Bangladesh, un anno dopo spunta la lunga mano di Usaid sulle proteste

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Politica /

A distanza di un anno, emergono sempre più indizi di interferenze statunitensi nelle rivolte antigovernative in Bangladesh che hanno portato alle dimissioni del primo ministro Sheikh Hasina e all’instaurazione del governo ad interim guidato dal premio Nobel per la pace Muhammad Yunus. Le recenti proteste in Nepal, culminate con le dimissioni del primo ministro K.P. Sharma Oli, hanno spinto molti osservatori a confrontare le vicende dei due Paesi data la vicinanza geografica, il protagonismo giovanile e il risultato politico. Eppure, i due casi sembrano differire per quanto riguarda le forze che hanno alimentato le proteste.

Forze straniere dietro le proteste in Bangladesh

L’agenzia USAID, recentemente al centro dell’attenzione mediatica dopo la decisione di Donald Trump di smantellarla, viene indicata come finanziatrice del cambio di regime. Mike Benz, un ex funzionario del Dipartimento di Stato americano, ha affermato in un’intervista a Tucker Carlson che le proteste furono incoraggiate da Washington dopo il rifiuto di Hasina di concedere l’Isola di Saint Martin per una base militare statunitense. La piccola lingua di terra, situata in prossimità di importanti rotte marittime nel Golfo del Bengala, riveste un’importanza strategica nelle dinamiche geopolitiche regionali. Data la crescente presenza della Cina in Bangladesh con vari progetti infrastrutturali appartenenti alla Belt and Road Initiative, il controllo dell’isola da parte statunitense sarebbe servito a controbilanciare l’influenza cinese e proiettare un potere militare nel Golfo. Dopo le dimissioni, Hasina aveva affermato: “Sarei potuta rimanere al potere se avessi ceduto la sovranità dell’isola di Saint Martin e permesso agli Stati Uniti di dominare il Golfo del Bengala. Vi prego, non lasciatevi manipolare dai radicali. Se fossi rimasta nel Paese, altre vite avrebbero potuto essere perse. Ho lasciato il Paese. Voi siete la mia forza; voi non mi volevate, quindi me ne sono andata.”

Forze interne ed esterne

Chiaramente, nel Paese asiatico non mancavano elementi di profondo scontento che hanno acceso la miccia della rivolta. In Bangladesh esisteva (ed esiste) una quota giovanile insoddisfatta e desiderosa di cambiamento, stretta in un contesto corrotto di capitalismo clientelare e di crescente deriva autocratica da parte della leadership al potere. La repressione e l’abuso di potere sono stati tratti distintivi dei quindici anni di governo Hasina.

Tuttavia, questo non esclude la “spinta” di un’amministrazione americana che aveva fiutato aria di insoddisfazione in un momento favorevole ai propri interessi strategici. Benz sostiene che i membri dell’International Republican Institute, sostenuti dal Dipartimento di Stato e dall’USAID, hanno cercato di mobilitare “gruppi LGBT, due gruppi etnici minoritari del Bangladesh e giovani studenti che avevano protestato all’inizio dell’anno a causa di questioni politiche locali.” In un discorso pronunciato al CPAC 2025 Trump ha confermato che 29 milioni di dollari sono stati destinati al rafforzamento del panorama politico bangladese. Sebbene le parole del presidente statunitense fossero inserite in un più ampio tentativo di screditare gli interventi di USAID per giustificarne la chiusura, rappresentano comunque un ulteriore indizio a favore della versione di Hasina. 

Un’altra coincidenza sospetta riguarda le dichiarazioni del capo dei diritti umani dell’ONU, Volker Turk, il quale ha ammesso di aver “avvertito l’esercito del Bangladesh che sarebbe stato escluso dalle missioni di peacekeeping dell’ONU se si fosse coinvolto in violenze durante le proteste studentesche di luglio-agosto 2024”. Atteggiamento che può essere interpretato come un più o meno tacito appoggio alle proteste antigovernative. Inoltre, è importante evidenziare che la missione di fact-finding dell’ONU si è limitata a coprire solo il periodo di proteste dal primo luglio al quindici agosto, senza considerare le violazioni dei diritti umani che continuano a persistere nel governo di Yunus: detenzione arbitraria, violenze di massa contro le minoranze, violenza politica, e estremismo religioso che mina i diritti delle donne. Le esperienze dell’Iraq, dell’Afghanistan e della Libia ci insegnano che il Bangladesh non sarebbe il primo caso in cui l’ONU, consapevolmente o meno, è servita da facciata legale o si è allineata a Washington in interventi di cambio di regime. 

Il Bangladesh ora 

Riconoscere possibili interferenze esterne non significa sminuire la legittimità delle richieste della società civile bangladese. Anzi, indagare il ruolo di Washington è importante sia per chiarire i fini politici delle mobilitazioni che per restituire dignità alle rivendicazioni di giovani che hanno rischiato o perso la vita per un Paese libero. Un riconoscimento necessario dato lo stato precario in cui versa ancora la nazione: lo storico partito dell’Awami League è stato bandito, gli islamisti invocano una Costituzione basata sulla Sharia e il governo ad interim di Yunus non ha ancora soddisfatto le sue promesse democratiche, specialmente quella di elezioni libere. 

Il risultato è un’instabilità che accomuna il Bangladesh ad altri paesi che sono stati “incoraggiati” prematuramente dall’esterno nei loro cambi di regime. Un’autonoma maturazione della società civile e un coordinamento interno tra i suoi membri sono ingredienti fondamentali per una stabilità duratura. Un collante esterno illude di essere efficace, ma non garantisce una tenuta nel tempo perché non sana le fratture profonde.