La notte di Barcellona è illuminata dai roghi che divampano per le vie del centro. I gruppi più radicali degli indipendentisti catalani hanno trasformato la protesta contro lo Stato centrale in una vera e propria guerriglia che ha bagnato la città con il sangue di decine di feriti.

Non è stata una giornata qualunque quella della Ciudad condal. E l’impressione è che quello “Tsunami democratic”, così come è chiamato il gruppo che ha organizzato marce e che in molti accusano di terrorismo, abbia creato un qualcosa di più di una grande marcia. Perché quella di Barcellona è stata soprattutto guerriglia e il simbolo che qualcosa si è definitivamente spezzato nella convivenza fra le diverse anime che compongono la Catalogna. E il bilancio parla chiaro: 182 feriti e 54 arresti.

Chi pensa che la protesta nasca solo dalla condanna nei confronti dei leader del separatismo catalano, evidentemente non conosce il magma che ribolle nel profondo della Catalogna. Così come non conosce il rischio estremamente preoccupante insito in uno stallo politico che sembra strangolare la Spagna in una spirale senza fine. Perché a Barcellona è andato in scena un vero e proprio “delitto perfetto” fatto di errori compiuti da tutte le parti in campo e che oggi sembra giunto a un punto di non ritorno. Hanno colpa gli indipendentisti, che hanno mantenuto sempre dritta la barra della secessione a ogni costo anche infrangendosi contro lo scoglio dell’illegalità e soprattutto contro una regione che non è assolutamente tutta a favore del distacco da Madrid. Ma hanno colpa anche quelli che dall’altra parte della barricata sostengono l’unità indissolubile della Spagna, che, a parte il richiamo alla Costituzione e all’applicazione della legge nella maniera più dura e ferma possibile, non hanno interpretato realmente ciò che agita i catalanisti, con il rischio di far passare tutto o come una questione di ordine pubblico.

No, le radici del male sono profonde. E sono in molti ad aver paura che la convivenza all’interno della Catalogna sia a rischio. E in questo la Spagna paga una classe politica a dir poco fallimentare. I leader secessionisti hanno optato per la prova di forza ma senza quel carisma e quella capacità id dialogo che invece ha per anni permesso a Barcellona e dintorni di ottenere tanto pur non arrivando a una situazione come quella di oggi. Carles Puigdemont, dal giorno in cui ha deciso di infrangere la legge andando ad indire il referendum, del 2017, non ha mai pensato realmente a un compromesso. Voleva

Le radici sono profonde e sarà difficile trovare una soluzione in tempi rapidi. Quella parte di popolazione catalana che vuole l’indipendenza ha irrigidito fortemente le proprie posizioni a seguito di una condanna dello Stato che non poteva non arrivare. Tutti lo sapevano e nessuno ha voluto evitare. E il motivo è chiaro: si vuole lo scontro per mostrare al mondo che sia impossibile trovare una soluzione che non passi dalla concessione di ulteriore autonomia nei confronti della Catalogna. La strategia dei movimenti indipendentisti si basa proprio sull’idea che a lungo termine il mondo non possa fare altro che accettare che la regione si voglia staccare dalla Spagna e che in Spagna sia impossibile trovare un accordo in grado di ricompattare il Paese: o cambia la Spagna o la Catalogna si stacca. E non è detto che questa seconda soluzione sia per forza alternativa alla prima.

In questo senso, la strategia dei secessionisti passa anche attraverso una ferrea logica di penetrazione delle amministrazioni pubbliche (specialmente dell’Istruzione) che sta costruendo una società a immagine e somiglianza dell’ideologia indipendentista. Dalla scuola, che forma giovani sempre più catalani e meno spagnoli, agli uffici pubblici che perorano costantemente l’idea della differenza dalla Spagna. Un piano che gli “unionisti” (termine poco apprezzato dagli spagnoli ma utile per semplificare) considerano come una vera e propria chirurgia sociale e culturale ma che di fatto sta costruendo su queste basi la regione del futuro. Lo dimostrano le parole del presidente della Generalitat, Qim Torra, che nonostante le violenze e il rischio di gravi disordini in tutta la comunità, ha ribadito la volontà non di trovare un accordo, ma di un nuovo referendum.

Ma se a Barcellona gli indipendentisti vanno avanti e fanno anche uso dei gruppi più violenti e radicali, dall’altra parte, a Madrid, nessuno sembra in grado di intervenire. La sollevazione catalana arriva non solo a seguito di una sentenza del tribunale spagnolo, ma anche all’interno di una crisi politica che vede Pedro Sanchez del tutto incapace di prendere una posizione e senza una maggioranza. Mancano poche settimane alla nuove tornata elettorale e il massimo che ha saputo fare il governo spagnolo è quello di inviare la Guardia Civil, senza avere alcuna idea di come risolvere la crisi. I socialisti, del resto, non possono governare senza ottenere anche i voti dei movimenti radicali e indipendentisti. Podemos, che per anni ha proposto il referendum come soluzione a tutto, non può certo dire ai secessionisti di non farlo, oltre al fatto che i legami della sinistra populisti con i movimenti estremisti sono cosa nota. A destra, il pericolo è dettato soprattutto dall’incapacità di comprendere a fondo cosa possa diventare il “proces” se non trovano una soluzione credibile. La Catalogna oggi ha un movimento indipendentista che, come spiegato da El Confidencial, ha accettato addirittura la sfida delle condanne penali e della violenza pur di ottenere ciò che vuole.