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“Se sarò Presidente, attaccherò l’Iran”. La risonanza ricevuta è forse anche più grave della convinzione in sé. Per quanto fedeli a dichiarazioni datate di qualche anno, le parole di Hilary Clinton rimbombano con prepotenza nell’ordinaria informazione dell’attualità, ove tra le efferatezze di Nizza e il golpe smorzato in Turchia, si assesta un’unica certezza: il Medio Oriente è divenuto una polveriera sociopolitica. Ecco, quindi, che gli Stati Uniti d’America dovrebbero adoperarsi per non alimentare ulteriormente i focolai di un mondo musulmano già ridotto al lumicino dal progetto d’esportazione della democrazia, scaduto in coatto espansionismo strategico-militare. La sorgente dell’Islam e del suo culto, invece, andrebbe vivacizzata e protetta, perché culla di spunti religiosi ed estetici immensi, che sono altro dalla barbarie omicida dell’ISIS.banner_occhi_sotto_attaccoLe esternazioni della Clinton non solo presuppongono un proseguimento dell’operato (alquanto gracile) di Obama in tema estero, ma potrebbero alterare irreparabilmente gli equilibri già instabili di un’area di Terra travagliata dalle affermazioni di egemonia. Alla luce dei recentissimi fatti, un approccio guerrafondaio verso le regioni irachene, afgane, iraniane, siriane, intensificherebbe le tensioni e non condurrebbe alla tanto agognata convergenza. Quella congiuntura che Franco Battiato ebbe il coraggio di proporre nel lontano 1992, con un concerto a Baghdad. Una sera di inizio dicembre, l’eleganza stilistica e la magistrale musicalità del Maestro illuminarono di mistica quiete le sorti di un popolo ancora scosso dall’eccidio della Guerra del Golfo, ed instillarono dosi di concreta speranza nella membra di un territorio martoriato dagli abusi della geopolitica d’assalto.SOSTIENI IL REPORTAGE SUI CRISTIANI SOTTO TIRO Per una notte, il Teatro Nazionale iracheno esaudì le preghiere di serenità e di pace di un’intera comunità: il riflesso della purezza culturale ed esoterica di Battiato permise di riscoprire la millenaria tradizione del sacro che le campagne militari statunitensi avrebbero tentato di smontare nei decenni successivi. L’apertura – intrecciata dalle liturgiche note de “L’Ombra della Luce”, che raggiunse un’aggiuntiva dimensione trascendente con l’interpretazione in arabo – e la conclusione – mescolata nell’incanto della poetica di “Fogh in Nakhal”, a celebrare lo splendore di un’indimenticata Terra dei Fiumi – dello spettacolo tracciano la sensibilità di un cantautore al quale, a distanza di 24 anni, si riconosce un’intuizione da statista: congiungere arte e sacralità, in difesa dell’eterno panorama dell’Oriente dalle ingerenze belligeranti delle potenze internazionali. “Non riesco a capire quale identità si voglia salvare (dall’islamizzazione, ndr), visto che siamo colonizzati da una certa cultura d’accatto americana e nessuno per questo è mai insorto”.

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