Nella giornata di giovedì 14 giugno a Riga si terrà un’importante meeting della Banca centrale europea (Bce) in cui verranno definiti i tempi per la conclusione del programma di quantitative easing avviato nel marzo 2015 su iniziativa di Mario Draghi al fine di stimolare le economie dell’Eurozona attraverso l’aumento della massa monetaria in circolazione. Soprannominato gergalmente “bazooka di Draghi”, il quantitative easing ha costituito la principale risposta al palese fallimento delle misure di austerity promosse dall’Unione Europea dopo la crisi dei debiti iniziata tra il 2010 e il 2011.

La riunione del board della Bce di Riga potrebbe confermare lo stop definitivo al quantitative easing a partire dal prossimo settembre e aprire la partita della successione a Mario Draghi, destinata ad accendersi nel 2019, in vista della quale il direttore della Bundesbank Jens Weidmann sembra essersi già proiettato auspicando la fine della manovra entro l’anno in corso. L’interruzione del quantitative easing potrebbe aver conseguenze importanti per l’Unione Europea e l’Italia, che risulta doveroso analizzare partendo da un bilancio complessivo della manovra di Draghi.

Tre anni di quantitative easing: il “bazooka di Draghi” ha centrato il bersaglio?

Quantitative easing significa, letteralmente, “alleggerimento quantitativo”: il Qe, di fatto, consiste in un intervento da parte di una Banca centrale volto a garantire l’aumento della massa monetaria in circolazione nei mercati finanziari e nell’economia reale attraverso l’acquisto di titoli statali o, marginalmente, obbligazionari.

Draghi ha portato avanti il Qe sulla scia delle manovre messe in atto dalla Fed statunitense in risposta alla crisi dei subprime del 2007-2008: tra marzo 2015 e marzo 2016 gli acquisti di titoli di Stato dei Paesi dell’area euro sono proceduti a un ritmo di 60 miliardi di euro al mese; tra aprile 2016 e dicembre 2017 il volume è salito a 80 miliardi di dollari, per poi scendere a 30 a partire dallo scorso gennaio.

L’acquisto massiccio di titoli di debito europei ha portato a una sostanziale convergenza nei livelli dei tassi di rendimento degli stessi e a uno stimolo all’inflazione continentale; il principale limite riscontrato nella misura di quantitative easing è legato alla scarsa trasmissione dei suoi risultati all’economia reale, nonostante Francoforte abbia avviato sin dal 2016 una politica di acquisto di obbligazioni di società industriali a partecipazione pubblica (in Italia, tra le altre, Cdp, Snam, Trenitalia e Enel).

Da parte sua, la Germania ha criticato il Qe in quanto, favorendo l’aumento dell’inflazione, ha portato a un’erosione del valore reale dei crediti dei suoi istituti col resto del continente ma, al contempo, ne ha beneficiato indirettamente grazie al volano garantito dalla svalutazione dell’euro alle sue esportazioni, come del resto puntualizzava già nel 2015 l’associazione Asimmetrie.

Gli scenari per l’Italia e l’Europa dopo la fine del quantitative easing

Le turbolenze registrate dai mercati finanziari per il rischio Paese dell’Italia nelle ultime settimane erano principalmente legate alla connessione tra la crisi politica di Roma e il previsto cambiamento delle dinamiche economiche dell’Eurozona: il rischio che l’Italia tornasse al voto in autunno guidata dal governo sfiduciato di Carlo Cottarelli si era legata all’allentamento degli acquisti di titoli da parte di Francoforte, producendo di conseguenza fasi di incertezza nei mercati, di cui hanno approfittato speculatori come Alan Howard, e la brusca impennata dello spread di fine maggio.

Questo perché nella concezione degli operatori finanziari il quantitative easing è stato interpretato, non senza elementi di verità, come un vero e proprio “salvagente” gettato ai Paesi come l’Italia, il cui debito manifestava le maggiori criticità, in difesa dalla speculazione. Il rischio è che con la fine del Qe cali la domanda di titoli del debito pubblico e, in prospettiva, aumenti i tassi a medio e lungo termine, dato chele banche italiane dovranno cedere una parte dei titoli del debito pubblico che hanno in eccesso, soprattutto quelli a medio e lungo termine.

Questo si unirebbe all’azione dei “falchi” pro-austerità, come Weidmann e il collega olandese Knoot, favorevoli a politiche monetarie meno espansive, come segnalato dall’Agi. Di fatto, con una Bce meno interventista le asimmetrie tra le economie più performanti dell’Eurozona e i Paesi più in difficoltà si amplierebbero notevolmente.

Una proposta di buon senso: riorientare il quantitative easing a favore del lavoro

Per concludere, non possiamo non fare nostro, nell’interesse dell’Italia che vive una delicata transizione governativa e dell’Europa stessa, l’appello lanciato sul Fatto Quotidiano da Roberto Marchesi, politologo e studioso di macroeconomia, che ha ideato una proposta assennata e realistica per un rafforzamento reale del quantitative easing che passi per una sua maggiore focalizzazione sull’economia reale.

“Per cominciare si potrebbe partire proprio dalla riforma della Banca Centrale consentendole di intervenire a sostegno delle imprese e contro la disoccupazione con un Qe mirato a questo scopo invece che a quello più generale di sostenere la liquidità monetaria, ora meno necessario ma di cui hanno beneficiato molto di più le banche che le aziende (e per niente i lavoratori). Si potrebbe fare agevolmente con emissioni speciali di titoli (cinquantennali?) degli Stati più colpiti dalla crisi dando così ampio tempo per recuperare. Non sto inventando niente, il Giappone già lo fa”, ha scritto Marchesi: e concordiamo completamente con le sue parole. Il quantitative easing rischia di essere ricordato, in futuro, come un palliativo per l’Eurozona: solo evolvendo la logica sottostante all’intervento della Banca centrale europea, in futuro, mosse simili potranno avere effetti duraturi e consolidati. 

Articolo di Andrea Muratore