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Emergono nuovi dettagli e retroscena su su quelli che erano i veri obiettivi dall’amministrazione Biden nei confronti della Russia e della guerra in Ucraina. In un’intervista con Le Monde, il presidente brasiliano Lula (Luiz Inácio Lula da Silva) ha rivelato che l’ex presidente degli Stati Uniti Joe Biden si era convinto che “la Russia dovesse essere distrutta”. Lula ha espresso preoccupazione per l’escalation delle tensioni globali e ha criticato il ruolo dell’Occidente nel conflitto in corso tra Russia e Ucraina. Altro che “moderazione”, dunque: Lula rivela quello che è sempre stato l’obiettivo di Biden e dell’establishment di Washington, prima del ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump, che si è ritrovato dinanzi a una situazione estremamente complessa e difficile.
Nella medesima intervista, pur condannando la decisione della Russia di invadere l’Ucraina, Lula ha sostenuto che anche i Paesi occidentali hanno una responsabilità nel conflitto. “I paesi occidentali hanno contribuito alla situazione”, ha dichiarato, indicando le loro azioni come un fattore nella crisi in corso. “L’Europa si è schierata con Washington e sta spendendo miliardi per il riarmo”, ha detto, evidenziando gli enormi investimenti nella costruzione militare. Questo sviluppo, secondo Lula, è profondamente preoccupante. “Se parliamo solo di guerra, non ci sarà mai pace”, ha aggiunto, sottolineando la necessità di un dialogo orientato alla pace.
L’omertà sul declino mentale di Biden
Nelle ultime settimane, negli Stati Uniti si è un acceso dibattito riguardo le reali condizioni psicofisiche di Joe Biden durante il suo mandato presidenziale. Il libro Original Sin: President Biden’s Decline, Its Cover-Up, and His Disastrous Choice to Run Again, scritto da Jake Tapper della Cnn e Alex Thompson di Axios, ha portato alla luce dettagli inquietanti su come lo staff di Biden e i media abbiano, per anni, minimizzato o insabbiato il deterioramento cognitivo del presidente.
Tapper, in un’intervista a Npr, descrive due versioni di Joe Biden. La prima è quella conosciuta dal pubblico durante il suo periodo come vice presidente: carismatico, affidabile, empatico. La seconda, emersa con sempre maggiore evidenza a partire dal 2019-2020, è quella di un presidente “non funzionante”, che faticava a riconoscere alleati politici di lunga data, perdeva il filo del discorso in conversazioni cruciali e dimenticava date significative, come quella della morte del figlio Beau. “Il pubblico ha visto solo frammenti di questo declino davanti alle telecamere”, afferma Tapper, “ma non avevamo idea di quanto fosse grave dietro le quinte”.
Secondo una fonte citata nel libro, la presidenza di Biden era gestita come un “consiglio di amministrazione di cinque persone“, con Biden come presidente del consiglio, ma di fatto sostenuto e guidato dai suoi collaboratori più stretti. Questo sistema, secondo gli autori, ha permesso di mascherare le sue difficoltà, ma ha anche sollevato domande sulla trasparenza e sulla capacità di Biden di guidare il Paese. A complicare ulteriormente il quadro, nelle scorse settimane l’ufficio di Biden ha diffuso una dichiarazione rivelando che l’ex presidente è stato diagnosticato con un “cancro alla prostata aggressivo” che si è metastatizzato alle ossa.
Al di là del dramma personale e privato che ha colpito Biden e la sua famiglia, rimane sullo sfondo un tema politico e solleva interrogativi su come funziona il sistema mediatico: possibile che, per anni, chiunque osasse mettere in discussione – l’evidente – stato confusionario dell’ex presidente venisse tacciato di essere un “complottista” o di sposare la propaganda di destra? Possibile che i grandi media – tolto il Wall Street Journal e pochi altri – non si siano accorti di nulla?