Joe Biden è pronto a partire per l’Europa con un tour che si preannuncia particolarmente importante. Il presidente degli Stati Uniti ha rilasciato un vero e proprio programma del suo viaggio nel Vecchio Continente in un editoriale sul Washington Post in cui elenca quello che farà nei diversi incontri che si terranno in questi giorni. L’obiettivo di questa tournée è quello di riprendere in mano la regia dell’Occidente cercando di fornire una risposta adeguata al problema cinese e allo spostamento di alcuni esecutivi verso le sirene d’Oriente

Biden parla di Cina e Russia su due piani molto diversi, e l’editoriale scritto dal presidente degli Stati Uniti è in questo senso molto chiaro. Mosca rappresenta una sfida militare che si gioca soprattutto sul fronte europeo e sul rischio di attacchi cyber che possano mettere a tappeto infrastrutture fisiche e digitali dell’America e dei partner. Motivo per il quale il capo della Casa Bianca ha annunciato di voler confermare la ferma convinzione nella tutela dell’art. 5 del Trattato Nato, quello che prevede la mutua difesa, estendendolo anche agli attacchi di matrice informatica.

Se con la Russia sembrano esserci spiragli di dialogo (Biden cita il trattato Start) e un’idea di rivalità circoscrivibile al più specifico campo bellico ed europeo (e lo dimostra il fatto che vedrà Vladimir Putin proprio alla fine di questo tour), sulla Cina il discorso del presidente Usa si fa molto più complesso, dipingendo un quadro di sfida sistemica per la scrittura delle regole mondiali del 21esimo secolo. Il leader democratico conclude il suo editoriale con delle domande che sono facilmente traducibili nella richiesta di una scelta di campo e nell’annuncio di un rinnovato interesse Usa verso la leadership mondiale. Concetti tipici della mentalità democratica che Biden scrive con queste semplici ma cristalline domande: “Le democrazie possono unirsi per fornire risultati reali per la nostra gente in un mondo in rapida evoluzione? Le alleanze e le istituzioni democratiche che hanno plasmato gran parte del secolo scorso dimostreranno la loro capacità contro le minacce e gli avversari moderni? Credo che la risposta sia sì. E questa settimana in Europa abbiamo la possibilità di dimostrarlo”.

Nel manifesto democratico per il nuovo mondo, Biden afferma di nuovo l’impegno nella costruzione di un Occidente basato sulla leadership Usa e forgiato anche sulla capacità della Nato di rispondere alle minacce alla stabilità del sistema. Ma di fronte alle domande così nette da parte di Washington, le risposte che possono arrivare dal Vecchio Continente non sembrano essere altrettanto granitiche. Perché Cina e Russia pongono problemi reali e offrono anche risposte estremamente concrete a cui Stati Uniti e Unione europea non hanno saputo rispondere in modo netto né pratico. Temi centrali specialmente in un mondo sopraffatto da una crisi dilagante sui il coronavirus ha avuto un impatto devastante sia a livello sociale che economico.

In questo senso, la volontà di Biden è quella di interrompere una contraddizione tipica degli Stati europei che pur facendo parte della Nato e dell’Ue e che confermando linee atlantiste su diversi punti si trovano a dover necessariamente dialogare per interessi nazionali con Pechino e Mosca. Una questione che a Washington è ormai all’ordine del giorno, al punto che il presidente Usa ha scelto come inizio dei suoi viaggi internazionali proprio l’Europa in tutte le sue forme: come cuore del G7 (sosta in Cornovaglia), come Nato e poi come Ue (sosta a Bruxelles) e come centro di grande scontro tra superpotenze (da cui l’incontro con Putin a Ginevra). Scelta di tempistiche che indica due direzioni. Da un lato le priorità temporali e strategiche americane: prima risposta globale, poi Nato, poi europea e infine, ottenuto il resoconto degli alleati, si parla a Putin. Dall’altro lato, Biden mostra anche di voler far quadrare il cerchio proprio nella trincea europea al fine di dedicarsi al vero nodo da sciogliere: la Cina. E con Pechino non può essere evidentemente un dialogo europeo ma che guarda all’Indo-Pacifico, lì dove gli Stati Uniti vogliono che anche l’Europa si mobiliti.

Di qui dunque le richieste, che dovranno essere necessariamente parallele a delle proposte. L’amministrazione americana intende offrire un contraltare ideologico, industriale e militare agli interessi cinesi e russi. Ma sa che deve iniziare anche a cedere su alcuni fronti e la partita è molto complessa, perché gli interessi europei sono nettamente contrapposti tra i diversi partner. La Germania ha paura che gli Usa intensifichino la guerra al Nord Stream 2 interrompendo un progetto strategico che collega Berlino a Mosca. E sulla questione commerciale, il governo tedesco ha più volte avuto problemi con quello americano, mentre si addensano nubi all’orizzonte anche in campo finanziario per il pericolo di una crescita eccessiva dell’inflazione. Con la Francia i rapporti sono soprattutto legati al tema militare e geostrategico, dal Sahel al Medio Oriente fino al Pacifico, ma Emmanuel Macron ha già dimostrato di volere un’autonomia strategica sempre più marcata dagli Stati Uniti. L’Italia ha confermato la linea atlantista blindata con l’arrivo di Mario Draghi, ma Biden sa che è proprio da Roma che sono arrivati pericolosi tentennamenti in chiavi filorussa e filocinese, e la Via della Seta, al netto della pandemia, tornerà sicuramente sul tavolo dei dossier più importanti. Grecia e Turchia, partner Nato, sono su fronti contrapposti in una molteplicità di questioni e l’amministrazione Usa deve mediare per un equilibrio difficilissimo senza perdere Ankara dal suo impero. E mentre l’Europa orientale spinge per un rafforzamento della mentalità antirussa dell’Alleanza atlantica, i partner meridionali chiedono una maggiore attenzione sul confine meridionale della Nato, dove oggi arrivano i maggiori problemi in termini di pericoli strategici e alla stabilità dell’area.

Il presidente democratico, in definitiva, ha di fronte a sé una sfida estremamente complessa. Non solo Washington deve far prevalere l’interesse americano ricostruendo una leadership che è andata sfumando nel corso degli ultimi anni, ma deve far fronte a esigenze nazionali estremamente differenziate. L’Occidente, un blocco che è nato con l’inizio della Guerra Fredda, oggi rischia di essere un’eredità debole e senza prospettive reali. La chiamata alle armi di Biden serve anche a ricostruire un destino comune che l’Europa vede come un’opportunità ma anche come un complesso meccanismo di sudditanza.