“A Betlemme sarà un Natale di violenza”

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“Gerusalemme è una madre e non esclude nessuno dei suoi figli: se diverrà la capitale di Israele o della Palestina, non vi sarà più spazio per le altre religioni”. Dopo il no dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite al riconoscimento di Gerusalemme capitale di Israele, padre Alberto Vítores, guardiano della Basilica della Natività a Betlemme, ribadisce il carattere universale della città santa delle tre religioni monoteiste.



Ma dopo la decisione del presidente americano Donald Trump di trasferire la sede dell’ambasciata degli Stati Uniti, quello di Betlemme sarà un Natale segnato dalle violenze. Nel terzo “venerdì di collera” proclamato dai palestinesi, due uomini hanno perso la vita nella Striscia di Gaza. Gli scontri continuano anche in Cisgiordania, dove le proteste sono divampate al termine della preghiera del venerdì. Incidenti tra un migliaio di manifestanti palestinesi e le forze di sicurezza israeliane si sono verificati a Betlemme, Hebron e Ramallah.

La poverissima città in cui Maria di Nazareth diede alla luce Gesù, quest’anno non sarà contraddistinta dal tradizionale clima di festa. “Sono tempi difficili, ma purtroppo non è una novità”, dichiara il frate francescano, custode della basilica, alla fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre. “Ho vissuto per 46 anni a Gerusalemme prima di trasferirmi qui e, dopo otto guerre e due intifade, posso testimoniare che la pace annunciata dai pastori in questo luogo sacro è sempre stata difficile da raggiungere”, afferma padre Vítores.

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E a pagare per l’innalzamento della tensione fra arabi e israeliani è soprattutto la comunità cristiana che negli ultimi decenni si è drasticamente ridotta. Scontri e violenze pesano, infatti, sul già fragile contesto economico. “Tali tragici avvenimenti hanno privato i luoghi sacri di turisti e pellegrini con gravi conseguenze per i cristiani, prevalentemente impiegati nel settore turistico”, spiega il religioso, “soltanto dal 2001 al 2005, ha perso il lavoro circa l’80 per cento dei capofamiglia cristiani”. “La situazione è drammatica: se non c’è turismo non c’è lavoro e se non c’è lavoro non c’è cibo”, commenta il custode della basilica costruita per volere dell’imperatore Costantino.

E i cristiani, nella città che ospita la grotta in cui nacque Gesù, uno dei pochi luoghi sacri conservatosi esattamente com’era duemila anni fa, stanno lentamente scomparendo. Dalla creazione dello Stato di Israele, nel 1948, in oltre 350mila hanno abbandonato Betlemme a causa delle continue ondate di violenza. Attorno alla metà del 1800, i cristiani in Terra Santa erano più dell’11 per cento della popolazione. Oggi solo l’1,7 per cento degli abitanti professa la fede in Cristo. Anche a Gerusalemme, dopo guerre e intifade, in 70 anni la presenza cristiana è crollata drasticamente, passando dal 20 all’1,7 per cento. “Dovete intervenire, ad esempio visitando questi luoghi sacri, così porterete conforto e sostegno ai cristiani della terra in cui è nato Gesù”, è l’appello che il frate francescano affida ad Aiuto alla Chiesa che Soffre, fondazione che nel 2017 ha donato oltre 16 milioni di euro per sostenere la comunità cristiana del Vicino Oriente.

Per chiedere il “rispetto dello “storico status quo” di Gerusalemme è intervenuta anche la delegazione della Santa Sede al Palazzo di Vetro, che in una dichiarazione presentata venerdì ha riaffermato che “l’identità unica” della città “consiste nella sua particolare natura di città santa, sacra per le tre religioni monoteiste e simbolo per milioni di credenti in tutto il mondo che la considerano la loro capitale spirituale”. La Santa Sede ha chiesto di giungere ad “una risoluzione pacifica che rispetti la natura di Gerusalemme, la sua sacralità e il suo valore universale”. “Solo uno status garantito a livello internazionale può preservare il suo carattere unico ed essere una garanzia di dialogo e riconciliazione per la pace nella regione”, ha ribadito la rappresentanza vaticana.