All’indomani del vertice di Anchorage del marzo 2021 le relazioni tra Stati Uniti e Cina finivano per toccare un nuovo minimo storico. In automatico, fra le egg’s head in giro per il mondo così come nelle conventicole geopolitiche, il primo pensiero divenne “Se solo ci fosse stato Kissinger”. Ma il rimpianto collettivo nei confronti del centenario ex segretario di Stato americano, demiurgo della diplomazia triangolare, sarebbe tornato a bussare all’indomani dello scoppio della guerra in Ucraina, nella quale una mediazione cinese-tanto attesa come Godot-tarda ancora a venire. Nell’arco di tempo che va dall’amministrazione Trump alla visita-non-di-Stato di Henry Kissinger di questi giorni, Washington e Pechino hanno speso le loro migliori energie per demolire decenni di sforzi tra guerra commerciale, chip, pandemia, palloni spia e una vetusta idiosincrasia ideologica che cristallizza ancora il giudizio reciproco sul sistema politico dell’avversario.

Joe Biden ha raccolto il fardello della Casa Bianca in tempi affatto semplici, ma che la sua impronta nella storia americana sarebbe stata flebile e pasticciata-al di là dei buoni propositi- era chiaro fin da subito. Del resto, un vecchio saggio non è detto che debba essere necessariamente un buon presidente. Ma è nella guerra dichiarata alla Cina che Biden non differisce dal suo predecessore: comunque la si chiami, America frist o China second, il concetto è il medesimo. Nelle stanze della Casa Bianca, tantomeno nei tomi che il giovane Jake Sullivan ha studiato per anni, non v’è traccia di alcuna ricetta alternativa per trattare con la Cina. Lo scontro ideologico è stato protratto sino all’inverosimile (e Pechino non è stata da meno) senza soffermarsi a pensare che un sano, strategico, pragmatismo avrebbe potuto essere la formula win-win in grado di accontentare Aquile e Dragoni. Quello che invece avevano compreso Nixon e Kissinger, eoni fa, e che negli anni Settanta poté fungere da deterrente verso un’Unione Sovietica sempre più assertiva.

Gli scivoloni di Biden

La mossa di Kissinger, che abbia come regista egli stesso o il dipartimento di Stato, tradisce la più grave delle debolezze: quella di un presidente che non possiede un piano per il disgelo e che infarcisce le relazioni con Pechino di gaffe e scivoloni anti diplomatici. Nel settembre scorso, una fioca speranza era apparsa dal discorso del presidente Biden alle Nazioni Unite, inviando dal pulpito del Palazzo di Vetro dei messaggi ben precisi alla Cina. Quel “no cold war” scandito a gran voce a proposito della competizione con la Cina, ribaltava completamente l’ostinazione aggressiva volta a inseguire la sconfitta economica cinese, così come i toni drammatici di Anchorage.

Il presidente Usa ribadiva l’impegno nella fede alla One China: si proclamò perfino contrario a cambiamenti unilaterali da entrambe le parti, ribadendo che Washington avrebbe cercato di promuovere la pace e la stabilità nello stretto di Taiwan. Il fatto che, dopo questo tema chiave, vennero sciorinati i vari dossier aperti come la proliferazione nucleare o il Jcpoa, sembrarono quasi un invito verso Pechino a prendere parte a questo afflato internazionalista. Salvo poi, nel giugno scorso, bollare Xi Jinping come un dittatore dopo la visita di Antony Blinken in Cina. Un gesto irresponsabile, in barba ad ogni furbizia diplomatica, nonostante l’affaire del pallone spia, che avrebbe richiesto una più sorniona reazione.

La diplomazia “autonoma” di Big Tech

Il vuoto pneumatico dei progetti bideniani per il reset con la Cina è dimostrato ancor di più dalle ultime settimane. A John Kerry e alla sua squadra è toccato, ancora una volta, tenere la barra dritta sulle questioni climatiche, nel tentativo di trovare un campo comune di competizione e cooperazione con la Cina. Una povertà diplomatica e di idee che ha “costretto” perfino Big Tech ad esautorare il dipartimento di Stato e a negoziare pro domo sua sulla questione dei chip e delle importazioni di componenti.

Nelle ultime settimane Bill Gates aveva incontrato Xi, che lo aveva accolto con gli onori che si tributano a un “vecchio amico”. Prima di lui da Pechino sono passati i colleghi Tim Cook e Elon Musk, a ricucire lo strappo della diplomazia tecnologica tra Washington e il Celeste Impero. Musk, in particolare, a fine maggio era sbarcato anche lui in Cina, azzardando perfino una dichiarazione in cui definiva Cina e Stati Uniti “gemelli inseparabili, affetti da comuni interessi”.

Kissinger, il gigante

E poi lui. Il grande stratega occhialuto che giunge “in soccorso” di un altro navigato come Kerry. Accolto da un Xi in grande spolvero e poco “orientale” nell’approccio, che gli confessa di “avere rispetto per lui”. Perché nella Cina postmoderna l’eco di quel giovane cervellone dagli occhiali spessi segnò la fine di un’epoca e l’inizio di un’altra, all’insegna di ciò che è l’essenza della strategia neorealista e della diplomacy alla quale ha dedicato una vita. Tanto da essere costantemente consultato come un oracolo ogni volta che le relazioni tra Stati Uniti e grande Est si fanno bellicose.

Il credito di cui Kissinger dispone ancora oggi in Cina è del resto testimoniato da numerosi fattori: il generale Li Shangfu da lui incontrato, è l’uomo che il mese scorso si era rifiutato di incontrare il Segretario alla Difesa Usa Lloyd Austin a margine dello Shangri-La Dialogue a Singapore. Ma se Washington spera di agitare Kissinger come un banale film nostalgico, sta sbagliando ancora una volta. La visione di Kissinger su come le relazioni Washington-Pechino dovrebbero essere è straordinariamente contemporanea, pragmatica, brillante. Ciò che appare indigesto è invece il tentativo di Biden e dei suoi accoliti di seguitare con un approccio vecchio stile, quasi reaganiano, che nulla può in tempi come questo. Nani sulle spalle di un gigante.