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Il nodo Iran preoccupa (e non poco) l’amministrazione Biden. Gli Stati Uniti avevano deciso, durante la presidenza di Donald Trump, di imporre una linea durissima nei confronti di Teheran, che aveva avuto il suo culmine nell’uscita dall’accordo sul programma nucleare iraniano. Una mossa che non è mai piaciuta ai democratici, dal momento che fu proprio Barack Obama a orchestrare nel 2015 una formula per mantenere un accordo quadro con la Repubblica islamica per quanto riguarda il “problema atomico”.

Per la presidenza dem la questione è tornata a essere cruciale per vari motivi. I rapporti tra Teheran e Washington non erano così tesi da anni e il confronto nel Golfo Persico ha spesso superato il livello di guardia, coinvolgendo in particolare il ricchissimo traffico mercantile e di petroliere nell’area. La presenza militare Usa nell’area non accenna a diminuire, ma è chiaro che in una fase di riposizionamento strategico dell’America nel mondo, a partire dall’area mediorientale, l’idea di avere un nemico in crescita comporta l’impossibilità di muovere le pedine nella regione. Per garantire la propria posizione strategica e quella degli alleati, in particolare di Israele, gli Stati Uniti non possono abbandonare né l’Iraq né la Siria, con un contemporaneo aumento di unità navali, aeree e missilistiche nelle basi del Golfo. Un dispendio di energie e di soldi, ma anche un drammatico tributo di sangue per un Paese che da anni ha un problema con le “endless wars” dall’Afghanistan in poi. E con la Cina che preme da oriente, avere un Iran meno avverso a Washington e soprattutto meno convergente con Pechino, potrebbe aiutare (e non poco) nel contenimento degli avversari strategici americani.

A questi nodi strategici, si aggiunge un problema politico: Biden vuole confermare quanto promesso in campagna elettorale e soprattutto imprimere da subito un nuovo corso all’agenda diplomatica americana. Anche e soprattutto per annullare quanto fatto da Trump in questi anni di presidenza. Questa volontà di Biden è stata già confermata – sul fronte mediorientale – con il blocco all’export di armi ai sauditi. E non va nemmeno sottovalutato il dossier F-35 agli Emirati, messo in discussione dalla nuova amministrazione sia per i dubbi di Israele, sia per la volontà della Casa Bianca di mostrarsi meno minacciosa verso lo stesso Iran (o anche per evitare un ulteriore rafforzamento dei partner arabi che avrebbe preoccupato altri governi mediorientali).

La partecipazione di Joe Biden alla Conferenza di Monaco sulla sicurezza, debutto ufficiale da presidente, dovrà essere segnata anche per un cambio di passe dell’amministrazione Usa rispetto alla politica estera trumpiana. Due i temi principali su cui rimodulare la diplomazia di Washington: Europa e Iran. Se sul fronte europeo l’obiettivo è quello di ripristinare un rapporto di alleanza tra i due poli dell’Occidente, sul dossier iraniano la questione è legata proprio alla scelta di uscire dall’accordo sul programma nucleare iraniano. E in questo senso, le prime mosse sembrano essere indirizzate verso un chiaro messaggio di apertura con Teheran.

Il portavoce del dipartimento di Stato, Ned Price, ha annunciato che il suo governo ha accettato l’invito dell’Alto rappresentante dell’Unione europea per partecipare ai colloqui multilaterali con l’Iran voluti proprio da Bruxelles. Da Teheran non sono arrivate indicazioni, ma è comunque un segnale importante il fatto che da Oltreoceano arrivino queste aperture. Aperture confermate anche da una lettera ottenuta da Associated Press secondo cui il governo americano avrebbe cancellato la richiesta di Trump di imporre nuovamente sull’Iran le sanzioni da parte dell’Onu. Il Consiglio di Sicurezza aveva ignorato le richieste di Trump, ma, in ogni caso, l’impressione è che anche sotto questo profilo Biden stia lanciando dei segnali. Uno ,in tal senso, è anche quello dell’allentamento delle restrizioni di viaggio per i diplomatici iraniani a New York.

Le ultime decisioni della Casa Bianca e del Dipartimento di Stato non sembrano però avere ricevuto quell’accoglienza positiva che si pensava potessero ricevere dopo le chiusure di Trump verso l’Iran. Il Cremlino ha parlato delle mosse di Biden chiedendo cautela, anche se il portavoce, Dmitri Peskov, ha parlato di “un evento positivo”. James Cleverley, sottosegretario britannico con delega al Medio Oriente e al Nord Africa, ha smontato gli entusiasmi sul dossier iraniano dicendo che l’Occidente non deve cadere nell’errore di inviare messaggi morbidi verso l’Iran in attesa di mosse concrete da parte di Teheran: “Non penso che dovremmo inviare il segnale che ignoreremo questa inadempienza o semplicemente la nasconderemo sotto il tappeto”. “Questo è nelle mani dell’Iran, sono loro che violano le condizioni del Jcpoa, sono loro che possono fare qualcosa al riguardo e dovrebbero tornare a rispettarlo”, ha detto Cleverley. E dal diretto interessato, l’Iran, la risposta di questa mattina è stata chiara: non ci sarà alcuna retromarcia senza l’annullamento di tutte le sanzioni decise da Trump.

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