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Marzahn è un sobborgo della vecchia Berlino Est, ma potrebbe essere in Siberia: viali che sembrano autostrade, enormi e squadrati palazzoni dagli improbabili colori pastello che contrastano con un cielo sempre grigio. In un angolo del quartiere un modesto centro commerciale: un emporio che vende alimentari, giornali e dvd russi, un’agenzia di viaggio con le insegne in cirillico, un «compro-oro». Nella piazzetta tre o quattro pensionati si salutano con un sonoro «Da zavtra», a domani, nella lingua di Puskin.Qui, qualche mese fa, è scoppiato quello che in Germania è passato agli archivi come il «caso Lisa». Il nome è quello di una ragazzina di 14 anni, appena immigrata dalla Russia con la famiglia. Per 30 ore è scomparsa, quando è tornata a casa ha detto di essere stata rapita e violentata da un gruppo di rifugiati, quelli arrivati con l’ultima ondata. La polizia ha aperto un’inchiesta, ma secondo parenti e amici si è data poco da fare. Così, dopo un passaparola fatto di messaggi sui telefonini e sui social network, migliaia di immigrati russi si sono ritrovati a Marzahn per una marcia di protesta. Il primo canale della televisione di Mosca, Pervij Kanal, ha seguito la vicenda con alcuni servizi. Il ministro degli Esteri Sergheij Lavrov, nel pieno della controversia sulle sanzioni per la guerra di Crimea, ha invitato pubblicamente Angela Merkel a badare a quello che succedeva in casa sua. Il governo tedesco ha denunciato l’intromissione nei suoi affari interni e ha fatto ufficiosamente trapelare un’altra versione dei fatti: sulla violenza c’erano molti dubbi, la ragazzina aveva passato la notte da un amico.La tempesta si è calmata, ma per la prima volta i russi di Berlino si sono trovati al centro di una querelle internazionale. Dalla caduta del muro in poi, anno dopo anno, sono cresciuti di numero; oggi sono ormai una città nella città: 300mila persone con i loro quartieri, i loro negozi, i loro giornali. Anche stabilire esattamente quanti siano però è difficile, le statistiche fanno fatica a contarli: molti parlano russo ma hanno la nazionalità di una delle ex repubbliche sovietiche: Ucraina, Kazakistan, Paesi baltici.Tra la fine degli Ottanta e i primi anni Novanta sono arrivati i cosiddetti Russlanddeutschen, gli eredi dei coloni tedeschi invitati dagli zar per popolare le sterminate distese dell’Impero. Russi da generazioni, in molti casi nemmeno in grado di parlare tedesco, hanno trovato nelle norme sulla cittadinanza, ispirate allo jus sanguinis, una via d’uscita alla povertà del post-comunismo. Altri, nati in famiglie di religione ebraica (quasi tutti, però, secolarizzati), hanno tratto vantaggio dal senso di colpa tedesco per ottenere visti e permessi di soggiorno. Il più famoso tra di loro è Vladimir Kaminer, scrittore tradotto anche in Italia, che nei suoi divertenti libri ha raccontato la nuova comunità russo-tedesca. Poi sono arrivati i «nuovi ricchi» in cerca di una residenza in Europa, e più recentemente ancora i giovani «professional», magari laureati in Fisica o Matematica in una delle prestigiose università russe, ambiti da startup e industrie hitech. Il risultato è che oggi, secondo le stime più attendibili, la comunità di madrelingua russa raggiunge in Germania i 4 milioni di persone. Una massa di manovra che ha suscitato l’attenzione del mondo politico e anche qualche preoccupazione tra i partiti dell’attuale governo. Perché i russi di Germania (molti, e tutti i Russlanddeutschen, hanno la cittadinanza), sono in generale più conservatori e anti-immigrati del tedesco medio. Nelle ultime elezioni regionali ha fatto scalpore il risultato di Alternative für Deutschland che ha ottenuto altissime percentuali di voto dove vivono i russi: per esempio il 25% a Pforzheim (Nord-Reno Westfalia), con un picco del 43% ad Aidach, un sobborgo dove i russi sono quasi la metà degli abitanti. Non è un caso che il movimento di destra abbia dedicato particolare attenzione ai nuovi tedeschi in arrivo dell’Est: tutti i principali documenti vengono tradotti in russo, i rapporti con le forze politiche vicine al governo di Putin sono stretti. Tanto da far ipotizzare, qualche giornale ne ha scritto, gli interessati hanno smentito con forza, finanziamenti di Mosca al movimento guidato da Frauke Petry.Per approfondire: La Germania si apre al mondo multipolareLa realtà, però, è che la comunità russa ha molte facce. E a Berlino, o a Berlingrad, per capirlo basta guardare dove i nuovi tedeschi vivono. A Charlottenburg, nella parte occidentale della città, abita la parte della comunità più benestante e i negozi di prodotti in arrivo dalla Russia sembrano delle boutique. Proprio come negli anni Venti, il periodo della prima ondata di immigrazione, quando, manco a dirlo, il quartiere si era guadagnato il nomignolo di Charlottengrad. Allora, tra le decine di migliaia di persone in fuga dalla Rivoluzione d’Ottobre, c’era una fetta importante della borghesia di Mosca e San Pietroburgo: professori, medici, ingegneri. Ma anche intellettuali come Majakovski e Nabokov.Nella già citata Marzahn, invece, vivono i russi più poveri, quelli arrivati da poco, e a Prenzlauer Berg, il quartiere bohemien nel centro della città, si sono trasferiti i giovani professionisti e informatici richiamati in città dal boom legato alle internet companies. Questi ultimi sono una comunità nella comunità. «In molti casi non sentono nemmeno il bisogno di imparare il tedesco», spiega Sasha Pliusnina, 24 anni, giovanissima manager di una società che si occupa di applicazioni web. «Qui si parla russo con gli amici e in inglese sul lavoro», racconta. La sua è una storia tipica: cresciuta in una famiglia di madre lingua russa nell’ucraina Odessa, ha frequentato un master all’Università di Jena, nell’ex Germania Est. Come lei tanti suoi coetanei in arrivo dall’ex Urss, utilizzano i Master degli istituti superiori tedeschi (spesso in inglese) per ottenere il visto. Finiti gli studi si fermano attirati dalle offerte di lavoro. «Abbiamo i nostri ristoranti e i nostri negozi, d’inverno andiamo a pattinare, e la sera ci troviamo a casa di questo o di quello a giocare a Mafia (uno dei più popolari giochi di società russi, che riproduce tattiche e strategie della criminalità organizzata, ndr)». Anche qui la guerra in Crimea ha rappresentato una cesura traumatica. «Sui social network fioccavano gli insulti, molte amicizie sono finite all’improvviso. E oggi non è più come un tempo: le due comunità, quella russa e quella ucraina, vivono separate».A dover fare i conti con la guerra è stato anche Russkji Berlin, 70mila copie, principale giornale della comunità russo-tedesca. «Per noi è stata una prova difficile. Ma, come diciamo spesso, noi non siamo un giornale russo, siamo un giornale tedesco in lingua russa», spiega il direttore Dimitri Goff. «Abbiamo cercato di essere equilibrati, riportando con onestà le posizioni delle due parti». Rusmedia, la società che pubblica il giornale, è un piccolo colosso editoriale. Gestisce Russkji Berlin, un settimanale televisivo, un femminile, una radio. Ha l’esclusiva per la raccolta pubblicitaria in Germania del principale canale tv russo, organizza concerti e manifestazioni per la comunità. A fondarla, negli anni Novanta, due fratelli, Dimitri e Boris Feldman, anche loro immigrati dall’ex Urss. Qualche tempo fa hanno trasferito la sede del loro gruppo: l’hanno voluta in un modernissimo palazzo tutto vetro e acciaio in Leipziger Platz, a un tiro di schioppo dalla Porta di Brandeburgo. Esattamente sotto le loro finestre c’è il cippo che segna quello che una volta era il percorso del Muro. «Per noi tutti- spiega Goff – è il simbolo del passato che ci siamo lasciati dietro». Angelo Allegri

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