La seconda Conferenza internazionale di Berlino prevista il 23 giugno nella capitale della Germania sarà uno spartiacque per sapere se il percorso tracciato dalle Nazioni Unite per dare “la Libia ai libici” avrà successo. La situazione interna al Paese nordafricano, tuttavia, non è delle migliori. La Camera dei rappresentanti di Tobruk non ha ancora approvato il bilancio unitario del 2021, circostanza che impedisce al governo di unità nazionale di avviare la ricostruzione e migliorare i servizi alla popolazione. Nessuna intesa è stata raggiunta sulla nomina dei principali incarichi istituzionali, tra cui il presidente della potente Banca centrale. Il generale Khalifa Haftar non riconosce le autorità di Tripoli e ha inviato rinforzi militari nel Fezzan, il sud della Libia ricco di petrolio. I mercenari portati da Russia e Turchia continuano ad avere i loro stivali ben piantati sulle sabbie del deserto libico. La Libia ha scalzato la Tunisia come primo Paese di provenienza die flussi migratori illegali via mare in Italia. Eppure ci sono alcuni spiragli di speranza, come ad esempio la riapertura della strada costiera tra Misurata e Sirte.

Cosa è cambiato

Molte cose sono cambiate dalla prima Conferenza di Berlino del gennaio 2020. Le ostilità sono cessate e dal 23 ottobre scorso è in vigore un cessate il fuoco. Il blocco del petrolio imposto dal generale Haftar proprio alla vigilia della prima conferenza è stato revocato. E’ stata istituita un’autorità esecutiva provvisoria e il governo di unità nazionale è stato approvato dalla Camera dei rappresentanti con un’ampia maggioranza nella città simbolica di Sirte, più o meno a metà strada tra l’est e l’ovest del Paese. La produzione di petrolio si attesta da mesi intorno a quota 1,2 milioni di barili e secondo le previsioni della Banca mondiale, la Libia dovrebbe teoricamente assistere a un vero e proprio boom della sua economia, con una crescita del 66,7 per cento nel 2021. Su impulso dell’ex inviata delle Nazioni Unite, Stephanie Williams, la Libia ha oggi un organo esecutivo unitario pur con una scadenza ben precisa: il 24 dicembre 2021, il giorno in cui nel 70esimo anniversario della Libia i cittadini del Paese nordafricano dovrebbero recarsi alle urne per rinnovare il Parlamento eletto nel 2014 e (forse) eleggere il nuovo presidente.

Il contesto internazionale

A essere mutata è soprattutto la situazione geopolitica. Alla Casa Bianca non c’è più Donald Trump, che con il suo atteggiamento ambiguo aveva in qualche modo incoraggiato la fallimentare campagna militare di Haftar contro Tripoli. Il democratico Joe Biden sembra più pragmatico e affidabile del suo predecessore repubblicano: egli offre maggiori garanzie per la stabilizzazione del processo di pace in Libia, ma la sua priorità è la Cina, non certo il Nord Africa. La presenza a Palazzo Chigi di Mario Draghi potrebbe dare maggiore slancio e lustro all’azione dell’Italia. Vale la pena citare che nel lungo bilaterale tenuto tra Biden e Draghi a margine della seconda giornata del G7 a Carbis Bay, nel Regno Unito, entrambi hanno concordato di lavorare insieme sulle sfide globali e sulle priorità di politica estera condivise, come Cina, Russia e Libia. La Francia, complici le difficoltà interne e le instabilità in un’area vitale per i propri interessi come il Sahel, sembra aver messo da parte la doppiezza che aveva contraddistinto la linea di Parigi in Libia negli anni precedenti. Emmanuel Macron, inoltre, è sotto elezioni e non può permettersi di fare passi falsi tanto in patria quanto in politica estera.

La Russia non sembra avere interesse a esacerbare la situazione in Libia, almeno per il momento. Con la presenza dei mercenari del gruppo Wagner nella base aerea di Al Jufrah, Mosca è riuscita a mettere una spina nel fianco sud della Nato che gli può tornargli utile per altri obiettivi. L’Egitto ha da poco riallacciato i rapporti con il Qatar, Paese campione dei Fratelli musulmani insieme alla Turchia del presidente-sultano Recep Tayyip Erdogan, avviando segnali di distensione con Ankara e riallacciando i rapporti con Tripoli, pur senza abbandonare Bengasi. Emirati Arabi Uniti e Turchia, forse i due protagonisti principali della crisi in Libia, sono accomunati dal desiderio di capitalizzare quanto prima l’investimento fatto fin qui. Tanto Abu Dhabi quanto Ankara continuano a sostenere i rispettivi proxy libici nella speranza di ottenere una fetta delle risorse petrolifere e del lucroso business della ricostruzione, ma senza un cambio di atteggiamento rischiano di rimanere senza nulla in mano. La situazione è a un bivio: mantenere lo status quo potrebbe convenire a chi ha una posizione in apparenza dominante, ma senza un cambio di passo il conflitto potrebbe riaccendersi con conseguenze imprevedibili nel Mediterraneo.

Cosa dirà la conferenza

Secondo quanto anticipato dall’Agenzia Nova, le conclusioni della Conferenza dovrebbero incoraggiare a fare di più per rendere possibili le elezioni presidenziali e parlamentari nazionali del 24 dicembre 2021, “consentire un ritiro reciproco, proporzionale, equilibrato e sequenziale di elementi armati stranieri, iniziando immediatamente con l’allontanamento dei mercenari stranieri dalla Libia, applicare e far rispettare le sanzioni Onu, anche attraverso misure nazionali, contro coloro che violano l’embargo sulle armi o il cessate il fuoco. Dovrebbe essere sollecitata, inoltre, l’istituzione di forze di sicurezza nazionale, di polizia e militari unificate sotto un’unica autorità civile, oltre alla smobilitazione e al disarmo dei gruppi armati e delle milizie in Libia, l’integrazione di personale idoneo nelle istituzioni statali civili, di sicurezza e militari. Sui migranti, la Conferenza dovrebbe chiedere alle autorità libiche di chiudere i centri di detenzione per migranti e richiedenti asilo, allineando i quadri legislativi in materia di migrazione e asilo al diritto, agli standard e ai principi internazionali”. Tutte richieste già viste che per essere attuate richiedono una seria volontà politica sia da parte dei libici, ma anche e soprattutto da parte dei principali attori internazionali (Emirati Arabi Uniti e Turchia su tutti) coinvolti nella crisi.

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