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Vladimir Putin, cadendo nella tagliola per lui preparata dall’amministrazione Biden in Ucraina, ha scoperchiato volontariamente ma inconsapevolmente un vaso di Pandora. Ceramica che adesso, rivelatasi impossibile da richiudere nel modo desiderato (da Mosca), sta manifestando i suoi perniciosi effetti in lungo e in largo lo spazio postsovietico, in Europa, in Asia e nel resto del mondo.

L’Ucraina è la scommessa della vita di Joe Biden e Putin – possibile tomba del multipolarismo per il primo, possibile luogo di sepoltura del momento unipolare per il secondo. Ai posteri l’ardua sentenza su chi dei due abbia avuto ragione. Ai presenti l’onere di non farsi travolgere dagli eventi scatenati dai mali liberati nel mondo dallo scrigno di Pandora e di aiutarsi reciprocamente nella navigazione delle acque agitate del sistema internazionale. Contesto, quest’ultimo, nel quale si inseriscono i moniti amichevoli che i capi dell’Asia che sogna ad occhi aperti l’emancipazione, Xi Jinping e Narendra Modi, hanno rivolto a Putin durante il vertice di Samarcanda.

La Russia crede di essere al timone del galeone ucraino, per via dell’impulso dato alla transizione multipolare e degli ingenti danni provocati dalla guerra energetica all’opulenta Unione Europea – crisi sociali, instabilità politica, razionamento dei consumi –, ma non è così. Perché l’Europa non è nient’altro che uno dei manti erbosi su cui si stanno combattendo i due elefanti, Biden e Putin, ergo è normale e naturale che perda più sangue di loro a causa del fuoco incrociato.

Altri sono i teatri su cui va posato lo sguardo per capire chi è ignara marionetta e chi abile burattinaio. E uno di essi è lo spazio postsovietico, dove l’Ucraina ha catalizzato un tana libera per tutti che per la Russia ha significato un aumento notevole dei costi di manutenzione e sorveglianza del proprio cortile di casa. Cortile che, peraltro, è sempre meno di proprietà di Mosca ed è sempre di più una realtà condivisa con gli abitanti del vicinato, da Ankara a Pechino.

Nel violento ed estremo tentativo di provare che l’identità ucraina fosse una frode ideata da Lenin e alimentata artificialmente dall’Occidente, in sintesi, Putin ha dato ai popoli postsovietici un nuovo 1956, una seconda invasione di Budapest, risvegliandone i sopiti umori nazionali e nazionalistici. Perciò il ritorno dello spettro del separatismo nel Caucaso settentrionale. Perciò il braccio di ferro con il Kazakistan. E perciò il lento collasso del cessate il fuoco nel Karabakh, scenario in cui si inquadra la visita di Nancy Pelosi a Erevan e che dovrebbe impensierire anche l’Europa.

Dove americano vede, russo duole

Il riconoscimento del genocidio armeno da parte dell’amministrazione Biden andava letto come un atto storico dovuto, un ringraziamento alla lobby armena per la mobilitazione en masse a favore del Partito Democratico durante le presidenziali del 2020 e, ultimo ma non meno importante, come un messaggio indirizzato alla Russia – e non alla Turchia, contrariamente a quanto sostenuto dalla vulgata. Una previsione apparsa sulle nostre colonne all’indomani del gesto, il 25 aprile 2021, che l’evoluzione degli eventi ha corroborato. E che la guerra in Ucraina ha contribuito in maniera determinante a rendere possibile.

Nancy Pelosi, la creatrice di crisi, ha messo piede a Erevan nella giornata del 17 settembre con il duplice obiettivo di mettere in imbarazzo Putin e di lusingare la classe dirigente armena, traendo spunto da un copione già collaudato a Taiwan lo scorso agosto. E che potrebbe funzionare di nuovo – il condizionale è d’obbligo.

Il breve ma intenso tour della Pelosi avviene all’indomani dell’ultima schermaglia tra Erevan e Baku – la più violenta dal dopoguerra –, durante la quale la presidenza Biden ha curiosamente ma non sorprendentemente preso le parti degli armeni. Non sorprendentemente perché, come spiegato nell’analisi dell’aprile 2021, la Casa Bianca avrebbe perseguito nei confronti della Transcaucasia una politica estera volta “a mostrare all’Armenia […] delle alternative concrete ad una Russia […] neutralmente ostile e velatamente filo-azerbaigiana” e inquadrabile nella più ampia cornice di una “strategia di pressione multilivello avente come obiettivo la provocazione di crisi strumentali e strumentalizzabili lungo e dentro il Mondo russo”.

Nel disegno intelligente di Biden, visibile agli occhi più aquilini già al momento del riconoscimento del genocidio armeno, Washington, alimentando la rivalità karabakha e magnetizzando Erevan nella propria orbita, avrebbe potuto conseguire un doppio risultato, ossia “l’annullamento dei vantaggi ottenuti accidentalmente da Mosca grazie alla guerra e la possibile apertura di un arco di crisi – facendo leva sul forte risentimento armeno e sulla promessa di aiuti diretti in caso di nuove ostilità – che potrebbe risultare accattivante anche agli occhi di Baku e Ankara, abbagliate dalla prospettiva di replicare il successo bellico e trascinate con l’inganno in un possibile pantano”.

Segnali ai quali prestare attenzione per capire l’andamento della strategia di sabotaggio, si spiegava nella stessa analisi, sarebbero stati il “raggelamento (anche timido) delle relazioni bilaterali con Mosca, affiancato da un concomitante ravvicinamento a Washington, e il diniego a procedere […] con l’attuazione degli accordi trilaterali di novembre [2020] e gennaio [2021]”.

Ma l’europeo non sorride…

Gli interessi di Washington e Bruxelles sono meno che coincidenti in Transcaucasia: sono contrapposti. Perché se gli Stati Uniti desiderano massimizzare il profitto derivante dal vaso di Pandora ucraino, estendendo il tana libera tutti dalle steppe turkestane alle alture caucasiche, l’Unione Europea abbisogna di pace, o perlomeno di bassa instabilità, nel Caucaso meridionale.

Dai giacimenti della Terra del fuoco viene iniettata nell’euromercato una media annuale di otto miliardi di metri cubi di gas, trasportati attraverso il Gasdotto Trans-Adriatico (TAP, Trans-Adriatic Pipeline), che l’accordo dello scorso luglio tra Eurocommissione e Baku dovrebbe portare a dodici entro il 2023 e a venti nel 2027. Già quest’anno, comunque, si chiuderà con un aumento delle esportazioni di gas azero verso l’UE del 30% rispetto al 2021.

Da un Karabakh stabile dipendono una parte dell’agenda energetica europea di diversificazione e sicurezza e una fetta consistente delle entrate nel bilancio pubblico azero. Ne consegue che un’eventuale riapertura del teatro di guerra sarebbe utile agli Stati Uniti nel quadro del restringimento della sfera di influenza russa, ma nociva per gli impianti di riscaldamento dell’Unione Europea, detrimentale per le tasche dell’Azerbaigian e un rischio-opportunità per Turchia e Russia, co-amministratori del condominio caucasico che proverebbero a volgere gli eventi a loro favore nei limiti dell’impossibile.

Ritorno alla diplomazia

L’Unione Europea, qualora si accodasse agli Stati Uniti nella gestione del dossier karabakho, si darebbe la classica zappa sui piedi da sola, creando le premesse per lo stracciamento di un accordo da lei siglato. E allontanando ulteriormente ogni prospettiva di diversificazione e securizzazione del comparto energetico.

Compiuti i primi due passi, cioè il corteggiamento di Erevan e l’inserimento nelle rivalità armeno-azera, Washington cercherà di trasformare la tensione in azione e di persuadere Bruxelles ad unirsi alla nuova avventura nella giungla postsovietica. Trovando in Parigi, capofila della lobby armena nel continente e indifferente delle implicazioni dei roghi nel Karabakh perché sicuro dal punto di vista energetico, un possibile e valido alleato.

L’Italia potrebbe e dovrebbe persuadere la Germania a non cedere alle pressioni provenienti dagli Stati Uniti ed esercitate a mezzo dell’Europarlamento, sensibilizzando simultaneamente la Francia – nel nome del Trattato del Quirinale – e attivando dei canali di dialogo con Regno Unito – nostra madrina e alleata di ferro dell’asse turco-azero – e Turchia – che da un conflitto più esteso rispetto al 2020, in grado di minacciare l’intero Corridoio meridionale del gas, avrebbe (molto) da perdere.

Mentre grande stampa e persino certa analisi riducono la complessità della questione karabakha ad un dicotomico conflitto tra buoni e cattivi, ignorando del tutto la fluidità del labile confine tra bene e male nella politica – specie quella internazionale –, nel Caucaso meridionale va in scena l’ennesimo episodio del perpetuum bellum tra gli Stati Uniti e l’Europa a guida tedesca.

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