Ancora una volta, come nel 2015, c’è una scia di terrore e sangue che lega la Francia al Belgio. È dal Belgio, infatti, che secondo gli investigatori francesi è partito anche questa volta il piano per l’attentato che ha colpito Parigi. L’orrore degli Champs Elysées ha, infatti, un colpevole, per ora, Abu Yusuf al-Baljiki (il Belga). A fare il suo nome sarebbe il sito d’informazione e propaganda con cui l’Isis ha rivendicato l’attentato, e che ha definito il presunto attentatore come un soldato del Califfato.Dalla rivendicazione, è quindi chiaro che se c’è per ora una pista da seguire, è quella dell’autostrada del terrore che collega il Belgio alla Francia. Due Paesi confinanti che diventano un unico campo di battaglia per il fondamentalismo islamico. A Parigi, l’attentatore potrebbe essere giunto anche con un semplice treno ad alta velocità, che collega Bruxelles alla Francia in un’ora e un quarto. Un treno già da tempo sotto accusa perché privo dei controlli di sicurezza tra la prima e l’ultima stazione e che nel 2016 venne accusato di essere una sorta di porto franco per tutti coloro che volevano passare da un Paese all’altro senza essere identificati. Dopo gli attentati di Parigi sembrava si dovesse giungere a una maggiore scurezza, eppure, dopo qualche mese, sono tornate le stesse falle del sistema, le stesse lacune che avevano fatto gridare allo scandalo poco prima.Però si sapeva, e si sa ormai in modo certo, che la vera culla del jihadismo europeo si trova in Belgio. Un Paese che è stato vittima di attentati ma che nello stesso tempo lascia vivere sul suo territorio cellule terroristiche senza mai avere dimostrato la volontà di sradicarle del tutto. Un Paese dove esistono ormai vere e proprie enclave di integralismo islamico e dove si fa fatica a comprendere in quale parte del mondo ci si trovi, se in Europa o in Paese del Medio Oriente.In Belgio, secondo gli esperti, vive e opera la cellula-madre del terrorismo islamico in Europa. La mente da cui partono piani per attentati in ogni parte del continente e in particolar modo da dove partono gli attentatori per la Francia. Fu così per l’attacco all’Hyper Kasher di Parigi, quando si scoprì che l’assassino aveva comprato le armi per colpire Parigi in un negozio a Charleroi, poco a sud di Bruxelles e a pochi chilometri dal confine con la Francia. Stessa cosa è avvenuta per il drammatico attentato al Bataclan di Parigi, in cui persero la vita centinaia di persone. Gli attentatori avevano preparato tutto non in Francia, ma in Belgio, esattamente a Molenbeek, sobborgo di Bruxelles. Stesso sobborgo in cui poi fu preso Abdeslam, uno dei capi della cellula belga e uno degli ideatori e assassini dell’attentato di novembre a Parigi. E proprio in quell’occasione, per la prima volta, fu usato l’epiteto di al-Baljiki, il Belga: quella volta per indicare il nome di battaglia di Abdelhamid Abaaoud, altro terrorista in azione al Bataclan.Nonostante questo, e nonostante gli attentati che hanno colpito il Belgio, Bruxelles e le sue linee metropolitane, il Paese sembra, però, non riuscire a imporsi su questo fenomeno. In molti lo ritengono, a ragione, il ventre molle d’Europa. Perché da ì nascono quasi tutti i piani del terrorismo islamico in Europa eppure sembra che nessuno sia in grado di arginare il fenomeno. Questo nonostante gli sforzi delle forze di scurezza belghe, che stanno attivando da qualche tempo delle azioni che dovrebbero essere incisive per eliminare il problema. Ma non basta. Nonostante un anno e mezzo di sforzi, i sobborghi di Bruxelles continuano a essere patria di cellule jihadiste e così i piccoli centri lontani dalla capitale.Secondo le indiscrezioni filtrate proprio pochi giorni prima degli attentati dell’anno scorso, quando era stata colpita Parigi, la polizia belga ha indagato più di ventimila persone a Molenbeek, in pratica un quarto della popolazione. Delle associazioni, ONLUS e quant’altro, ben 52 avevano a che fare con attività terroristiche e almeno un centinaio quelle legate alla criminalità organizzata. Una settantina di uomini pericolosi è già stata segnalata dalla polizia belga e almeno 45 soggetti sono quelli attualmente a piede libero nel Paese. Gli altri si dividevano fra foreign fighters in Siria ed Iraq e detenuti nelle prigioni belghe.Campanelli d’allarme che non sono stati però evidentemente così forti da risvegliare una maggiore presa di coscienza del Belgio sulle dinamiche del terrorismo che stanno strangolando il territorio belga e con esso tutta l’Europa. La radicalizzazione del Belgio è ormai un problema che deve invece interessare tutti quanti noi. Ora in molti puntano il dito sugli interessi che da sempre legano il Belgio alle monarchie del Golfo e agli accordi sull’accoglienza dell’Islam radicale in ogni parte della vita culturale del Paese, in cambio del petrolio. Nel tempo, la popolazione musulmana praticante ha superato quella cattolica negli ultimi anni, e questo è già un primo dato da cui partire per comprendere la facilità di penetrazione in un Paese senza più alcun filtro di radici e tradizioni. Per anni, Molenbeek è stata definita uno splendido laboratorio multiculturale da parte dei governi socialisti: ora è diventata un laboratorio di jihad e ne paghiamo tutti le conseguenze. E basterebbe solo partire da questi temi per capire come il problema sia sicuramente più grande rispetto a una semplice realtà criminale.