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È interessante il dibattito che si sta sviluppando sui social a proposito delle ultime scelte politiche di Emmanuel Macron. C’è chi parla, sic et simpliciter, di golpe. E c’è chi ribatte: tutto regolare, lo dice la Costituzione francese. Prima di addentrarci nel dibattito, facciamo un piccolo riassunto delle puntate precedenti.

8-9 giugno, elezioni europee: con il 31,3% dei voti il movimento di Marine Le Pen e Jordan Bardella stacca tutti, ottenendo 31 seggi. Besoin d’Europe, la coalizione di cui fa parte anche Renaissance, il partito di Macron, si ferma al 14,6% dei voti e a 13 seggi. Altrettanti ne ottiene Réveiller l’Europe, la piccola coalizione guidata dal Partito socialista.

30 giugno, elezioni politiche anticipate. Preso atto del pessimo risultato, il presidente Macron convoca elezioni politiche anticipate. Il risultato, in linea con la proposta del “fronte repubblicano” contro le destra, cambia la situazione: la destra di Le Pen-Bardella ottiene “solo” 142 seggi, superata dalla coalizione di sinistra Nuovo fronte popolare (178) e anche da Ensemble (150), la coalizione dei partiti “macroniani”.

Di fatto, con quel voto, si erano formati tre blocchi tra loro comunque inconciliabili. Anche perché era chiaro che, pur nella difformità dei risultati, sia il voto delle europee sia il voto delle politiche avevano una visibilissima caratteristica: essere un voto di protesta contro Macron e contro le sue politiche. Dicemmo allora in un commento che Macron aveva sacrificato la Francia, condannandola all’ingovernabilità, per salvare se stesso. Lui avrebbe dovuto andarsene, non il Parlamento.

E infatti, ora la Francia non riesce in nessun modo a formare un Governo. Per una semplice ragione: il Nuovo Fronte Popolare (NFP) detesta Macron non meno di quanto lo detestino la Le Pen e i suoi. E Macron, che con il NFP dovrebbe formare un Governo per tener fuori le destre, a sua volta detesta i potenziali alleati.

Qui si inserisce il dibattito di cui dicevamo. Come ha ben scritto Andrea Muratore su queste pagine, NFP, il cui l’azionista di maggioranza è il partito della sinistra radicale La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon, ha indicato come candidata premier Lucie Castets, un’economista vicina al Partito Socialista. E Macron ha detto no. Perché? In sostanza, come diceva Jannacci, perché no. Perché politicamente non piace a lui. Ignorando la voce del popolo che gli arriva, come democrazia prevede, tramite la mediazione della formazione politica che alle elezioni ha ottenuto il maggior numero di preferenze.

È un golpe? La Costituzione francese non dice molto in proposito. Dice (art. 8): “Il Presidente della Repubblica nomina il Primo ministro. Egli pone fine alle sue
funzioni all’atto della presentazione da parte di questi delle dimissioni del Governo”. Nomina. Non “sceglie”. E presumibilmente, nomina assecondando l’esito del voto popolare (sennò, a che serve votare?), non secondo i suoi gusti. Altrimenti, come infatti è stato detto, non fa più il Presidente della Repubblica (ovvero, di tutti i francesi) ma il capo di una delle coalizioni in campo.

D’altra parte, come si può parlare di golpe? Macron non ha nominato la Castets, come la Costituzione gli consente visto che l’atto del nominare un primo ministro compete a lui e solo a lui. E il giudizio politico (che peraltro confermiamo: Macron sacrifica scientemente la Francia e ignora il volere del popolo francese per mantenere il potere) con l’iter istituzionale non c’entra nulla.

Tutto questo per dire che ai nostri giorni trincerarsi dietro la parola “democrazia” forse non basta più. E che dovremmo accontentarci di meno. Democrazia significa “potere del popolo”, nient’altro. Potere che nelle nostre società si esercita con la mediazione degli organismi intermedi: partiti, sindacati, associazioni e via via. Siamo sicurissimi che ciò che accade in Francia in queste settimane sian un perfetto esempio di “democrazia”? Non è che tutto ciò che non è Putin o Xi Jinping sia perfetto, anche se è questo che vogliono farci credere. E non è vero che se ci poniamo in posizione un po’ più critica nei confronti di noi stessi rischiamo di essere colonizzati dai suddetti cattivoni. Anzi, è vero il contrario.

Prendiamo, per restare in Francia, l’esempio dell’arresto di Pavel Durov. Macron ha fatto ciò che nemmeno Putin aveva osato fare: arrestare il creatore del social network più usato, perché sicuro, da coloro che, in un’infinità di Paesi, hanno problemi con il potere. Abbiamo fatto anche guerre enormi per portare la libertà, quella di Durov sarebbe roba da premio Nobel, no? Purtroppo per la stessa ragione (privacy, sicurezza…), Telegram è molto amato anche da coloro che hanno reati da nascondere. Ma accusare Durov di essere complice del trafficante di droga che usa Telegram per concordare lo spaccio è davvero democratico? Se io dicessi che la mia automobile è a disposizione di chiunque ne ha bisogno, e poi uno di questi la usasse per rapinare una banca, sarei suo complice? E perché non dovrei essere, al contrario, “premiato” se la mia automobile servisse, per esempio, a salvare una vita?

Non ci sfugge che la figura di Durov, Telegram o no, è circondata da una miriade di lati oscuri che non lasciano del tutto tranquilli. Ma siamo onesti: una volta che Telegram fosse messo sotto controllo, potremmo forse sventare un po’ di reati ma anche denunciare migliaia di dissidenti di ogni colore che del social si servono per comunicare e sopravvivere. E non raccontiamoci, per favore, che un controllo esercitato da Paesi democratici non li esporrebbe al rischio della vita: non si contano le porcherie commesse dai Paesi democratici tra guerre, golpe e i diversi sistemi con cui il mondo libero si conserva libero. Perché i sauditi che hanno massacrato il giornalista (e cittadino Usa) Kashoggi non sono stati messi al bando? Ed è solo uno tra mille esempi.

Avendo una coda di paglia lunga un chilometro, Macron ha fatto una dichiarazione in cui dice che l’arresto di Durov è legato solo a questioni giudiziarie, non politiche. Curioso, però, che tutto questo avvenga mentre da molte parti (Russia ma anche Ucraina, per non parlare dei Paesi della Ue che hanno appena approvato il Digital Services Act) si cerca di mettere sotto controllo o addirittura bandire l’incontrollabile Telegram. O comunque dove il lodevole proposito di costruire un “ambiente digitale sicuro e responsabile” (così la Ue) non fuga i dubbi di una parallela volontà di controllo e censura.

A questo proposito, a noi sospettosi pare incredibile il pochissimo risalto che in Italia (e non solo) si dà alla “confessione” di Mark Zuckerberg, il patron di Meta, che in una lettera al presidente della Commissione Giustizia della Camera dei Rappresentanti Usa (quindi non a un Pincopallo qualunque) ha ammesso di aver censurato Facebook e Instagram su Covid e Hunter Biden su richiesta della Casa Bianca, cioè di Joe Biden e Kamala Harris. Ricordate le polemiche, più o meno giustificate, sul lavoro degli hacker russi a favore di Trump nel 2016? E questa censura di Zuckerberg a favore di Biden non è una specie di gigantesco hacking preventivo? E perché se ne parla così poco? Forse è questo l’ambiente digitale sicuro e responsabile che vogliamo creare?

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