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L’estromissione di Steve Bannon dal ruolo di “Chief Strategist” della Casa Bianca ha rappresentato il più clamoroso dei numerosi avvicendamenti che dal 20 gennaio 2017 ad oggi hanno interessato la tormentata amministrazione Trump, il cui percorso è risultato fortemente condizionato dalle forti divisioni indotte dall’incontro-scontro tra l’entourage più ristretto del presidente e i tradizionali apparati di potere di Washington, che nel corso dei primi sette mesi dell’era Trump sono riusciti a mantenersi saldamente all’interno dei centri di potere più importanti. Ad accelerare la repentina conclusione della carriera istituzionale di Bannon, che dopo esser stato nominato membro del National Security Council si è visto estromettere da questo importante organo il 5 aprile scorso prima di essere rimosso dal ruolo di Chief Strategist appositamente creato per lui dal presidente Trump, ha contribuito principalmente la decisa e inesorabile ascesa degli alti esponenti militari in seno all’amministrazione. 

A Washington, da diverse settimane, è oramai scattata l’ora dei generali: frustrato dalle difficoltà incontrate nella mediazione con gli alti esponenti del Partito Repubblicano in sede congressuale e impossibilitato a portare avanti la sua concezione “imprenditoriale” della politica a causa delle forte resistenze interne al Grand Old Party, Donald J. Trump ha deciso di coltivare il consenso degli apparati militari e di appoggiarsi principalmente sul Pentagono per elaborare le principali linee guida strategiche e geopolitiche della Casa Bianca. Dopo la precoce estromissione del “generale preferito” di Trump, Michael T. Flynn, il centro degli equilibri di potere della Casa Bianca ruota attorno a un “triumvirato” di generali formato da John F. Kelly, detentore della carica di “White House Chief of Staff”da “James Norman Mattis“, Segretario alla Difesa dell’amministrazione Trump, e Herbert Raymond McMaster, subentrato a Flynn nella carica di National Security Advisor

Sebbene la causa scatenante dell’estromissione di Bannon sia stata l’esplosiva intervista rilasciata da questi a The American Prospect, non c’è dubbio che una feroce contrapposizione si fosse da tempo scatenata in seno all’amministrazione, non a caso definita dall’ex direttore di Breitbart come “la più divisa di sempre” dopo la sua caduta: in questa lotta di potere sotterranea Bannon ha avuto la peggio contro gli esponenti dei tradizionali apparati, contro i membri del Deep State neoconservatore di cui la triade militare rappresenta la più vistosa incarnazione, favorevoli a una vera e propria “normalizzazione” di Trump destinata a passare necessariamente attraverso l’estromissione dell’uomo che ha messo in piedi, praticamente da zero, la macchina elettorale di Trump e contribuito a sviluppare Breitbart, testata di alt-right dimostratasi in grado di rivaleggiare con successo contro il diluvio mediatico anti-Trump in occasione del voto presidenziale dello scorso novembre. Non sono state, dunque, le ambigue dichiarazioni suggerite da Bannon a Trump in occasione dei fatti di Charlottesville a provocarne la caduta: piuttosto, la causa va ricercata nella decisa opposizione di Bannon al brusco cambio di direzione operato dall’amministrazione in materia di strategie geopolitiche e di politica estera: la svolta interventista manifestatasi principalmente in occasione del contestato raid contro la base siriana di al-Shayrat del 7 aprile scorso cozza con le linee guida teorizzate da Bannon, che è stato a lungo il principale ispiratore della focalizzazione di Trump sulla sfida economica alla Repubblica Popolare Cinese e rimane tuttora dichiaratamente favorevole a una vera e propria guerra commerciale con Pechino. 

L’emblematica espressione di Bannon nell’intervista al Prospect (“the apparatus is going crazy”) testimonia non solo la consapevolezza dell’ex direttore di Breitbart dell’imminente sconfitta della sua linea politica ma anche un’ammissione della sua dichiarata ostilità nei confronti delle linee guida tracciate dall’entourage militare del Presidente: gli Stati Uniti di Trump che mostrano i muscoli con la Corea del Nord, rilanciano l’ostilità nei confronti dell’Iran, insidiano il Venezuela, riprendono la contrapposizione con Cuba, rinfocolano l’annosa rivalità con la Russia e tentano di sfruttare la carta curda per condizionare il futuro della Siria hanno intrapreso una rotta decisamente diversa da quella preferita da Steve Bannon. Personaggio ombroso, criticatissimo e discusso, Bannon ha pagato più di altri la completa sconfitta della linea “alternativa” che l’amministrazione Trump si riproponeva di perseguire in partenza: la sua caduta testimonia come anche l’ultimo argine alla marea montante del “Deep State” nella Casa Bianca sia stato sfondato e come il centro di potere militare abbia completamente surclassato gli apparati rivali nella sfida per il condizionamento di un Presidente eccessivamente volubile e discontinuo. A Washington, dopo soli sette mesi, è scattata l’ora dei generali, che privi di una reale concorrenza controllano la barra del timone di un’amministrazione che naviga in acque sempre più agitate.