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Bernard-Henri Lévy ha intrapreso da qualche tempo una sua personalissima crociata contro l’Italia a guida giallo-verde. Questo governo, all’intellettuale francese, non piace per niente. E proprio per certificare la sua avversione a Lega e Movimento Cinque Stelle, ha deciso di iniziare il suo curioso tour teatrale anti-populista dall’Italia. Prima a Milano, città accusata dal filosofo di essere stata la culla del populismo italiano. Poi a Roma, nel cuore della politica: l’, vicino a quel Palazzo Chigi che gli ricorda tutto quello che non sopporta del nostro Paese. A cominciare da Giuseppe Conte, e dai suoi due vice premier: Luigi Di Maio e Matteo Salvini.

Legittima e sacrosanta la critica, molto meno gli insulti. Quello che per Bernard-Henri Lévy continua a non capire è che se è giusto attaccare un governo, è anche giusto (ogni tanto) avere un po’ di senso di autocritica. Non per amor proprio, poiché il vanesio Bhl sembra proprio non esserne privo. Ma quantomeno per rispetto nei confronti dei suoi interlocutori. Perché il Solone della sinistra radical-chic tanto caro ai grande media mainstream italiani ed europei non è che abbia proprio un curriculum pieno di grandiose prese di posizione. Anzi, sia da un punto di vista della sua carriera politica che per quanto concerne la politica internazionale e l’Italia, il suo passato è tutt’altro che privo di errori.

Cominciamo da dire, come ricorda Italia Oggi, basti pensare ai suoi inizi. Quando è passato dalla totale avversione per François Mitterrand fino alla fascinazione più assoluta: “A Bhl venne chiesto di diventare consigliere del primo segretario, proprio come Jacques Attali o Edith Cresson. ‘Che settore vuoi?’, gli chiese Mitterand. ‘Quello che rimane’, rispose Bhl”. Uno scambio di battute che certifica meglio di qualsiasi altra cosa la capacità camaleontica di Lévy per avere una posizione di successo. 

Passano gli anni e Lévy, da grande esponente della sinistra radical e socialista approda nientemeno che alla corte di Nicholas Sarkozy. Un salto da sinistra a destra che per l’Europa (e soprattutto per l’Italia) è foriero di tragiche conseguenze. È lui a consigliare il presidente repubblicano sulla politica estera. E gli effetti di questi suoi suggerimenti li paghiamo ancora oggi. Sostenitore della guerra in Libia, è lui che inneggia all’abbattimento della dittatura di Muhammar Gheddafi e all’imposizione di una democrazia fittizia nel Paese nordafricano.

In poco tempo, grazie anche all’amicizia con Carla Bruni, Bhl diventa l’araldo radical della guerra libica. E mentre Sarkozy conta di abbattere il leader libico per dare un colpo mortale all’Italia e al dinamismo di Tripoli in Africa, Lévy diventa il megafono delle guerre “democratiche”.

La stessa idea che ha utilizzato anni prima per sostenere l’intervento Nato in Kosovo e che utilizzerà, anni dopo, per fomentare la propaganda mediatica sulla Siria di Bashar al-Assad. La Libia è l’esempio perfetto delle cantonate prese da un filosofo forse troppo concentrato su se stesso che sul mondo per capirlo fino in fondo. Ora regna il caos, i trafficanti di esseri umani usano le sue coste come basi di partenza per l’Italia e lo Stato può dirsi tecnicamente fallito.

È tutto? No. Di Lévy non dobbiamo dimenticare anche la sua arringa difensiva del terrorista Cesare Battisti. Il filosofo francese, insieme ad altri intellettuali d’Oltralpe e d’Europa, ha difeso apertamente la dottrina Miterrand (quella del suo ex mentore) per proteggere i latitanti italiani e non solo. Un susseguirsi di sperticate difese nei confronti di un assassino, condannato dalla giustizia italiana non per un’ideologia politica, ma perché autore confermato di efferati delitti senza alcuna giustificazione. Ma è bastata l’etichetta dei Proletari armati a trasformarlo in un martire del (libero?) pensiero.

Con Battisti, torniamo in Italia. Qui da dove Bhl fa iniziare il suo tour. Ma con il suo curriculum, può realmente pontificare su quanto avviene in Italia? Probabilmente sì, perché il diritto di critica è sacrosanto. Ma bisogna sempre ricordare da chi arrivano le critiche. Soprattutto per evitare di trasformare questa persona in un presunto totem del pensiero indipendente. Ha già più volte dimostrato di cambiare opinione e di avere effetti poco utili.

Così fanno riflettere i suoi attacchi contro il governo, le sue offese a Salvini, Di Maio e Conte. Così come devono far pensare i suoi endorsement verso Carlo Calenda, Matteo Renzi e anche nei confronti di Gregorio De Falco (il ribelle dei Cinque Stelle). Monsieur Lévy deve sempre ricordare che per dare lezioni bisogna prima fornire un curriculum: e il suo è quantomeno opinabile. Specie se si rivolge alla maggioranza degli italiani.

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