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Israele ha diritto ad esistere”. Le parole del principe Mohammed bin Salman in un’intervista rilasciata al quotidiano The Atlantic sembrano scontate nel percorso di avvicinamento del principe saudita all’asse tra Stati Uniti e Israele. Ma non hanno nulla di scontato se si pensa alla velocità con cui i sauditi hanno cambiato posizione nei rapporti con gli israeliani da quando l’erede al trono ha preso possesso delle chiavi della corte di Riad.

 “Credo che ogni popolo, ovunque, abbia il diritto di vivere nella sua nazione pacifica. Credo che i palestinesi e gli israeliani abbiano il diritto di avere la loro terra“, ha affermato bin Salman. E sono parole che suonano estremamente importanti specie dopo l’uccisione di numerosi palestinesi al confine fra Israele e la Striscia di Gaza. L’intervista è avvenuta prima. Ma è difficile credere che bin Salman abbia cambiato idea per gli incidenti che hanno coinvolto i palestinesi e l’esercito israeliani a Gaza. E sono parole che indicano un segnale di come per Mbs, come molti chiamano il plenipotenziario saudita, la questione principale sia trovare una quadra con il governo israeliano e con quello americano.





“Dobbiamo avere un accordo di pace per assicurare la stabilità a tutti e avere relazioni normali”, ha proseguito Mohammed bin Salman. Una frase interessante visto che ufficialmente Riad e Tel Aviv non hanno rapporti e l’Arabia Saudita non riconosce, formalmente, Israele. Ma tutto cambia in questo vorticoso Medio Oriente. Come riporta il sito di The Atlantic, “secondo l’ex negoziatore degli Stati Uniti Dennis Ross, i leader arabi moderati hanno parlato della realtà dell’esistenza di Israele, ma il riconoscimento di ogni sorta di ‘diritto’ degli ebrei alla loro terra ancestrale è stata una linea rossa che nessun leader ha mai attraversato fino ad ora”. Sembra che a farlo debba essere proprio bin Salman.

Soprattutto se esistono idee strategiche comuni. Da una parte fermare l’Iran, dall’altra attuare una politica di apertura costruendo un asse basata su reciproci interessi (vedi petrolio e gas, Vision-2030 e alleanza con gli Stati Uniti).

Sul fronte iraniano, le parole di Mohammed bin Salman in questi giorni sono state molto pesanti. Inutile negarlo: era preventivabile. Nessuno poteva attendersi parole di pace da un leader di una nazione che considera l’Iran il più grande problema per l’espansione della sua egemonia nel Golfo Persico (le reti d’interesse iraniane superano il mare che la divide dalla penisola arabica) e per la sua espansione in Medio Oriente. 

Prima è stata la volta della Siria, dove il principe ereditario ha chiesto agli Stati Uniti di evitare ogni tentativo di fuga dal conflitto. Per l’Arabia Saudita sarebbe davvero l’inizio della catastrofe. Dopo aver sostanzialmente perso i ribelli siriani un tempo al suo soldo e dopo aver speso miliardi nell’infruttuosa e terrificante guerra in Yemen, la fine del coinvolgimento americano in Siria sarebbe la certificazione dei sogni di gloria di Riad. E per questo Mbs ha rincarato la dose contro l’Iran, prima ancora che contro Bashar al Assad, ricordano quell’asse del male che ha avuto molta fortuna nell’ala neo-con statunitense.

Il principe saudita, sempre a The Atlantic, ha paragonato la Guida suprema iraniana addirittura ad Adolf Hitler. Un messaggio ineluttabile rivolto evidentemente ai due “alleati” dello scacchiere: Israele e Stati Uniti. Due Paesi dove, per ovvi motivi, il paragona con Hitler rappresenta un messaggio molto significativo.

“Hitler non ha fatto quello che la Guida suprema sta provando a fare. Hitler ha tentato di conquistare l’Europa. Questo non va bene. Ma la Guida Suprema sta provando a conquistare il mondo”. Le parole di accusa contro l’ayatollah Ali Khamenei sono pesantissime. Perché impongono un livello di discorso assolutamente negativo. Secondo bin Salman, l’ayatollah “crede di possedere il mondo. Sono entrambi malvagi. Negli anni Venti e Trenta nessuno vedeva Hitler come un pericolo. Solo poche persone”. Una frase che ha un solo (terribile) senso: fare una guerra per prevenire un male ancora maggiore. È questo quello che ha detto, neanche troppo tra le righe, l’uomo che ha in mano il destino non solo dell’Arabia Saudita, ma anche di milioni di persone.

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