L’economista Vladislav Inozemtsev, l’ex parlamentare Dmitry Gudkov e l’imprenditore Dmitry Nekrasov sono tre più che rispettabili figure dell’opposizione a Vladimir Putin che, dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina, hanno dovuto trasferirsi all’estero per esprimere in libertà le loro idee. Da poco hanno lanciato il Center for analysis and strategies in Europe (CASE) che, come primo contributo alla riflessione politica, ha pubblicato un rapporto sulla nuova diaspora russa, i cosiddetti relokanty, di grande interesse per almeno due ragioni.
La prima è l’affermazione a chiare lettere di ciò che si è ostinatamente voluto negare in questi due anni e mezzo di guerra in Ucraina: “Va notato che questa guerra non ha diviso la società russa né provocato un potente movimento anti-regime. In effetti, ha seriamente rafforzato il sentimento antioccidentale in Russia. Le politiche delle autorità occidentali, che hanno cercato di sostenere i russi pacifisti e anti-Putin, appaiono comprensibili e nobili, ma difficilmente sono in grado di ottenere seri cambiamenti nella politica russa – né ora, né a medio termine”. Senza metabolizzare questa realtà, peraltro a suo tempo intuita da chi avesse un minimo di conoscenza della Russia e della storia, nessuna analisi politica seria è possibile.
L’altro aspetto interessante della ricerca riguarda coloro che hanno lasciato la Russia in coincidenza con l’invasione dell’Ucraina. Per timore della guerra, per disgusto verso la guerra decisa da Putin o per qualunque altra ragione, centinaia di migliaia di russi (secondo alcune stime, fino a un milione) si sono trasferiti all’estero. E quasi sempre si è trattato di persone giovani e professionalmente preparate. Tant’è vero che le autorità russe apertamente riconoscono di soffrire di una penuria di quadri. Per formarli e prepararli sono state varate molte iniziative, persino una specie di concorso a premi. E i salari dei quadri rimasti in Russia, soprattutto tecnici e informatici, sono cresciuti in misura esponenziale.
Nel loro rapporto, Inozemtsev, Gudkov e Nekrasov criticano le politiche occidentali per non aver saputo incentivare il fenomeno in modo tale da indebolire ulteriormente la Russia putiniana, sia dal punto di vista della coesione sociale sia da quello della solidità economica. L’Occidente si è molto preoccupato di non far arrivare quattrini e tecnologie alla Russia ma non si è altrettanto preoccupato di sottrarle energie umane preziose. Tanto che molti relokanty (termine che comunque segnala un trasferimento temporaneo, di persone che comunque ambiscono a tornare prima o poi in patria), costretti ad affrontare la difficoltà di una nuova vita all’estero, sono tornati in Russia. Secondo una recente valutazione di Bloomberg, già la metà di quelli che erano partiti.
Lasciamo alla lettura del rapporto le soluzioni proposte dai tre autori. Però consideriamo questo: è un po’ buffo che si arrivi a questa conclusione dopo due anni e mezzo di una guerra che, proprio dal punto di vista di questa analisi, ha dissanguato molto più l’Ucraina che la Russia. Abbiamo scritto molte volte su questo tema e più di due anni fa già scrivevamo che per indebolire la Russia bisognava appunto aprire le frontiere ai russi, soprattutto ai giovani.
Ebbene, i Governi dell’Occidente hanno fatto esattamente il contrario, e fin da subito. Non solo: hanno fin da subito sequestrato i beni di persone che, rispetto all’invasione russa dell’Ucraina, avevano spesso la sola colpa di essere russi. Le amministrazioni, a tutti i livelli, hanno fatto la corsa a negare i visti, restringere gli ingressi, proibire incontri, conferenze, esibizioni, balletti, concerti di intellettuali e artisti russi. Gli sportivi sono stati esclusi dalle competizioni, spesso chiedendo loro dichiarazioni di dissenso rispetto alla guerra in Ucraina. Come se a intellettuali e atleti Usa avessimo chiesto di dissociarsi dall’invasione dell’Iraq. E così via.
Ora, è curioso che i tre autorevoli dissidenti russi ci pensino solo ora. Ma soprattutto è curioso che possano pensare che si sia trattato di un errore. Dobbiamo forse credere che i Governi occidentali, da Washington a Roma, da Berlino a Parigi, da Varsavia a Londra, siano composti di imbecilli totali? Che nessuno, in alcuna cancellerie, abbia fatto il ragionamento di cui sopra? Impossibile, no?
Rimane dunque sul tavolo solo l’ipotesi opposta: che colpevolizzare tutti i russi, dagli studenti ai pianisti, dagli oligarchi agli idraulici, indistintamente e solo sulla base della nazionalità, sia stata una scelta cosciente e coerente. In parte per il riflesso russofobico del Dna di molti Paesi. In parte per la convinzione di vincere facile. Ma soprattutto perché la politica occidentale ormai soffre di una pervicace coazione a ripetere i propri errori. Ha totalmente ignorato la premessa iniziale, e cioè che così facendo (cioè cercando di punire tutti i russi, a prescindere) avrebbe fatto un gran favore a Putin. A nulla sono servite le esperienze fatte con l’Iran, Cuba, la Siria e tutti i molti Paesi sanzionati negli anni, dov’è successa esattamente la stessa cosa: la punizione collettiva ha spinto la gente verso il regime, non verso chi punisce.
Inozemtsev, Gudkov e Nekrasov scrivono anche che la ripresa economica russa del 2023 si deve, almeno in parte, al contributo di quei quadri giovani e preparati che, delusi dall’Occidente, sono rientrati in patria. Pare una spiegazione un po’ “facile” ma non priva di elementi di verità. Conferma, comunque, quanto pensiamo da tempo: il nostro atteggiamento nei confronti della Russia è così ideologico e venato di ignoranza e supponenza da rivoltarsi contro di noi.
Fulvio Scaglione