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Volete capire le ragioni della sconfitta del Partito Democratico americano alle elezioni del 5 novembre? Scoprire perché Kamala Harris abbia perso contro Donald Trump, la sua formazione sia stata staccata nel voto popolare, il Senato conquistato dal Partito Repubblicano e tutte le speranze ormai ridotte alla corsa a controllare la Camera dei Rappresentanti? Riavvolgere il nastro del discorso di ieri con cui la vicepresidente uscente ha ufficialmente concesso la vittoria all’avversario servirà a poco. Piuttosto, bisogna leggere Bernie Sanders.

Il j’accuse di Sanders

L’83enne senatore del Vermont, eletto per un quarto mandato a Capitol Hill e vecchio leone della socialdemocrazia americana, è tra coloro che, rispetto alla nottata elettorale, può dire di aver compiuto il proprio dovere. Ma Sanders non è uomo da nascondersi e in un comunicato ufficiale emesso dal suo quartier generale a Burlington, la cittadina dove è stato sindaco, affonda contro la strategia dei progressisti Usa: “Non ci deve sorprendere che un Partito Democratico che ha abbandonato la classe lavoratrice scopra che la classe lavoratrice gli ha voltato le spalle alle urne”, sottolinea Sanders, indipendente che al Senato è in team coi democratici. Aggiungendo che “lo stesso vale per l’elettorato nero e latino. Mentre la leadership democratica difende lo status quo, il popolo americano è arrabbiato e vuole il cambiamento. E ha ragione”.

A essere chiamata sul banco degli imputati è proprio Kamala Harris: Sanders aveva costruito un asse di ferro col presidente uscente Joe Biden, suo avversario alle primarie del 2020. Sconfitto Sanders col sostegno dell’establishment dem, prima di battere Trump alle presidenziali, Biden ebbe l’accortezza di incorporare molte delle sue proposte su lavoro, industria, transizione energetica nel programma elettorale. Il risultato? Da un lato, la vittoria nel “Muro Blu” della Rust Belt che ora Trump ha riconquistato. Dall’altro, l’elogio di Sanders a Biden, definito “il presidente più progressista dai tempi di Franklin Delano Roosevelt”. Harris non ha mantenuto le aspettative della sinistra democratica, a cui pure su alcuni temi, come i diritti civili, è più vicina.

L’affondo su Israele

Ma di sole identità non si fa un’agenda. Sanders affonda contro gli “interessi finanziari” che controllano il Partito Democratico, denuncia l’incapacità di capire “il dolore e l’alienazione politica di decine di milioni di americani”, che associano il Partito Democratico agli interessi di una “sempre più potente oligarchia”. E, infine, l’affondo più duro: Sanders ricorda che il Partito Democratico “nonostante la ferma opposizione della maggioranza degli Americani” consente che “si spendano miliardi di dollari per finanziare il governo estremista di Benjamin Netanyahu e la sua guerra senza limiti contro il popolo palestinese che ha prodotto un orrendo disastro umanitario”.

Sanders, uscito vincitore dalla sua personale corsa elettorale, analizza una sconfitta di cui è, in ultima istanza, non colpevole. Ma sarebbe sicuramente stato più interessante vedere ammissioni simili da parte di Harris nel suo concession speech. Invece nulla di tutto ciò: Harris ha, al massimo, nutrito il suo discorso dei timori e della comprensibile frustrazione della base dem per il risultato negativo. Ma alla prova dei fatti il discorso risulta di una freddezza e di una banalità sconfortanti: “molte persone hanno la sensazione che stiamo entrando in un periodo buio, ma per il bene di tutti noi, spero che non sia così”, dice Harris, aggiungendo che “l’esito di queste elezioni non è quello che volevamo, non è quello per cui abbiamo combattuto, non è quello per cui abbiamo votato”. Nessun tentativo di immedesimazione in quella parte d’America descritta, invece, da Sanders.

L’ingratitudine del team Harris con Biden

Biden aveva riconquistato un ceto medio impaurito e timoroso con proposte politiche pragmatiche. E al contempo ha scelto l’ex rivale alle primarie Harris come candidata vice nel ticket vincente nel 2020. Ha, poi, subito le pressioni dell’establishment per ritirarsi e da luglio in avanti è stato messo ai margini della corsa di Kamala alla presidenza. Harris ha evitato di presentarsi ad eventi comuni con Biden, ha evocato l’idea di incarnare un “cambiamento” rispetto a un’amministrazione di cui è stata parte integrante, ha preferito l’abbraccio del tradizionale conformismo dell’élite dem, dalla parata di stelle alla canonica presenza dei coniugi Obama al suo fianco, alla vocazione tutta politica di figure come Biden e Sanders. Uomini distanti, ma figli di un’epoca in cui la politica si faceva casa per casa, strada per strada, parlando all’uomo comune e ai suoi timori. E non voltando le spalle a chi sceglie una vocazione diversa.

Ebbene, nella giornata di ieri, prima del discorso di Harris, il presidente che ha garantito a Kamala la parte più importante della sua carriera, scegliendola come candidata vice e sostenendola con fermezza immediatamente dopo il ritiro, non è stato ripagato con gratitudine. Dalla campagna di Harris è filtrata alla Cnn la voce che nel team della vice uscente “gran parte della colpa per la sconfitta” veniva addossata a Biden. Nessuna smentita da parte di Harris in tal senso nel suo discorso di poche ore dopo. Non è un finale onorevole quello di una campagna che ha portato, gradualmente, l’esponente di punta dei dem a distanziarsi dal polso dell’America.

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