L’elezione di Joe Biden alla presidenza degli Stati Uniti ha coinciso con un’accelerazione della fase di criticità nella tenuta dell’esecutivo giallorosso a trazione M5S-Pd. Il governo Conte II, infatti, è stato attraversato nelle ultime settimane da una serie di tensioni interne che stanno facendo venire a galla una realtà di fatto: la legittimazione internazionale di Giuseppe Conte traballa.

E se poco più di un anno fa Donald Trump aveva svolto il ruolo di “levatrice” del governo giallorosso con il tweet a sostegno di “Giuseppi” che aveva spiazzato la Lega e Matteo Salvini, i mesi successivi avevano palesato un ritorno degli Usa alla ricerca dei classici referenti istituzionali a Roma. Nel governo giallorosso sono considerati “atlantisti” di ferro Lorenzo Guerini e Vincenzo Amendola, mentre nel contesto del Copasir il presidente Raffaele Volpi gode del sostegno e della fiducia di Washington. Conte, amico di Trump, non poteva dirsi al contempo un uomo di fiducia degli Stati Uniti, essendo stato il premier che ha firmato il memorandum “cinese” con Xi Jinping e ha cercato legittimazione in quei salotti europei che, specie tra Parigi e Berlino, disegnano strategie alternative a quelle Usa.

Ora, sottolinea Marco Antonellis su Italia Oggi, proprio il ritorno al potere di quei democratici Usa che, sulla carta, sarebbero politicamente più affini al governo giallorosso può fare evolvere le dinamiche italiane. “Washington”, riportano uomini degli apparati di potere romani sentiti da Italia Oggi, “vuole riprendere in mano le sorti del paese, cruciali per gli equilibri europei oltre che per sbarazzarsi dei fantasmi russi e cinesi. In altre parole Joe Biden ha cominciato l’azione di logoramento nei confronti di Giuseppe Conte, ritenuto, dalle parti di Washington troppo amico di Donald Trump“.

Se già tradizionalmente il Partito Democratico è ritenuto un interlocutore più “ortodosso” a Washington rispetto al Movimento Cinque Stelle, tanto che Guerini e Amendola sono proprio esponenti del Nazareno, con l’era Biden l’uomo che più di ogni altro potrà farsi portavoce della de-stabilizzazione del governo Conte sarà Matteo Renzi, che col presidente eletto vanta un rapporto consolidato e, si sussurra, avrebbe un accordo per poter ambire in futuro alla segreteria della Nato. Dall’annuncio della vittoria di Biden, le picconate contro Conte sui principali dossier strategici si sono intensificati, e proprio da Italia Viva sono arrivate diverse bordate su numerose questioni di primo piano. La spinosa tematica del controllo di Conte sull’intelligence, ad esempio, ha visto Renzi e il Pd salire in cattedra contro il premier, che giorno dopo giorno vede sfilacciarsi la sua formula di governo consolidata fondata sulla continua ricerca di compromessi e mediazione.

L’agenda strategica di Joe Biden, ricalcando in larga misura quella di Barack Obama, mira a un ritorno della formula del doppio contenimento di Russia e Cina e a un rilancio del potere di attrazione statunitense nei confronti dell’Europa, da arruolare assieme all’Asia in una riproposizione dell’alleanza su due pilastri di cui, chiaramente, i Paesi dell’Unione rappresentano la componente fondamentale. Strategia complessa e non necessariamente votata al successo, ma che impone agli States di cercare di fare affidamento su alleati e clientes tradizionali. In Italia, dunque, “Giuseppi” rischia di essere di troppo, non fosse altro che per la sua sostanziale assenza di “forma” politica reale. Che può rivelarsi un punto a suo favore sul fronte interno, ma al momento delle grande svolte storiche rischia di renderlo superfluo o politicamente sacrificabile.

La corrispondenza temporale tra l’ascesa di Biden al ruolo di presidente eletto e gli attacchi crescenti alla posizione di Conte nel contesto della maggioranza non va sottovalutata. Conte paga sicuramente errori personali e un’ambizione divenuta, mese dopo mese, sempre più smodata, fattori che ne hanno compromesso la fiducia di cui godeva nei mesi primaverili. Ma il vero nodo è la sua incapacità di cogliere i venti nuovi che la politica internazionale offrirà nei mesi e negli anni a venire. Il punto è capire in che modi e in che termini nei prossimi mesi per gli Usa potrebbe divenire funzionale uno schema governativo diverso o un’uscita di scena dell’attuale premier. La realtà dei fatti è che se di questa svolta dovesse esserci un sentore Biden potrà contare su ben più di un referente italiano che, per sua stessa ammissione, nella corsa in soccorso al vincitore ha ribadito solidi legami col futuro inquilino della Casa Bianca.