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A un anno dall’attacco a Capitol Hill i toni del dibattito politico americano sembrano subire una poderosa sterzata. Così Joe Biden, che aveva abituato l’America e i dem ai toni pacati del good shepard, in occasione dell’anniversario dell’attentato al tempio sacro della democrazia americana si fa ruggente, mentre il temibile avversario nicchia dal suo buen retiro puntando tutto sul 2024.

La filippica di Biden

Giovedì scorso, proprio dal Campidoglio, la voce tuonante del presidente Biden, risuonando nella preziosa Sala delle statue, ha trasformato l’anniversario dell’attacco in una filippica amara contro l’ex presidente Trump-pur non nominandolo nemmeno una volta- a base di toni infuocati, momenti di silenzio e resoconti angosciati da parte di chi ricordava le terrificanti ore del 6 gennaio 2021, quando la folla assediava il Campidoglio e i rivoltosi cercavano di fermare la liturgia democratica. Una lunga commemorazione nella quale spicca un Biden a cui non eravamo abituati, che si rivolge ai democratici intervenuti mentre i repubblicani hanno scelto per lo più di stare alla finestra. “Per la prima volta nella nostra storia, un presidente non solo ha perso le elezioni, ha cercato di impedire il trasferimento pacifico del potere mentre una folla violenta ha fatto breccia in Campidoglio”, ha detto Biden. “Non puoi amare il tuo Paese solo quando vinci”.

L’assenza dei top republicans

Quello che avrebbe dovuto essere un momento di riconciliazione nazionale si è trasformato in un monologo in cui ha fatto rumore il tono di Biden e l’assenza-o il silenzio-dei top republicans, che tradisce ancora l’influenza di Trump, nonostante l’attacco fosse stato immediatamente condannato anche da esponenti forti del Gop. Fa tutto parte del calcolo politico in un partito in cui l’ex presidente resta al comando. Il leader della minoranza della Camera Kevin McCarthy non si è presentato né ha rilasciato una dichiarazione. Il leader del Senato repubblicano Mitch McConnell, che ha pronunciato una delle più acute denunce di Trump dopo l’attacco, era ad Atlanta per il funerale dell’ex senatore Johnny Isakson. L’ex vicepresidente Mike Pence, che fuggì per salvarsi la vita -quando i rivoltosi cantavano “Hang Mike Pence!” -non ha rilasciato alcuna dichiarazione. Non hanno detto nulla anche l’ex segretario di Stato Mike Pompeo, che ha gettato le basi per una possibile campagna del 2024 sottolineando i successi dell’amministrazione Trump, tantomeno l’ex ambasciatore alle Nazioni Unite Nikki Haley. Tuttavia, la condanna degli eventi di un anno fa ha strappato il sostegno di due insospettabili come Dick Cheney e Karl Rove, tutto tranne che colombe.

Uno spartiacque nella presidenza Biden?

“Ha guardato in tv le violenze e non ha fatto nulla, ha definito patrioti gli insorti, mentre i patrioti sono gli elettori che hanno deciso di voltare pagina”, tuona Biden, accusando colui che definisce per sedici volte solo “l’ex presidente” di aver puntato e di puntare ancora il coltello alla gola della democrazia americana attraverso la grande bugia della frode elettorale. Parole dure, che segnano uno spartiacque, ma soprattutto un cambio di strategia. Negli ultimi dodici mesi Biden è stato il presidente elettorale, il ricucitore, il buon padre di famiglia che aveva promesso di sanare le fratture di una nazione in crisi di identità. Ma se il 2024 è solo fra due anni, il mid term è ancora più vicino, e allora i toni devono cambiare: in un Paese che resta pericolosamente diviso, Biden ha perso la bussola, tradendo presumibilmente, quell’incapacità di tenere il polso della situazione che in molti, anche fra i dem, avevano paventato. In ribasso nei sondaggi, combatte contro Covid, inflazione e faglie sociali. Nel frattempo, i repubblicani si riorganizzano, non cadono romanticamente “vittime” della sindrome rally under the flag come un anno fa, ma tornano a convincersi di poter strappare la presidenza. Sono meno impauriti, mantengono meno il basso profilo e a Biden e ai democratici tocca accettare che lo spauracchio di un Trump candidato incumbent per il 2024 è tutt’altro che un incubo a occhi aperti.

La strategia, compresa quella oratoria, è cambiata: abbandonati i discorsi al caminetto, lo strumento migliore è quello di mettere il dito nella piaga di un anno fa, anche attraverso il sostegno di ex presidenti. Fra questi, oltre a Barack Obama, perfino il novantesettenne Jimmy Carter, che dalle pagine del New York Times denuncia come “la democrazia americana vacilla sull’orlo di un abisso sempre più ampio” e che “Senza un’azione immediata, corriamo il rischio reale di un conflitto civile e di perdere la nostra preziosa democrazia. Gli americani devono mettere da parte le differenze e lavorare insieme prima che sia troppo tardi”.

Una strategia vincente?

Al di là della bontà dei contenuti, e alla condanna dei fatti di un anno fa, la domanda da porsi è: era questo il momento per affondare il dito nella piaga? E quanto male può fare questo premere l’acceleratore sulla polarizzazione politica nello stesso modo in cui ha fatto l’avversario? Fino all’anniversario, Biden aveva menzionato l’attacco con parsimonia, mantenendo self control perfino nelle ore critiche che lo videro fare eroicamente appello a Trump per disinnescare le violenze. Dalla Florida, quest’ultimo appare quasi stoico, rilanciando il suo attacco infondato alle elezioni.

Giovedì sera, l’ex presidente era già alle prese con una campagna di raccolta fondi. Fuori dal coro, nel suo partito, la rappresentante Liz Cheney: vicepresidente del comitato della Camera che indaga sull’attacco e uno dei pochi legislatori del Gop presenti alle cerimonie del Campidoglio, ha avvertito che “La minaccia continua. Trump continua a fare le stesse affermazioni che sapeva di aver causato violenze il 6 gennaio”. “Purtroppo, troppi nel mio stesso partito stanno abbracciando l’ex presidente, stanno guardando dall’altra parte o stanno minimizzando il pericolo”, ha dichiarato allo show “Today” della NBC. “È così che muoiono le democrazie. Semplicemente non possiamo permettere che ciò accada”.

Le numerose critiche che hanno raggiunto Biden, al di là del momento sbagliato e dei toni inaspettati, riguardano anche la cattiva scelta di unire le commemorazioni ad una richiesta al Congresso di premere per l’approvazione per la legislazione sulle elezioni e sui diritti di voto, bloccata dall’ostruzionismo repubblicano al Senato: un abbinamento poco felice che ha fatto piovere le accuse di politicizzazione delle commemorazioni anche dall’interno dello stesso Partito Democratico. Stando così le cose, la strada verso l’8 novembre è tutta in salita.

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