Domenica 26 gennaio i cittadini della Bielorussia saranno chiamati alle urne per le elezioni presidenziali, dove Aleksandr Lukashenko (o Lukašenka, in bielorusso) è al potere da ormai oltre trent’anni, ovvero da quando nel 1994, dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, divenne il primo (e unico) Presidente del Paese. E dove, se dovesse essere riconfermato anche in quest’occasione, si ritroverebbe in carica per il settimo mandato consecutivo.
Aleksandr Lukashenko (1954), militare dell’Armata Rossa prima della carriera politica, ha compiuto settant’anni lo scorso 30 agosto ed è diventato, di fatto, uno dei leader più longevi di tutto il continente europeo, al potere da più tempo persino di Vladimir Putin. Tuttavia, la sua politica sempre più autoritaria, la staticità dell’economia e la sempre maggiore chiusura della Bielorussia, l’hanno resa nel tempo uno dei Paesi più isolati in Europa, facendo persino guadagnare a Lukashenko l’appellativo di “ultimo dittatore d’Europa”. Un appellativo rivoltogli da alcuni diplomatici dell’Ue negli ultimi anni, in seguito alla repressione delle proteste popolari di Minsk e in diverse altre città bielorusse durante le scorse elezioni nel 2020, oltre che dopo l’invasione su larga scala della Russia in Ucraina. La Bielorussia negli ultimi due anni e mezzo ha rafforzato la cooperazione economica e militare con la Russia, permettendo alle forze armate russe di transitare sul suolo bielorusso, per attaccare dal confine l’Ucraina, tanto da essere stata sanzionata.
Per queste ragioni, è difficile immaginare che le elezioni di domenica 26 gennaio possano mutare realmente la situazione, facendo emergere un vero possibile “sfidante” al potere di Lukashenko. Ciononostante, considerata l’attenzione di numerosi osservatori internazionali, anche in vista di un possibile mutamento del conflitto russo-ucraino determinato dall’elezione di Trump, potrebbero rivelarsi una nuova “prova di forza”, in grado di testare l’approvazione, la rassegnazione o il dissenso della popolazione bielorussa, aprendo nuove prospettive.

Gli sfidanti di Lukashenko e l’opposizione in esilio
Sono ufficialmente cinque i candidati approvati dalla Commissione Elettorale Centrale (CEC) della Bielorussia: il capo del Partito Repubblicano del Lavoro e della Giustizia Aleksandr Khizhnyak; il capo del Partito Liberal-Democratico Oleg Gaidukevich; il segretario del Partito Comunista bielorusso Sergei Syrankov, che pur collabora strettamente con Lukashenko; e infine l’imprenditrice ed ex deputata Anna Kanopatskaya, oltre ovviamente allo stesso Lukashenko.
È proprio la figura di Anna Kanopatskaya quella più “favorita”, e considerata come leader dell’opposizione interna, che durante le elezioni del 2020 ottenne il terzo posto, con 1,7% di voti circa. Kanopatskaya, infatti, pur non criticando apertamente l’attuale Presidente, promette, se dovesse essere eletta, di liberare i prigionieri politici, riferendosi soprattutto ai numerosi oppositori arrestati nelle grandi manifestazioni post-elettorali del 2020-2021. Tuttavia, nessuno dei candidati ha una rilevanza o una popolarità tali, da poter essere considerato come reale avversario di Lukashenko.

Una figura meno marginale, considerata da alcuni come l’unica vera leader dell’opposizione, è quella di Svetlana Tichanovskaya (o Svjatlana Cichanoŭskaja in bielorusso), che vive attualmente in esilio in Europa. La sua figura aveva guadagnato grande popolarità in Bielorussia e non solo dopo la sua candidatura alle scorse elezioni presidenziali nel 2020, dove, secondo lo spoglio ufficiale, era arrivata seconda con circa il 10% dei voti. Tuttavia, la stessa Tichanovskaya, aveva denunciato la presenza di presunti “brogli elettorali”, dichiarandosi come la vera legittima Presidente della Bielorussia e dove però aveva infine deciso di lasciare il Paese, minacciata dal rischio di essere arrestata, come oppositrice politica.
Anche per queste ragioni Tichanovskaya ha raccolto un sempre maggiore consenso soprattutto tra i più giovani, tanto che nelle manifestazioni di Minsk del 2020 una grossa componente del movimento di protesta era femminile, anche perché gli agenti di polizia bielorussi erano soliti mostrare meno aggressività verso le sollevazioni popolari “femminili”. Vivendo in questo momento in esilio, in Europa, è difficile quantificare quanti potrebbero essere i suoi reali elettori potenziali, anche dato che non è ufficialmente candidata; un fatto certo è però il sostegno mostratole dall’Unione europea che già nel 2020 non aveva riconosciuto l’esito delle elezioni, dichiarando Aleksandr Lukashensko come persona non grata in Ue. Decisione cui si sono poi uniti anche Canada e Regno Unito, per cui Lukashenko ha infine deciso d’impedire la presenza di osservatori dell’OSCE in Bielorussia, a monitorare le elezioni del 2025.
Dal canto suo, Svetlana Tichanovskaya ha recentemente dichiarato che anche queste elezioni saranno un’immancabile “farsa”, confermando ancora una volta la sua posizione, e la sua intenzione a non cedere o collaborare in alcun modo con Lukashenko, tanto da aver creato recentemente anche un passaporto bielorusso “alternativo” per i cittadini in esilio (che pur non ha validità giuridica, dato che non è stato riconosciuto da nessun Paese), con una bandiera diversa da quella ufficiale, ovvero un tricolore bianco e rosso, che era diventato simbolo delle proteste nel 2020.
È pur vero che, il sostegno dell’Unione europea – che in questo momento appare fortemente divisa su numerose questioni internazionali – non è di per sé una garanzia di legittimità, anche visti i casi critici emersi recentemente, come l’annullamento delle elezioni in Romania, che ha mostrato quanto la democrazia europea sia sorretta da equilibri sempre più deboli. Eppure, se la popolazione bielorussa dovesse insorgere contro un nuovo (ennesimo) mandato di Lukashenko, la politica interna del Paese, questa volta, potrebbe iniziare a scricchiolare. Ma quali sono allora le prospettive future?

Il post Lukashenko e il figlio Nikolaj, il possibile erede
La Bielorussia, che conta appena 9 milioni di abitanti, ha come unico vero alleato strategico in Europa la Russia di Putin, tanto che dal 1° gennaio 2025 è entrata anche nell’orbita del BRICS (assieme ad altri otto Paesi). Eppure, proprio come nel caso di Putin, da tempo analisti e osservatori si chiedono cosa possa esserci “dopo Lukashenko”. Una prospettiva difficile da immaginare, a causa del suo lunghissimo mandato e della fossilizzazione della sua politica, ma che del resto è una prospettiva sempre più prossima.
A questo proposito, pur restando lontano dagli affari internazionali, i figli di Lukashenko hanno assunto un ruolo rilevante, soprattutto negli ultimi anni: i due figli maggiori Viktor e Dmitry, avuti dalla moglie Galina, hanno spesso affiancato il padre in qualità di consiglieri, anche attraverso incarichi ministeriali e affini, soprattutto in ambito sportivo. Tuttavia, da diverso tempo, le attenzioni degli osservatori sono tutte puntate sull’ultimo figlio, il giovanissimo Nikolai, di appena vent’anni e la cui madre è ignota, che sempre più spesso appare accanto a Lukashenko in occasioni pubbliche importanti, tanto da essere stato definito come possibile futuro leader.

Il ragazzo sin dalla nascita è stato sotto ai riflettori, non solo in quanto misterioso figlio di una relazione clandestina, ma anche perché ha accompagnato il padre a diversi incontri, con Vladimir Putin, Xi Jinping e persino con papa Francesco nel 2016, oltre ad aver studiato a Mosca e Pechino. Recentemente parte della stampa in lingua russa ha iniziato a definirlo come “copia del padre” che segue le sue orme e si prepara all’ingresso in politica, al punto da “avere in rubrica il telefono di Volodymyr Zelensky”.
Oltre a questo, si aggiungono poi i rumor, secondo cui sarebbe stato proprio Nikolai a spingere il padre a telefonare a Zelensky per un confronto, dopo l’invasione russa del 2022; notizia apparentemente ai limiti del becero gossip, che è stato però confermata direttamente da Natalya Eysmont, portavoce dell’ufficio stampa di Aleksandr Lukashenko. Comunque stiano le cose, è del resto vero che, per il momento, Lukashenko senior non va da nessuna parte. Tuttavia, indipendentemente dall’esito delle elezioni di domenica, su cui non si attendono enormi sorprese, emergono una serie di indizi, che fanno (forse) intravedere l’ombra di un possibile erede nella figura di Nikolai…


