiste) che i progressisti del regno, perché anche loro repressi con la forza. Anche l’alleanza con gli Stati Uniti traballa. Sebbene Trump abbia fatto molto per proteggere la Casa saudita dalle richieste del Congresso di una risposta all’uccisione di Khashoggi, le relazioni con gli Usa, al momento, sembrano più fondate sull’entente cordiale tra Jared Kushner ed il principe: una vicinanza spesso ritenuta scomoda e inopportuna che, allo stesso tempo, fa tremare Riad all’idea di un futuro presidente dem.

La “tattica del salame”

Il dittatore ungherese Mátyás Rákosi, coniò l’espressione “tattica del salame” per definire l’abitudine di tagliare fetta dopo fetta gli oppositori che diventavano un pericolo per il regime. Bin Salman fa esattamente questo. I suoi principali nemici sono all’interno della stessa casa regnante. La sua decisione di saltare la linea di successione, centralizzare il potere e nominare giovani principi e non reali in posizioni importanti, mettendo da parte potenti membri della famiglia reale, ne è la prova più tangibile. Solo pochi giorni fa, tre arresti fra i membri della casa regnante: il fratello più giovane del re Salman, il principe Ahmed bin Abdulaziz, l’ex principe ereditario Mohammed bin Nayef e suo fratello, il principe Nawaf bin Nayef. Il principe Ahmed bin Abdulaziz, in particolare, era l’asso nella manica dei membri della famiglia reale e di coloro che volevano bloccare l’ascesa del principe bin Salman. Il principe Mohammed bin Nayef, ex ministro degli Interni, era invece l’eminenza grigia che aveva sviluppato rapporti stretti con l’intelligence americana e, nemmeno a dirlo, candidato prescelto da Washington. Tre anni fa, invece, il blitz anti corruzione all’Hotel Ritz-Carlton di Riyadh: undici principi e 38 tra ministri, vice ministri, ex ministri e potenti uomini d’affari. In ‘manette’ anche il principe Alwaleed bin Talal, tycoon tra i più influenti al mondo con un patrimonio che sfiora i 20 miliardi di dollari. L’obiettivo era quello di concentrare nelle proprie mani finanza, difesa e politica estera e al contempo autoincoronarsi come innovatore à la page. Nel segno di questo lifting della reputazione anche decisioni storiche come il diritto delle donne alla guida o all’ingresso negli stadi: un messaggio chiaro anche ai fondamentalisti nel mondo wahabita da cui prendere le distanze.

La successione è davvero al sicuro, adesso?

Le lotte di potere non sono di certo una novità nella dinastia saudita, ma questa fase ha dell’eccezionale. Se tutti gli sconvolgimenti precedenti sono avvenuti senza disattendere il codice d’onore della casata araba, bin Salman ha fatto saltare gli equilibri e le regole non scritte di un tempo. I tre arrestati eccellenti erano davvero possibili menti di un colpo di Stato? Improbabile: il principe controlla la sicurezza, l’intelligenza e le capacità militari del regno. Nessun altro principe può mobilitare abbastanza truppe per marciare contro il Palazzo e deporre un uomo con i poteri coercitivi dello stato a sua disposizione. È più probabile che i principi detenuti stessero pianificando di ritirare il loro sostegno qualora Mohammed diventasse re. Per salire al trono, cercherà la bay’ha, il giuramento di fedeltà dato dai principi più anziani rappresentati nel comitato di fedeltà composto da 33 membri istituito dal re Abdullah nel 2008: sia Ahmed bin Abzul Aziz che Muhammad bin Nayef sono membri di questo comitato. Sebbene non abbia tecnicamente bisogno di questo imprimatur per diventare re, sarà isolato senza di esso, e privo della legittimità essenziale per una successione regolare.

Ulteriori arresti per bin Salman sembrerebbero offrire protezione contro questa crisi della leadership, ma non è così. Il popolo arabo saudita è in continua evoluzione e si è fatto esigente: chiede di contare negli affari interni ed esteri, le donne si ribellano, i giovani anche. La famiglia reale, però, continua a rifiutare la transizione verso la monarchia costituzionale, con un parlamento e un governo eletti in grado di essere immune alle lotte fratricide in casa Saud.

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