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C’è una certezza in particolare sulla quale il nuovo presidente deli Stati Uniti d’America, Joe Biden, a differenza del suo predecessore Donald Trump non potrà assolutamente contare: la Corte Suprema. Già, perché a differenza del Tycoon (che proprio sul finire della sua presidenza è riuscito ad eleggere un ulteriore nome vicino alla destra repubblicana, Amy Coney Barrett), il leader democratico avrà uno sfavore di sei voti a tre nel massimo organo giudiziale degli Stati Uniti, in un Paese in cui le sentenze producono storico legislativo.

Un particolare non indifferente, se si considera come la legalizzazione più ampia dell’aborto negli Stati Uniti sia stato sancito proprio da una sentenza della Corte Suprema, nella notissima causa giudiziaria “Roe Vs Wade“. E, soprattutto, una situazione che col passare dei mesi potrebbe rivelarsi sempre più scomoda per Biden, in quanto potenzialmente in grado di limitare il suo margine d’azione, con la “lunga mano” di Trump ancora de facto in grado di imporre la propria visione politica negli Usa.

Pronti-Via e Biden potrebbe già subire il primo stop

Sono bastati infatti soltanto due giorni a Biden per rendersi conto di quanto l’opposizione repubblicana possa divenire particolarmente ingombrante nel corso del suo mandato. Come riportato dall’agenzia di stampa Reuters, infatti, lo scorso 22 gennaio la moratoria di 100 giorni varata di Biden per gli immigrati è stata impugnata dal procuratore texano Ken Paxton, notoriamente vicino alle posizioni repubblicane e nella fattispecie molto legato soprattutto a Trump. E in questo scenario, non è difficile immaginare come la delicatezza della questione e gli eventuali ricorsi di entrambe le parti possano portare il caso alla Corte Suprema, dove il presidente degli Stati Uniti avrebbe ben poche speranze di vittoria.

Giusto il tempo di partire che, dunque, lo spettro del 45esimo presidente inizia a farsi sentire, promulgandosi con la massima istituzione giudiziaria degli Stati Uniti e proprio su un tema assai delicato per il mondo democratico come quello migratorio. E in assenza di successi su questo fronte – anche a causa della campagna elettorale spinta fortemente verso questa direzione – la preoccupazione per Biden è quella di perdere consensi sin dall’inizio, inficiando già quelle che potrebbero essere le possibilità di rielezione alla prossima tornata delle presidenziali.

Biden, il presidente dimezzato

Come sottolineato precedentemente, la possibilità che i ricorsi giungano fino in Corte suprema e che in questo modo trovino una marcata opposizione repubblicana è un vistosissimo tallone d’Achille per la presidenza Biden. In modo particolare poiché potenzialmente in grado di bloccare e di respingere molte di quelle mosse che per la Casa bianca saranno importanti sia per smantellare i cambiamenti avvenuti sotto la gestione Trump sia in chiave propagandistica.

Con la ventata progressista portata a Washington da Biden e della vicepresidente Kamala Harris che si infrange sul baluardo repubblicano della Corte suprema, dunque, si potrebbe tranquillamente parlare di presidente dimezzato. Dimezzato, in virtù del fatto che sulle questioni discriminanti, nel bene e nel male, la vera parola decisiva non sarà la sua quanto più quella della massima istituzione giudiziaria. Dimezzato, poiché nonostante la sua vittoria su Trump sarà proprio quest’ultimo grazie alla sua lunga mano a poter salvaguardare la visione che in quattro anni è riuscito a dare al Paese. Evidenziando ancora una volta come, nonostante egli non sia stato nemmeno riconfermato, il solco da lui tracciato sia destinato a segnare la politica americana ancora per molti anni a venire.

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