L’arrivo di Joe Biden in Medio Oriente coincide con il ritorno dell’Iran al centro dell’agenda americana. Il governo israeliano aveva fatto capire di volere garanzie sull’impegno Usa nella regione e in particolare sul fronte del nucleare iraniano. E Biden, pur ribadendo di considerare un “gigantesco errore” l’uscita di Donald Trump dall’accordo sul programma atomico, ha lanciato anche un segnale da non sottovalutare: in caso di avvicinamento dell’Iran alla bomba nucleare, Washington, ha spiegato il presidente in un’intervista, è pronta a “utilizzare la forza per impedire questa eventualità”.

L’avvertimento della Casa Bianca indica non solo un raffreddamento della pista negoziale, ma anche un nuovo metodo applicato dall’amministrazione democratica. I canali di dialogo, pur sottotraccia, restano sempre aperti. Ma allo stesso tempo, Washington appare sempre più orientata verso una netta divisione tra Paesi amici e ostili, tanto che la prova di forza, vista ancora come “ultima spiaggia”, è ormai sdoganata nel pubblico dibattito. L’avvertimento non vale solo per Teheran, che in questo momento è al centro del dialogo tra Stati Uniti e Israele e i partner arabi, ma anche per tutti quei governi su cui la Casa Bianca sembra avere scelto una strada molto più assertiva e rispetto al passato. Come già visto per l’idea del “blocco delle democrazie” e per una serie di conflitti che coinvolgono diversi livelli delle relazioni Usa con il resto mondo, per la Casa Bianca esiste ormai il blocco alleato e il blocco nemico. Il non allineamento non è più fattibile e anzi viene rimarcato in maniera ancora più netta l’essere parte o meno del sistema di alleanze di Washington.

Il messaggio rivolto all’Iran non è molto diverso da quelli inviati a più riprese nei confronti della Russia o della Cina. Basti ricordare l’avvertimento rivolto a Pechino in caso di invasione di Taiwan, così come la presa di posizione dura e definitiva nei confronti di Mosca, il sostegno a Kiev e la richiesta, all’Europa, di rompere gli indugi volgendo le spalle agli accordi con il Cremlino. Washington, in questa fase storica, appare intenzionata a imporre uno stop definitivo sia ai sistemi rivali che a quelli ondivaghi. Evitando al contempo di farsi vedere interessata a un compromesso che si adegui anche alle richieste (e alle pretese) degli avversari.

La svolta degli Stati Uniti è il frutto di diverse motivazioni. Il mondo, in generale, sta vivendo una progressiva fase di polarizzazione dello scontro e appare ormai sempre più difficile pensare a soluzioni di compromesso. Dall’altro lato, le potenze rivali, grazie anche al ripensamento strategico dell’impero americano, si sono sentite autorizzate a mosse più azzardate rispetto al passato, complice un’economia stagnante e una debolezza del blocco occidentale. Esiste poi un problema culturale, cioè della percezione di questo duello tra potenze ormai alla pari di uno scontro tra civiltà, cosa che conduce inevitabilmente alla difficoltà di trovare punti di contatto e piattaforme attraverso cui dialogare.

Il paradosso, tuttavia, è che nell’azione degli Stati Uniti si annidi un pericolo proprio per chi pone in essere questa politica. La Casa Bianca, tracciando un confine così netto e linee rosse così dure sulle forze avversarie o anche solo non alleate, rischia di indurire le posizioni nemiche e allontanare chi si trova in una condizione di interregno. La “lista dei cattivi” si sta ampliando, le sanzioni si allargano, la definizione di alleati diventa sempre precisa e inquadrata in schemi rigidi. E il rischio è che i Paesi avversari e non alleati si trovino nella posizione di compattarsi in un blocco che a questo punto appare sempre più esteso. Un rebus complicato, perché è chiaro che l’Occidente, di cui Washington è capitale morale e politica, si trova a dover decidere su come colpire o porre un freno alle forze nemiche. Ma allo stesso l’identificazione sempre più ampia di rivali o Paesi sotto osservazione può provocare un rovesciamento delle posizioni, lasciando un mondo – non solo asiatico – sempre meno legato ai fili dell’economia occidentale. L’esempio di Cina, Iran e Russia rischia di essere in questo senso particolarmente eclatante: tre Stati che controllano gran parte dell’Asia e che influenzano diverse regioni sono legati da interessi sempre più affini e da una rivalità con gli Usa che appare sempre più marcata. Elemento pericoloso per gli Stati Uniti specialmente se non riescono a proporre anche un modello alternativo di stampo economico e politico.

Un tema su cui anche Biden deve iniziare a riflettere per il rischio che la divisione manichea possa condurre a un mondo di rivali sempre più ampio. Nei giorni scorsi, la Cina ha dato il semaforo verde all’ingresso dell’Argentina nel blocco dei Brics, i cosiddetti Paesi emergenti. Il presidente brasiliano, Jair Bolsonaro, rivolgendosi ai suoi elettori ha detto ricordato che il Brasile potrebbe ricevere carburante “più economico” dalla Russia, rilanciando la sua idea che “sembra che le sanzioni economiche non abbiano funzionato”. La cosiddetta “alleanza senza limiti” tra Cina e Russia (che non è un’alleanza sul modello occidentale ma una partnership strategica regolabile in base agli interessi contingenti) sembra non essere destinata a essere scalfita. L’Europa, indebolita dalle richieste di romper ei legami con la Russia, appare sempre meno soddisfatta, quantomeno a livello popolare, delle più recenti evoluzioni dei governi e lo dimostrano le ultime tornate elettorali. L’India appare sempre meno legata alle richieste Usa nonostante le speranze riposte da Washington nel Quad. Il rischio, in definitiva, è che quello che doveva essere l’elenco dei Paesi nemici possa trasformarsi in un blocco sempre più ampio con il quale sarà sempre più difficile dialogare pur nella necessità di un mondo sempre più globalizzato.

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