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Sono passate solo poche ore dalla cerimonia di insediamento del nuovo presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, effettuata a Washington in un’atmosfera surreale data dalle imponenti misure di sicurezza che hanno fatto sembrare la capitale americana più simile a Saigon durante l’offensiva del Tet che a una città del libero occidente nel ventunesimo secolo, che il nuovo inquilino della Casa Bianca ha subito firmato una serie di ordini esecutivi che delineano il nuovo corso della politica statunitense.

Gli ordini sovvertono, anzi capovolgono, la linea del precedente esecutivo e spaziano in campi diversi: dal ritorno degli Usa nell’Oms e negli accordi di Parigi sul clima sino alla fine della costruzione del muro al confine col Messico, inaugurato dall’amministrazione Clinton col provvedimento Illegal Immigration Reform and Immigrant Responsibility Act del 1996 e portato avanti da tutte le successive a fasi alterne. Quello che forse più ci interessa, in quanto riguarda la strategia di politica estera statunitense che si ripercuote sull’Europa e sugli alleati della Nato, è l’atteggiamento verso la Russia.

Il presidente Biden, come ampiamente previsto, ha messo al centro del mirino Mosca, ritenuta, a tutti gli effetti, una minaccia per la democrazia e per la stabilità globale. Il mutato atteggiamento, più assertivo, degli Stati Uniti verso la Russia abbraccia alcuni dossier: il caso Navalny, l’Ucraina, la Bielorussia, il Trattato New Start, la Cyber Warfare e la Siria.

Se da un lato Washington si sta dimostrando propensa a prolungare, per un quinquennio, gli accordi – in prossima scadenza – di riduzione degli armamenti nucleari (il New Start) che l’amministrazione Trump aveva minacciato di abbandonare senza la partecipazione della Cina, dall’altro la rotta tracciata da Biden è indubbiamente rivolta a una ripresa della politica di scontro con Mosca.

Il segnale più indicativo in questo senso è rappresentato dal fronte siriano. Se Trump aveva ridotto il numero delle truppe presenti nel martoriato Paese mediorientale limitandole, sostanzialmente, a fare da “cani da guardia” alle installazioni petrolifere, questa nuova amministrazione sembra aver dato un segnale inequivocabile del cambio di politica alla Casa Bianca: lo scorso sabato la coalizione militare guidata dagli Stati Uniti risulta aver inviato un nuovo convoglio di mezzi trasportanti attrezzature militari e logistiche nella provincia nord-orientale di Hasakah, in Siria.

Il media Rt Arabic, citando fonti locali, ha riferito che un convoglio di 35 camion ha attraversato il valico di confine di Waleed nei territori siriani dalla regione semi-autonoma del Kurdistan settentrionale dell’Iraq. Le fonti hanno aggiunto che i veicoli sono entrati nella città curda di Qamishlinota per aver sollevato l’interessamento russo volto a ottenere una seconda base aerea – con rifornimenti per le forze militari statunitensi stanziate ad Hasakah e nella vicina provincia di Dayr al-Zawr. Un “ottimo” biglietto da visita spedito al Cremlino ancora prima dell’insediamento.

Sul caso Navaly, arrestato appena atterrato su suolo russo, la Casa Bianca non usa mezzi termini: Jake Sullivan, il nuovo consigliere per la Sicurezza Nazionale statunitense, ha condannato con forza l’arresto del magnate russo chiedendone “l’immediato rilascio”, sottolineando “l’inaccettabile violazione dei diritti umani” e rinnovando la richiesta che i “responsabili del tentato omicidio al leader dell’opposizione venissero individuati e processati”.

Il recente colossale attacco informatico subito dagli Stati Uniti che ha avuto come obiettivo le reti del Dipartimento del Tesoro e del Commercio fornisce un nuovo motivo di tensione tra Mosca e Washington. L’attacco hacker di dicembre sarà oggetto di una revisione attenta e di un’indagine approfondita da parte della nuova amministrazione per individuare i responsabili ed aumentare la sicurezza dei sistemi mettendoli al riparo da attività di Cyber Warfare. Secondo il nuovo esecutivo molti indizi fanno pensare che ci sia la Russia dietro l’attacco, ma proprio perché le sue dimensioni e la complessità delle sue modalità operative fanno ritenere quasi con certezza che il coordinamento delle operazioni sia da deputare a una struttura statuale e militare, la lista dei possibili autori si allunga: anche l’Iran, la Cina o la stessa Corea del Nord hanno dimostrato, negli ultimi anni, di poter orchestrare operazioni di ampio spettro con successo, come risulta certificato anche dalle istituzioni europee preposte alla sorveglianza cibernetica (l’Enisa).

Per quanto riguarda gli Stati che rappresentavano (e rappresentano) la vitale sfera di influenza russa nel suo settore occidentale – Ucraina e Bielorussia – i segnali che arrivano dall’amministrazione Biden sono alquanto preoccupanti. Sappiamo che Joe Biden si è promesso di accogliere alla Casa Bianca Svetlana Tikhanovskaya, oppositrice di Alexander Lukashenko, costretta a fuggire all’estero dopo l’esito delle passate elezioni in Bielorussia e le successive sommosse. L’amministrazione Usa sembra intenzionata a sostenere apertamente la Tikhanovskaya ed è orientata anche ad alzare il livello delle sanzioni nei confronti di Minsk. Il Cremlino si è spesso trovato in imbarazzo davanti a certi “colpi di testa” di Lukashenko e avrebbe anche intenzione di disfarsene, sostenendo una opposizione liberale e democratica gestita da Mosca, per poter disinnescare la tensione in Bielorussia ed eliminare le spinte centrifughe verso occidente. Del resto, dopo aver perso l’Ucraina, Mosca non si può permettere di perdere anche la Bielorussia proprio perché, per motivazioni geografiche e storiche, rappresenta una delle due porte verso il cuore del Paese.

Il dossier ucraino è forse quello più scottante e che, insieme a quello bielorusso, farà da cartina tornasole per la politica statunitense verso la Russia. In ballo non c’è solamente la questione della Crimea o del Donbass, dove la situazione è in un caso molto difficilmente reversibile e nell’altro stagnante, ma quella del possibile ingresso di Kiev nell’Alleanza Atlantica, più volte ventilato e fino ad oggi sempre rimandato per questioni formali proprio legate al conflitto nell’est del Paese. Da questa amministrazione ci si aspetta una posizione molto più aggressiva attraverso l’implementazione delle relazioni politiche e militari. La nomina a nuovo segretario di Stato di Anthony Blinken, che nel 2014 aiutò a coordinare le sanzioni contro la Russia dopo l’invasione della Crimea, non fa prospettare nulla di buono da questo punto di vista: se Washington farà dell’integrazione euro-atlantica dell’Ucraina una delle sue priorità, la rottura con Mosca sarà quasi totale e molto pericolosa in prospettiva; del resto mettere un avversario con le spalle al muro non è mai una scelta diplomaticamente saggia, e Pearl Harbor avrebbe dovuto insegnare qualcosa ai democratici.

Basta poi dare uno sguardo alle nuove nomine volute da Biden nei ruoli chiave dell’amministrazione per capire quale sia l’atteggiamento generale della politica estera Usa: il nuovo direttore della Cia, Williams Burns, è stato ambasciatore a Mosca, ma soprattutto da temere è Victoria Nuland, nuovo sottosegretario al Dipartimento di Stato per gli Affari Politici, che coordinò le politiche dell’amministrazione Obama durante la rivolta di “EuroMaidan”.

Gli Stati Uniti quindi, dopo un quadriennio di “America First” che ha visto, in certi settori di globo, il disimpegno militare, ma sicuramente caratterizzato dal pregio di non aver inaugurato nessun nuovo conflitto e cercato di porre termine a quelle che sono state definite “guerre infinite”, riprendono la loro politica estera assertiva e quella “promozione della democrazia” che ha causato sconvolgimenti e instabilità, in tempi più o meno recenti, in ampi settori del Medio Oriente e del Nord Africa: il progetto del presidente Biden di convocare entro il primo anno del suo mandato un “Summit delle Democrazie”, più che definire le priorità di un sistema di alleanze fra Paesi democratici per “contenere le autocrazie che minacciano stabilità e sicurezza globale” rischia seriamente, stante i precedenti storici, di diventare un congresso dove si decide quale Paese destabilizzare con la reale possibilità di vedere un ritorno di fiamma del terrorismo e la nascita di nuovi conflitti, questa volta boots on groud.

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