Nelle condizioni attuali, il tentativo di analizzare gli umori della società palestinese richiede sforzi enormi e quasi acrobatici. Alcune tendenze, però, emergono comunque con chiarezza. Tre diversi sondaggi condotti in maggio mostrano che il supporto per Hamas è stabile con tendenza alla crescita in Cisgiordania mentre quello per Al Fatah è in lieve crescita nella Striscia di Gaza, un dato evidentemente influenzato dalla maggiore o minore vicinanza agli eventi più drammatici della guerra. Allo stesso modo, solo il 46% degli abitanti della Striscia pensa che Hamas resterà al potere dopo la guerra, mentre lo pensa il 62% degli abitanti della Cisgiordania.
La cosa più interessante, però, è che tutti i sondaggi (condotti dal Palestinian Center for Policy and Survey Research di Ramallah, dal Jerusalem Media and Communication Center e dall’Arab World for Research and Developement) mostrano che il leader di gran lunga più popolare tra i palestinesi è Marwan Barghuti, 65 anni, dal 2002 detenuti nelle carceri speciali israeliane con cinque condanne all’ergastolo.
I sondaggi prima citati confermano lo sprofondo del presidente Abu Mazen (il 90% dei palestinesi vorrebbe le sue dimissioni) ma soprattutto attestano che tra tutti i possibili candidati alla presidenza (tra i quali Abu Mazen e il leader politico di Hamas Ismail Haniyeh) Barghuti sarebbe quello destinato a vincere a mani basse. Anche in un sondaggio aperto (cioè senza una lista di possibili risposte predeterminate) Barghuti raccoglie il 29% dei consensi contro il 14% di Ismail Haniyeh, l’8% di Mohammed Dahlan (l’ex dirigente di Al Fatah esiliato in Qatar) e il 7% del leader militare di Hamas Yahya Sinwar.
Barghuti, come detto, è in carcere da molti anni. Entrato in Al Fatah all’età di 15 anni, a 18 viene arrestato e imprigionato per aver partecipato a una sommossa. In carcere impara l’ebraico e quando esce si iscrive all’Università di Bir Zenit dove si laurea in Storia e poi in Scienze Politiche. Barghuti scala rapidamente le gerarchie interne di Al Fata finché nel 1987 viene arrestato per aver partecipato alla prima intifada ed espulso in Giordania. Potrà rientrare solo nel 1994, dopo gli Accordi di Oslo, per entrare nel Consiglio legislativo palestinese, dove diventa un accanito difensore del processo di pace e della soluzione “due popoli due Stati”. Definisce gli israeliani “i nostri futuri vicini”, pur chiedendo “la restituzione delle terre invase dopo il 1967”.
Poi però arriva la seconda intifada. Barghuti viene accusato di aver fondato le Brigate dei martiri di Al Aqsa, gruppo terroristico votato alla distruzione di Israele, e infine arrestato. Nel 2004 la condanna a cinque ergastoli per omicidio. Barghuti ha sempre respinto ogni accusa e non sono pochi coloro che pensano che le condanne fossero dovute soprattutto alla sua popolarità tra i palestinesi e alla sua capacità di far dialogare le diverse anime politiche della resistenza a Israele. Non poche personalità, anche israeliane (tra gli altri, Shimon Peres), si sono spese per la sua liberazione, che come si vede non è mai avvenuta. Anzi: Nel 2011 e nel 2021, quando tra Israele e palestinesi ci sono stati scambi di prigionieri e ostaggi, Barghuti è sempre stato accuratamente escluso. Nel 2021 Israele preferì liberare Yahya Sinwar, molto meno significativo dal punto di vista politico e molto più pericoloso dal punto di vista militare, l’uomo che ha organizzato il massacro del 7 ottobre 2023.
Anche se recluso in un carcere speciale da più di vent’anni, però, Barghuti continua a tormentare i sonni di Netanyahu e di Abu Mazen. Hamas aveva inserito (come sempre invano) anche il suo nome tra quelli dei prigionieri palestinesi da liberare in cambio degli ostaggi. Abu Mazen sa che se Barghuti tornasse in libertà per la sua cerchia sarebbe la fine. E Netanyahu sa che Barghuti, una volta libero, potrebbe essere il leader capace di riunificare i palestinesi. Tante ragioni per far pensare che le porte di quel carcere non si apriranno mai.