Gleiwitz. Chissà quanti, fra coloro che ci stanno leggendo, collegheranno immediatamente questo nome ad un evento. Probabilmente pochi. Eppure a quella che oggi è una città industriale della Svevia polacca di quasi duecentomila abitanti è legata una svolta cruciale della storia di un passato non troppo lontano che rischia di dirci molto sul nostro più immediato futuro.
Fu infatti lì che nella serata del 31 agosto 1939 avvenne quello che venne subito annunciato dalle fonti ufficiali del Terzo Reich con queste parole: “La stazione radio di Gleiwitz è stata presa d’assalto da un gruppo di insorti polacchi e momentaneamente occupata. [Gli assalitori] sono stati ricacciati oltre confine dagli agenti del posto di polizia di frontiera; nello scontro a fuoco uno degli insorti è stato ferito mortalmente”. I giornali si fecero eco della notizia e Hitler, denunciando altri 13 attacchi subiti da installazioni tedesche alla frontiera, ne prese spunto per dichiarare una guerra alla Polonia che in realtà era già da alcune ore in atto.
Il casus belli aprì un conflitto di cui tutti ben conosciamo le conseguenze. Ci volle il crollo del regime nazionalsocialista, dopo quasi sei anni di devastazioni e catastrofi, per far venire a galla una versione dei fatti opposta a quella dichiarata ed oggi assurta a verità ufficiale: l’attacco era stato preparato, simulato e condotto da parte tedesca con uomini camuffati in uniformi polacche e in grado di parlare la lingua del nemico.

Realtà e narrazioni
È a quel sinistro precedente che ci ha fatto pensare una serie di episodi ravvicinati accaduti, più o meno dalle stesse parti e in altre zone, a poco più di 86 anni di distanza. Quelli che ci sono stati presentati dai media occidentali come gli sconfinamenti di 19 droni russi nello spazio aereo polacco e di uno in quello romeno, la caduta di uno di essi su una casa di campagna vicino a Lublino, gli sconfinamenti di jet russi per 12 minuti nei cieli dell’Estonia. E che hanno portato i governi polacco ed estone a chiedere l’attivazione dell’articolo 4 del trattato Nato, quello che evoca l’eventualità che sia minacciata “l’integrità territoriale, l’indipendenza politica o la sicurezza” di uno dei Paesi membri.
In merito a queste vicende, l’analista di questioni militari Gianandrea Gaiani, direttore della autorevole testata Analisi Difesa, ha ipotizzato tre possibili opzioni: un tentativo russo di intimidire gli europei e testare la reattività delle difese aeree polacche, uno sconfinamento dovuto ad errore o agli effetti delle contromisure elettroniche ucraine, oppure un finto attacco orchestrato da ucraini e polacchi per rafforzare il battage propagandistico sulla minaccia russa incombente sull’Europa in atto ormai da molti anni.
Se appartenessimo al fronte dei complottisti di parte anti-Nato non ci faremmo scrupoli nell’abbracciare la terza di queste ipotesi, così come hanno fatto i loro confratelli di fede occidentalista nello sposare la prima; ma abbiamo troppa intolleranza ai dogmatismi di qualunque colore e foggia per seguire questa via. Ci limitiamo perciò a prendere atto di alcuni dati appurati che inducono allo scetticismo verso le versioni ufficiali delle vicende a cui abbiamo fatto cenno. E a prospettare alcune riflessioni sulle conseguenze che la divulgazione, in toni crescentemente allarmistici, di quelle versioni stanno avendo e potrebbero avere.

Tra irresponsabilità e falsi allarmi
Prima osservazione: i 19 droni erano disarmati, come ha comprovato l’esame dei 3 o 4 che le forze armate polacche affermano di aver abbattuto. Seconda: il drone – inesploso – che alcune foto ormai celebri mostrano adagiato sul pollaio della casa che si diceva ne fosse stata colpita era in realtà un missile aria-aria Aim-120 statunitense lanciato, per un probabile malfunzionamento, da un F-16 polacco. Terza: le violazioni successive, in Romania e di nuovo in Polonia, sono state corrette in falsi allarmi dovuti forse alle condizioni meteorologiche anomale presenti in zona. Quarta: gli sconfinamenti di aerei in Estonia sono state recisamente negate da parte russa (con il consueto commento dei propagandisti travestiti da giornalisti o studiosi, alla Fubini o alla Parsi: ai russi non si deve mai credere, qualunque cosa dicano).
Se quindi più di un dubbio è lecito sulle presunte provocazioni dell’Orso moscovita – e ancor più su quelle che, senza un straccio di prova, sono state insinuate a proposito di un attacco informatico al sistema di controllo di un aereo su cui volava Von der Leyen o dei sorvoli di droni che hanno spinto alla chiusura di aeroporti danesi e norvegesi –, una certezza emerge sullo sfondo di questa trama sospesa fra dramma e farsa: lo sfruttamento sistematico e preordinato delle notizie che vengono fatte circolare per creare un clima di isteria collettiva anti-russa e costruire il profilo del Nemico Ideale contro cui aizzare opinioni pubbliche, governi e apparati militari.
Non si contano, infatti, le affermazioni irresponsabili e aggressive di esponenti degli Stati europei che hanno costellato i mesi precedenti le presunte provocazioni della controparte. Dall’estone Kaja Kallas a tutti i capi di governo dei paesi baltici e a quelli di Francia, Germania, Gran Bretagna, è stato un ininterrotto fluire di dichiarazioni apocalittiche: con Putin descritto come l'”orco che vuole divorare l’intera Europa” di Macron e come “forse il peggior criminale di guerra dei nostri tempi” di Merz (Netanyahu ringrazierà), la presidente della Commissione dell’Ue che ha parlato della Federazione Russa come di “una canaglia ai confini dell’Europa” e Svezia, Norvegia, Finlandia e Gran Bretagna impegnati ad ammettere ufficialmente di star preparandosi ad una guerra mondiale che in alcuni casi viene addirittura definita inevitabile.
Il tutto mentre il primo ministro polacco Tusk, facendosi eco e ventriloquo di Zelensky, ripete instancabilmente che contro il pericolo russo occorre passare al più presto all’azione armata e von der Leyen che, all’assemblea dell’Onu, annuncia che “l’opzione di abbattere i caccia russi che si introducono nello spazio aereo della Nato è sul tavolo”, trovando, in questo caso, il placet di Trump.
Aggiunti ai piani di riarmo varati nei mesi scorsi con obiettivi sempre più apertamente bellicosi, come la “creazione di un muro di droni al confine orientale dell’Ucraina” vaticinata dalla scatenata capofila dell’Unione, tutti questi elementi configurano ormai un percorso che rende lo sprofondamento nel baratro di un conflitto aperto e ufficiale contro la Russia sempre più vicino. E impongono una domanda: perché? Quale è il motivo di una simile spinta suicida (e omicida) e dei suoi ritmi sempre più accelerati?

La frustrazione dell’Ue
La risposta va probabilmente trovata nella frustrazione che i vertici dell’Ue provano di fronte allo scenario che si è creato con la presidenza Trump e il restringimento della catena che sin dalla fine della seconda guerra mondiale gli Stati Uniti hanno messo attorno al collo degli “alleati” di questa sponda dell’Atlantico.
L’indecoroso spettacolo offerto dai governanti europei atterriti dai dazi imposti dall’attuale inquilino della Casa Bianca ha indotto quasi tutti gli osservatori ad utilizzare la parola sottomissione per descrivere il rapporto fra “the Donald” e i suoi vassalli. Disposti alle più sconcertanti manifestazioni di piaggeria – culmine raggiunte con la penosa lettera di Mark Rutte al dominus – e ad accettare i ricatti più umilianti, primo fra tutti l’obbligo di acquistare dagli Usa le armi da donare a Kiev e il petrolio a costi elevatissimi da sostituire a quello molto più conveniente fornito dalla Russia, pur di evitare di essere costretti a subire trattamenti ancora peggiori.
Il continuo soffiare sul fuoco del conflitto russo-ucraino ha perciò un duplice scopo: cercare di scrollarsi di dosso l’immagine di impotenza a cui i pellegrinaggi alla corte di Trump l’hanno condannata e sperare che il degenerare dello scontro bellico induca il magnate a rinunciare ai propositi di ridurre l’impegno diretto nella Nato. Due finalità che vanno in direzione opposta agli interessi dei cittadini europei. Vista in controluce di questa isteria, l’ipocrisia che i governi europei stanno dimostrando sull’altro quadrante di conflitto di questa sfortunata epoca risalta ancor più nettamente.

L’ipocrisia su Gaza
Di fronte alla carneficina in atto da quasi due anni a Gaza, tanto l’Ue quanto gli Stati nazionali continuano a mantenere la posizione assunta, soprattutto dal 1967 in poi, nei confronti delle incessanti vessazioni a cui il popolo palestinese è assoggettato da parte di Israele: deprecazioni e distinguo a parole, connivenza nei fatti.
Castrato da un complesso di colpa da cui in gran parte dovrebbe sentirsi assolutamente esente e che è quotidianamente alimentato da una variegata ma compatta compagine di fiancheggiatori in servizio permanente e effettivo dello Stato dalla stella di David, il Vecchio continente biascica, come sempre, la giaculatoria fatta di aggettiva tanto eclatanti quanto inefficaci (“intollerabile”, “inaccettabile”, “insopportabile”) e nel contempo tollera, accetta, sopporta la strage sistematica di civili, la devastazione di un intero territorio, le occupazioni e gli espropri delle terre da parte dei “coloni”, i loro atti di barbarie e crudeltà. Depreca e non fa niente perché la situazione cambi.
Terrorizzati dal fatto di poter essere accusati di antisemitismo – un’arma che sono gli stessi che se la vedono puntare contro a rendere appuntita, e che non è altro che lo scudo con cui i governi di Tel Aviv coprono la sistematica violazione dei diritti delle vittime dei loro atti di violenza –, i responsabili politici degli Stati europei lasciano che i fatti facciano il loro tragico corso.
A quale altro Paese al mondo sarebbe lasciata via libera in un’opera di sistematico massacro come quella che è in atto a Gaza, a distanza di due anni da un pogrom come quello di Hamas? A chi sarebbe consentito di “regolare i conti” in proporzione (per ora) di sessanta morti contro uno, di negare spudoratamente le cifre dei massacri operati e prometterne altri, di bombardare ospedali, campi profughi e scuole con il pretesto di snidarvi combattenti nemici – ovviamente bollati, con un’ulteriore ipocrisia, come terroristi, per non dover ammettere la loro qualifica di partigiani –, di programmare e rivendicare una pulizia etnica per lanciare formidabili operazioni di investimento immobiliare ai danni di due milioni di persone? A nessuno.
Eppure, su questo versante l’Europa, proseguendo nella sudditanza ai voleri degli Usa, dismette gli atteggiamenti bellicosi di cui si fa vanto verso Mosca e, non potendo più far finta di non vedere, passa dai proclami alle raccomandazioni, soppesa parole e provvedimenti, si rifugia negli atti di puro impatto simbolico, vacilla di fronte alla prospettiva di assumere sanzioni o tagliare accordi politici ed economici. Balbetta. E ogni volta che uno dei suoi esponenti afferma, di fronte alle proteste e alle critiche di un’opinione pubblica indignata ed esasperata, che “si è passato il segno”, che “si è esagerato nella reazione”, che “bisogna fermarsi”, a parlare non è la sua coscienza, ma la sua ipocrisia. Che è ormai l’unica stella polare a cui quello che, fino ad un secolo fa, era il continente più potente del pianeta, è in grado di affidare il proprio destino.

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