Il conflitto in Medio Oriente sta mostrando sempre più i limiti democratici della Germania. Dal tentativo di censura della scrittrice Masha Gessen e degli autori del documentario No Other Land, alla repressione di molte manifestazioni pro Palestina, il legame ideologico tra Berlino e Israele sta spingendo la nazione europea verso un futuro cupo. Una società messa alla prova, negli ultimi mesi, dall’ascesa delle destre e dal tentativo della coalizione di centrosinistra uscente di tenere insieme lo Stato con leggi draconiane.
A farne le spese sono in questo momento i giovani residenti stranieri che protestano contro la guerra di Israele. Le autorità migratorie di Berlino hanno emesso ordinanze di espulsione contro quattro di loro, colpevoli di aver occupato alcuni spazi di una università e aver interrotto la normale circolazione dei treni: eventi che le promesse ottimistiche degli anni Novanta avrebbero considerato parte della quotidianità di un’Europa unita, progressista e dove il dissenso è accettato, ma oggi trattati da un Paese fondatore dell’Unione Europea come episodi sempre più incongrui col nuovo ordine.
I destinatari degli ordini – Cooper Longbottom (statunitense), Kasia Wlaszczyk (polacca), Shane O’Brien e Roberta Murray (irlandesi) – non sono mai stati condannati per alcun reato. Il dato cruciale: tre degli espulsi sono cittadini Ue. Si tratta di un provvedimento senza precedenti, quindi, che segnala come per regolamentare la libertà di espressione e il diritto di protesta l’amministrazione berlinese sia disposta a rinnegare Schengen.
La macchina burocratica sotto accusa
Della vicenda ne parlano per primi, in un’inchiesta congiunta, la rivista israeliana progressista +972 e il sito The Intercept. I documenti ottenuti dai giornalisti spiegano come i funzionari dell’ufficio immigrazione abbiano provato a fermare il Senato di Berlino, guidato dal sindaco Kai Wegner, cristiano-democratico. Silke Buhlmann, responsabile della prevenzione della criminalità dell’agenzia migratoria, aveva avvertito che revocare la libertà di movimento ai cittadini Ue sarebbe stato “illegale” in assenza di condanne penali. Ma Christian Oestmann, alto funzionario del Dipartimento degli Interni, ha ignorato le critiche, ordinando di procedere comunque con le espulsioni.
I quattro sono accusati di aver partecipato all’occupazione dell’Università Libera di Berlino (senza specifici atti di vandalismo), aver gridato slogan come “From the river to the sea” (vietato in Germania dal 2023), di insulti generici a poliziotti (“fascista”) e di un “sostegno ad Hamas” (senza prove). O’Brien, l’unico ad essere stato processato per un’accusa (aver insultato un agente), è stato assolto. Eppure, tre dei decreti citano la Staatsräson (la “ragion di Stato” tedesca a difesa di Israele) come giustificazione, una mossa definita “incostituzionale” da Thomas Oberhäuser, esperto di Diritto migratorio.
Una decisione che si inserisce in un filone autoritario che sta trovando il suo più portentoso svolgimento negli Stati Uniti del Trump 2.0. In nome del quieto vivere con i gruppi di pressione filoisraeliani e dell’assecondamento del voto anti-islamico, le leggi migratorie sono usate per silenziare i movimenti sociali, da una politica che sceglie di bypassare ogni garanzia legale. E mentre la Germania si scandalizza per l’autoritarismo di Trump, chiude entrambi gli occhi sulla propria repressione sistematica del dissenso pro-palestinese. Anzi: in Germania la resistenza istituzionale a queste pratiche sembra persino minore che negli Stati Uniti.
Vite sospese e comunità sotto choc
Longbottom, studente transgender statunitense, rischia di non completare il master in Diritti umani: sono 29 i Paesi Schengen nei quali non potrebbe entrare per due anni, riporta The Intecept. Wlaszczyk, polacca e attivista queer, vive in Germania da 25 anni: “La Germania strumentalizza l’antisemitismo contro chiunque sostenga i palestinesi”. Murray e O’Brien, irlandesi, denunciano il clima repressivo: “Berlino non è più il rifugio liberale che credevamo”. E se il Governo di coalizione tedesco, nel quale ci sono anche Verdi e Socialisti, giustifica le espulsioni come una questione di ordine pubblico, per gli attivisti è chiaramente l’inizio di una nuova era di criminalizzazione del dissenso.
Questi mesi di guerra a Gaza hanno fatto emergere in maniera lampante le molteplici contraddizioni che lo Stato tedesco esprime, da sempre, di fronte alla questione israelo-palestinese. Una polarizzazione conflittuale che sta influenzando tutte le politiche di sicurezza, facendo diventare “risposta” europea al trumpismo sempre più simile all’originale: si colpisce lo status migratorio per controllare il dissenso politico. Una deportazione interna alla stessa Europa, presa direttamente dal manuale dell’estrema destra.
La reazione delle istituzioni Ue è attesa nelle prossime settimane, ma vedendo le principali figure di potere concentrate tutte sulla Russia, è improbabile che fermino Berlino. Le implicazioni, per il resto del Continente, rischiano di essere spaventose.