Nel pieno di quella che venne definita Gilded Age, gli Stati Uniti plasmarono un preciso profilo di self-made man dal quale essere affascinati e rifuggire allo stesso tempo: il robber baron. Questi così soprannominati “baroni ladroni” corrispondevano a tutti quei magnati rei di accumulare enormi ricchezze, sfruttando le risorse umane e naturale del Paese, ma soprattutto mediante pratiche scorrette irrispettose delle regole sulla concorrenza e dei diritti dei lavoratori, arrivando perfino ad influenzare i piani più alti di Washington. Incarnazione del sogno americano di autorealizzazione e demoni avidi, oggetto degli anatemi puritani, allo stesso tempo. Un giudizio che si sarebbe amplificato anche e soprattutto attraverso l’ottica frustrata di milioni di diseredati tediati dalla Grande Depressione, costretti a vedere infrangersi il sogno di predestinati della storia.

Con lo scorrere dei decenni, i “baroni ladri” sono provenuti da settori via via più diversi, non più solo petrolio, automobili, industria alimentare come un tempo. Qualcuno di loro, poi, è perfino finito alla Casa Bianca. Ma sempre più spesso, tramontata l’era della grande industria, i nuovi robber baron hanno cominciato a fiorire al sole della California, tra Palo Alto e Cupertino. Non importa cosa vendano, se software, social network o prodotti online, sono loro i nuovi mercanti del tempio, figli dell’era globale e di mamma Big Tech. E non ci sono attività filantropiche che tengano: l’America e il mondo li guarderanno sempre con sospetto. Il teorema però si ripete: non smette di confermarsi il ruolo para-politico che questi tycoon si auto-affidano, ma che ricevono anche come investitura informale e sottotraccia dalle stanze del potere. Loro riescono dove, evidentemente, Washington fallisce.

La cronaca recente ce lo conferma. Basta fare due esempi: Bill Gates e Elon Musk. Geni o solo furbi? Sagaci imprenditori o spietati capitani di industria? Filantropi o doppiogiochisti?

Bill Gates in Cina dal “vecchio amico” Xi Jinping

Il primo è vittima del pregiudizio fin dall’alba della globalizzazione, nonché deus ex machina della più grande rivoluzione tecnologica della seconda metà del secolo scorso: un monopolista per molti, un “salvatore della produttività”, come è stato definito da tanti altri. Accanto alla sempiterne baggianate che lo vogliono fare denari in Africa o, peggio ancora, con la pandemia da Covid-19 che questo signore ha avuto la sfortuna di vaticinare anni fa, cosa che gli ha prodotto la gogna dei complottisti che lo vogliono al centro di un presunto mercimonio di vaccini. Ebbene, in queste ore, l’uomo che ha dedicato la seconda parte della sua vita alla filantropia, ha incontrato il più grande nemico d’America, Xi Jinping, che lo accolto con il tappeto rosso e gli onori che si tributano a un “vecchio amico”.

Prima di lui da Pechino sono passati i colleghi Tim Cook e Elon Musk, quasi a ricucire lo strappo della diplomazia tecnologica tra Washington e il Celeste Impero. Un abbraccio così caloroso da mettere in imbarazzo la Casa Bianca che con Pechino vorrebbe ma non può. Ma soprattutto non sa come. Perché al di là degli sforzi della squadra di Joe Biden, quest’ultimo non è, tantomeno possiede, un Kissinger d’antan. Ed è proprio dal palcoscenico di Pechino che il fondatore di Microsoft si è impegnato a versare 50 milioni di dollari in un progetto congiunto in Africa per combattere malaria e tubercolosi. Tutto questo accade a poche ore dall’arrivo del segretario di Stato Blinken, in missione per ricucire il dialogo con Xi, sanare divari percettivi e limare i toni degli anni precedenti. Una diplomazia parallela si direbbe, ove Washington ufficialmente mira al China second, flirtando con l’India e lavorando a braccetto con il Giappone. Mentre i Tech baron come Gates lavorano perché i blocchi sui semiconduttori non disastrino le esportazioni verso quello che resta il terzo partner commerciale degli Stati Uniti.

Il lobbismo di Elon Musk

E poi c’è Elon Musk. Una figura complessa da interpretare. Metà filantropo metà megalomane. Quello che tutto compra e vuole arrivare ovunque, perfino nello spazio. A fine maggio era sbarcato anche lui in Cina, azzardando perfino una dichiarazione in cui definiva Cina e Stati Uniti “gemelli inseparabili”, affetti da comuni interessi. Un rapporto burrascoso quello con il vecchio presidente Biden: quest’ultimo, infatti, aveva più volte escluso Tesla dal dibattito sull’auto elettrica, osannando in suo luogo GM e Ford. I due avevano anche discusso più volte sul rapporto con il mondo sindacale, spalleggiato da Biden, osteggiato da Musk. Fino alle reprimenda del novembre scorso, quando il presidente degli Stati Uniti aveva puntato il dito contro le liaisons dangereuses di Musk con l’Arabia Saudita, a proposito dell’acquisto di Twitter, ma anche con la Cina e con la Russia, da cui compra il nichel per le sue batterie. Ma c’è stato anche il tempo del disgelo.

Al di là della sua megalomania, Musk è anche l’uomo di Starlink, il progetto di internet via satellite che ha permesso all’Ucraina di restare connessa allo scoppio del conflitto. Ma c’è di più: dopo la paventata ipotesi della fine di questo sostegno (per via del rischio che il sistema venisse usato a scopo offensivo), Starlink ha incassato uno storico contratto con il Pentagono. Il Dipartimento della Difesa Usa sta infatti acquistando i terminali di comunicazione via satellite per usarli in Ucraina, inserendoli nel nuovo pacchetto di aiuti per Kiev. Nel frattempo, Musk ha intrapreso un lungo viaggio in Europa: prima in Italia, dove ha perfino sciorinato consigli di demografia al Bel Paese, poi in Francia a Viva Tech, dove ha annunciato i primi test di Neuralink entro la fine dell’anno, a guisa di Kennedy dei giorni nostri. Ma è l’occasione anche per presentare, riveduta e corretta, la sua politica in fatto di libertà di parola, tornando sull’annosa questione dell’account di Donald Trump. Ma soprattutto per trovare casa al suo maxi impianto per le batterie solleticando l’ego delle diplomazie europee.

Così, mentre il mondo intero perde interesse e costume nell’interfacciarsi con la diplomazia americana, i capitani dell’It si fanno avanti, con o senza l’avallo federale, perché, parafrasando Charles Erwin, ciò che è utile per il Paese è utile per la Silicon Valley, e viceversa.