Il presidente Joe Biden ed i suoi consiglieri hanno sottolineato più volte che una delle priorità della nuova amministrazione è ristabilire la leadership degli Stati Uniti a livello internazionale e ripristinare le relazioni transatlantiche che l’ex presidente Donald Trump aveva indebolito con la propria politica estera “americanocentrica”.

Tuttavia, tre aree di disaccordo non indifferenti stanno già ponendo degli ostacoli al riavvicinamento tra gli Stati Uniti ed i partner europei: il gasdotto Nord Stream 2, l’Iran e la Cina

L’amministrazione Biden ha ereditato una situazione già abbastanza controversa per quanto riguarda il Nord Stream 2. I leader americani si sono sempre dimostrati accanitamente ostili al gasdotto sin da quando iniziarono i lavori di costruzione nel 2011. Le amministrazioni Obama e Trump sostenevano che il gasdotto, passando al di sotto del Mar Baltico per collegare Russia e Germania, avrebbe incrementato la dipendenza della stessa Germania e di altri Paesi europei dalle forniture di energia russe. Secondo gli ufficiali statunitensi, tale dipendenza avrebbe procurato a Mosca un pericoloso vantaggio geopolitico sui vicini ad ovest. Nonostante le strenue obiezioni europee, nel 2019 e 2020 il congresso degli Stati Uniti autorizzò l’imposizione di sanzioni nel tentativo di bloccare i lavori.

E anziché prendere le distanze da tale posizione conflittuale, Biden ed il suo team sembrano intenzionati ad adottarne una ancora più severa. Il 18 marzo il segretario di stato Antony Blinken ha rilasciato una dichiarazione in cui richiedeva che le aziende coinvolte nel progetto del gasdotto smettessero di lavorarvi. “Come già reso chiaro da diverse amministrazioni statunitensi”, ha dichiarato Blinken, “questo gasdotto è un progetto geopolitico russo volto a dividere l’Europa e diminuire la sicurezza energetica europea”. La settimana successiva Blinken ha apertamente avvisato il Ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas del fatto che l’imposizione di sanzioni contro le aziende tedesche sarebbe stata un’opzione plausibile nel caso in cui i lavori del gasdotto fossero stati ultimati.

L’approccio arrogante di Washington infastidisce molti europei

Tipica la reazione di Rainer Seele, CEO dell’azienda austriaca OMV, alla dichiarazione iniziale di Blinken. “Questo progetto è di enorme importanza per la sicurezza della fornitura di gas del mercato europeo, e prendere decisioni è dunque responsabilità dell’Europa” ha commentato Seele al quotidiano austriaco Wiener Zeitung, aggiungendo poi: “Per anni abbiamo mantenuto una profonda amicizia transatlantica con gli Stati Uniti, e gli amici non si minacciano a vicenda”.

Benché vi siano oppositori in Europa al Nord Stream 2 (specialmente in Ucraina, Polonia, ed altri paesi dell’est Europa) vi sono anche molti sostenitori del progetto – e che provano sempre più risentimento verso le tattiche statunitensi. Tra le direttive di Mosca, non sempre proprio impeccabili, e la pressione di Washington, per il momento il governo tedesco continua ad impegnarsi nel progetto.

Daniel R. DePetris, un membro della think tank Defense Priorities di Washington, riassume così il potenziale esito indesiderato dell’attuale posizione dell’amministrazione Biden in merito al Nord Stream 2: “L’amministrazione Biden è salita al potere promettendo di risanare e rinvigorire le alleanze degli Stati Uniti con l’Europa. Ma è difficile immaginare come vi possa riuscire se è proprio la stessa amministrazione ad intraprendere battaglie economiche ai danni delle aziende europee che partecipano alla realizzazione del Nord Stream 2. La Casa Bianca deve domandarsi: vale la pena rovinare la relazione tra Stati Uniti e Germania, che già negli ultimi quattro anni ha dovuto patire ingenti pressioni?”. Allo stesso modo, Daniel Benjamin, presidente dalla American Academy di Berlino, segnala che “per i politici e i business leader tedeschi che avevano sperato nella vittoria di Biden alle elezioni di novembre – e che, in alcuni dei più prestigiosi uffici del Paese, hanno letteralmente pianto di gioia durante il discorso inaugurale del nuovo presidente – il conflitto in merito al gasdotto ha suscitato timori per cui, sebbene Trump non sia più al potere, gli Stati Uniti rimangano un partner incurante ed ostile”.

Le tensioni transatlantiche si stanno anche ravvivando a causa delle politiche nei confronti del’Iran. I leader europei reagirono con stizza quando il presidente Trump ritirò gli Stati Uniti dall’accordo multilaterale volto a limitare il programma nucleare di Tehran (JCPOA), e furono invece rasserenati nel momento in cui Biden annunciò l’intenzione di Washington di rientrare a far parte di quell’accordo. Tuttavia, le azioni successive intraprese dall’amministrazione si sono rivelate piuttosto deludenti. Anziché semplicemente rientrare nell’accordo, gli ufficiali degli Stati Uniti si misero a discutere i vari dettagli del processo; peggio ancora, il team degli esteri di Biden insistette inizialmente affinché fosse l’Iran a fare i primi passi nel rispetto delle negoziazioni – anche se ora pare che l’amministrazione statunitense abbia fatto marcia indietro rispetto a tale posizione.

Da ciò ne è conseguito un impasse sempre più scontroso tra Washington e Tehran. Anche alcuni dei sostenitori più progressisti del presidente all’interno del Paese stanno perdendo la pazienza a causa dei costanti intoppi dell’attuale amministrazione. Per quanto riguarda il Nord Stream 2, da entrambi i lati dell’Atlantico si sta diffondendo l’impressione che la politica di Biden verso l’Iran possa essere più simile del previsto a quella di Trump. Le preoccupazioni dei leader europei sono poi aumentate quando l’amministrazione statunitense respinse seccamente la loro richiesta affinché Washington revocasse alcune sanzioni ai danni dell’Iran. Rimane poco tempo per resuscitare il JCPOA, e il disaccordo sulla questione iraniana rischia di fare saltare un importante riavvicinamento transatlantico.

Le posizioni divergenti nei confronti della Cina potrebbero avere un potenziale ancora maggiore di inasprire le tensioni transatlantiche. Gli approcci contrastanti si erano già manifestati ancor prima che la nuova amministrazione salisse al potere. In un suo intervento dello scorso 28 dicembre il presidente eletto aveva dichiarato che “mentre siamo in competizione con la Cina e riteniamo il governo cinese responsabile dei propri abusi su commercio, tecnologia, diritti umani e altri aspetti, la nostra posizione sarà ancora più decisa nel momento in cui creeremo coalizioni tra partner ed alleati che la pensano come noi ad unirsi alla nostra causa in difesa di interessi e valori condivisi”. Ma solo due giorni dopo la dichiarazione di Biden, l’Unione Europea firmò un importante accordo di investimento con Pechino, nonostante l’amministrazione statunitense in arrivo avesse sollecitato l’UE a ritardare qualsiasi azione. Alan Tonelson, noto blogger di RealityChek, ha commentato il gesto dell’Unione Europea come “un pugno sui denti” agli Stati Uniti da parte degli alleati europei.

La resistenza al tentativo di Washington di arruolare l’Europa in un fronte comune per limitare la potenza in ascesa di Pechino è stata sempre più evidente durante gli anni dell’amministrazione Trump, e tale posizione non sembra voler affatto cambiare. Sia il presidente francese Emmanuel Macron che la cancelliera tedesca Angela Merkel hanno apertamente respinto la proposta di Biden di formare un’alleanza di democrazie contro la Cina.

Tuttavia, la stessa condotta irritante della Cina nei confronti dell’Europa potrebbe ora mitigare le divergenze tra Stati Uniti ed Europa al riguardo. In rappresaglia per delle sanzioni relativamente modeste da parte dell’UE ai danni di quattro ufficiali cinesi, Pechino ha risposto con delle contro-sanzioni contro un numero ben maggiore di diplomatici, parlamentari e accademici europei. Furiosi, i membri del Parlamento Europeo hanno minacciato di troncare l’accordo sugli investimenti tra Cina ed UE menzionato prima; Francia, Germania, Italia ed altri Paesi hanno addirittura richiamato in patria i propri ambasciatori da Pechino per ulteriori consultazioni.

Ciononostante, l’Europa ha ben poco da guadagnare ritrovandosi nel bel mezzo di un crescente conflitto tra gli Stati Uniti e la Cina che riguarda perlopiù questioni strategiche ed economiche nel Pacifico occidentale, e sia i governi europei che gli stessi cittadini europei pare ne siano consapevoli. Malgrado gli errori goffamente compiuti da Pechino e Mosca nei confronti dei Paesi democratici dell’Europa, il ritorno europeo ad una solidarietà transatlantica sotto la ferrea leadership di Washington non sarebbe favorevole nel lungo periodo. La conclusione di Stephen Kinzer, giornalista del Boston Globe, pare piuttosto indicata: “Attraverso l’alleanza NATO gli Stati Uniti hanno tradizionalmente impostato le politiche di sicurezza europee, dando ordini agli alleati anche in merito a questioni importanti. Quel riflesso di obbedienza si sta ora affievolendo”; in particolare, “gli europei sono alla ricerca di legami più solidi con [entrambe] Russia e Cina, spesso contro il volere di Washington”. La grazia con cui l’amministrazione Biden affronterà questa nuova realtà non proprio ottimale sarà un banco di prova per la maturità e l’esperienza degli ufficiali statunitensi.